Sipario

di Giordano Boscolo

Mentre strofinava il pennello sullo zigomo sinistro per dare gli ultimi ritocchi al fondotinta, Giada ebbe la sensazione che la luce proveniente dalla finestra alle sue spalle fosse velata da una nebbia incostante. Questa impressione le era penetrata nella coscienza poco per volta, come accade quando, al risveglio, un certo suono o una certa immagine accompagnano il dormiente dal sonno alla veglia, al punto che il passaggio tra i due stati sembra determinato dalla silenziosa apertura di un sipario anziché dall’improvviso lacerarsi di un diaframma, dando così un’illusione di continuità tra l’incoscienza e la consapevolezza, tra la platea e la scena, tra il prima e il dopo.

 

Giada posò il pennello sul ripiano del comò e si voltò verso la finestra, a guardare i fiocchi di neve che volteggiavano attorno al lampione del cortile. La luce nella camera da letto era soffusa, Giada la teneva sempre bassa quando si truccava, e quella nevicata improvvisa, anche se attesa, aveva un effetto carezzevole che ben si adattava al suo stato d’animo.
I diffusori del Bang&Olufsen, posizionati agli angoli della stanza, stavano trasmettendo la prima scena del terzo atto del “Boris Godunov” di Musorgskij, nell’edizione di von Karajan, e il pensiero che non le sarebbe mai stato concesso ascoltare dal vivo un’orchestra diretta da lui fece inumidire gli splendidi occhi azzurri che vedeva riflessi nello specchio. Abbandonandosi alla musica, che si spandeva tutt’intorno in ampie volute armoniose, le sembrava quasi di vedere il grande direttore austriaco trarre quei suoni ineffabili dagli oggetti della stanza, dalla neve che cadeva pochi metri più in là, dalla sua stessa anima. Giada assaporava il momento in cui, un’ora più tardi, sarebbe arrivata nel foyer della Scala in attesa di assistere alla prima della stessa opera che in quel momento veniva riprodotta dal suo impianto stereo.
“Giada?” disse una voce maschile alla sua destra.
“Papà. Non ti avevo sentito bussare. Entra pure, sono quasi pronta” disse la ragazza, piegando le labbra in un sorriso accogliente, senza distogliere lo sguardo dallo specchio.
Lui chiuse la porta e si avvicinò alla figlia. Guardandola così, fasciata nel suo vestito più bello, illuminata da una luce che sembrava raggiungerla da dietro un velo, i capelli animati da uno spirito allegro che si divertiva a disporre disordinatamente i riccioli sulle spalle nude, egli sentì svaporare il senso di angoscia che l’aveva oppresso nel corso del pomeriggio. Le notizie che giungevano dall’esterno erano talmente estranee a quella stanza, alla vita di sua figlia, alla musica che saturava l’ambiente mescolandosi con il profumo proveniente dalle numerose bottigliette di cristallo allineate sul ripiano, da sembrare irreali.
Ma non lo erano.
Egli ritrovò la concretezza del presente e si sedette accanto a Giada, guardandola attraverso lo specchio.
Lei gli sorrise. “Qualcosa non va? Vuoi che abbassi il volume?”
L’uomo non rispose, prese a sfiorare con le mani gli innumerevoli oggetti posati sul comò, sporgendo leggermente il labbro inferiore come era solito fare quando si perdeva nei suoi pensieri.
Giada si alzò e gli posò una mano sulla spalla, mentre girava intorno alla sedia per raggiungere il telecomando. Puntò il sensore verso lo stereo e fece calare il silenzio, interrotto soltanto dal suono discendente della sirena di qualche ambulanza.
“Pensavo ti piacesse questo passaggio” gli disse “quando il gesuita entra nella stanza della principessa e le impone il giuramento di convertire gli eretici alla vera fede una volta diventata zarina.”
“Giada, vieni qui, dobbiamo parlare.”
“Ti prego, papà, non ho molto tempo. So già quello che vuoi dirmi e non mi farai cambiare idea. E poi lo sai che odio litigare con te” disse la ragazza, mantenendo un tono di voce calmo.
“Litigare? Perché mai dovremmo litigare?”
L’uomo batté la mano sul cuscino della sedia, invitando la figlia ad accomodarsi accanto lui. Guardò la neve, attraverso i vetri, che si faceva più fitta di minuto in minuto. Istintivamente fece per alzarsi e oscurare la finestra, ma si ricordò che le tende non c’erano, Giada le faceva sempre rimuovere nella stagione fredda, perché amava la particolare inclinazione con la quale i raggi del sole entravano nella stanza nei pomeriggi d’inverno.
“Ho sentito il prefetto” disse, dopo che Giada fu di nuovo seduta accanto a lui.
“Non voglio sapere.”
“Giada, non fare la bambina. L’ho chiamato pochi minuti fa. Ha consigliato di lasciare Milano per qualche tempo, dice che la situazione potrebbe sfuggire al controllo.”
“Non ho intenzione di rinunciare allo spettacolo. Ho sentito Livia, poco prima che tu entrassi, e la pensa come me. Non ci faremo intimidire dalla barbarie.”
“Ti prego, ascoltami, sfidare la sorte per una serata di gala è da incoscienti.”
“Per me non si tratta di una serata di gala, dovresti saperlo.”
“È in gioco la tua sicurezza personale, Giada. Anche la mia, ammesso che per te abbia qualche importanza. Dobbiamo andarcene. Questa notte stessa.”
Dall’esterno continuavano a giungere suoni di sirene, alcune sembravano molto vicine. Giada afferrò il telecomando e fece ripartire la riproduzione dell’opera dal punto in cui era stata interrotta, poi aprì un cassetto, estrasse alcune paia di guanti e iniziò a provarli, senza badare alle parole di suo padre.
“All’aeroporto c’è un aereo che ci sta aspettando. Atterreremo a Zurigo. Poi si vedrà.”
“Bene. Tu vai. Se proprio ci tieni ti raggiungerò non appena sarà terminato lo spettacolo.”
“Giada, come puoi pensare che me ne andrò senza di te.”
Qualcuno bussò alla porta. Prima di rispondere, l’uomo guardò la figlia per qualche secondo. Conosceva quello sguardo, non sarebbe riuscito a farle cambiare idea. Non senza usare modi di cui poi si sarebbe pentito e che non avrebbero ottenuto altro risultato che allontanarla da lui ancora di più.
“Sì” disse, rivolto alla porta.
Un uomo dalle spalle massicce entrò nella stanza. Guardando davanti a sé, disse che la macchina era pronta come da disposizioni del signore, e che sarebbe stato meglio partire subito per raggiungere l’aeroporto all’ora stabilita.
“Bene. Puoi andare” disse il padre, senza voltarsi.
L’uomo abbassò la testa, fece un passo indietro e richiuse la porta in silenzio.
Giada approfittò di quella pausa per avvicinarsi di nuovo alla finestra. La neve, che aveva ormai coperto l’erba del cortile e imbiancato i rami degli alberi, conferendo ai dintorni un aspetto irreale, la faceva sentire immersa in un mondo lontano da quello in cui suo padre voleva costringerla a penetrare. L’esistenza che le avevano modellato intorno le aveva permesso di mantenersi estranea alla brutalità, come se per quei vent’anni fosse rimasta chiusa in un regno fatto esclusivamente di bellezza, amore, ricchezza, prosperità. Lei era grata di questo, aveva forgiato la propria natura su  tale paesaggio e nessuno avrebbe potuto chiederle di rinunciarvi, di ritirarsi, neppure dinanzi all’avanzare di un fronte ostile. Non avrebbe mai accettato di abbandonare Milano per lasciarla in balìa di chi non sarebbe stato in grado di apprezzarne la magnificenza. Quella città apparteneva a lei, era sua, della sua famiglia e delle famiglie simili alla sua. Gli altri, coloro che in quei giorni stavano mettendo a ferro e fuoco interi quartieri, che usavano sediziose motivazioni di riscatto come schermo per nascondere l’odio che li muoveva, non meritavano altro che di marcire nei tuguri in cui erano nati. Lontani dal decoro, estranei alla bellezza, alla quale, ne era certa, non erano nemmeno interessati, nonostante le rivendicazioni di alcuni di loro. Sì, è vero, vi era stato un tempo in cui anche la feccia aveva frequentato musei, sale da concerto, teatri, luoghi di villeggiatura in cui la natura lascia sbalorditi con lo spettacolo delle sue meraviglie. Ma, in fin dei conti, qual era l’arte che li attraeva, la bellezza che li colpiva, le sensazioni che li seducevano? Non era forse vero che quella gente amava tutto ciò che mostrava affinità con la violenza, la morte, la ferocia, che le impressioni di cui si nutrivano erano le stesse che avrebbero potuto eccitare le bestie? Giada talvolta provava pietà per loro, non era indifferente alla sofferenza dei bambini dei ghetti che, nonostante lo stigma della povertà, erano, in certa misura, innocenti. Ma sarebbe stato ingiusto permettere che quella pietà alterasse l’ordine delle cose, era doveroso salvaguardare quanto era stato costruito, difendere le barriere che erano state erette, a costo di sospendere, per il tempo necessario, l’esercizio della compassione. Quando l’orso travalica il recinto deve essere abbattuto; non perché l’orso sia di per sé cattivo, ma per impedire che la forza bruta che lo anima distrugga ciò che, a causa della propria natura, non è in grado di comprendere.
“Ora devo andare” disse, dopo aver scelto con cura i guanti che meglio si adattavano al vestito. “Avevi promesso che questa sera saresti venuto con me, ma non voglio costringerti.”
“Come puoi non capire?”
“Papà, sei tu che non capisci. La prima non è stata cancellata, significa che non c’è poi tutto questo pericolo.”
“Al diavolo la prima! Stanno sparando, là fuori! Ci sono stati dei morti nel pomeriggio!”
“Nei ghetti, immagino. Come sempre. Non penserai che qualcuno di loro riuscirà a raggiungere il centro e a entrare nel teatro, eludendo i cordoni di sicurezza?”
“Non penso proprio niente, se non che stai facendo la cosa più stupida. Giada, andiamocene. Subito, adesso, senza portare via niente. Zurigo è impenetrabile, là saremo al sicuro. Almeno finché la situazione non si sarà stabilizzata.”
Giada era pronta. Indossò la pelliccia, baciò suo padre e raggiunse la porta. “Se vorrai raggiungermi a teatro e godere dello spettacolo insieme a me, ne sarò molto lieta. Poi… vedremo il da farsi. Non ti preoccupare, non può succedermi niente. Non a me. Non stasera.”
Uscì dalla stanza, lasciando il padre davanti al ripiano del comò, colmo di delizie. In quella camera di bambola.

 

Piazza della Scala era presidiata dalla milizia, ma Giada non era affatto impressionata da un tale dispiegamento di forze, come non lo erano, almeno apparentemente, gli altri spettatori che in quel momento stavano arrivando a teatro a bordo di automobili blindate. Il presidio aveva l’aspetto di  una formalità, quasi una piccola parata militare allestita più per rendere omaggio agli illustri cittadini che per salvaguardarne l’incolumità, visto che negli ultimi tempi non era mai accaduto che qualche povero riuscisse a spingersi oltre i confini dei ghetti senza essere immediatamente catturato. Quella sera, però, si stavano diffondendo notizie allarmanti e agli abitanti del centro era stata inoltrata una comunicazione che consigliava di rimanere in casa, o per lo meno di non uscire senza scorta e osservare le opportune regole di prudenza.
La macchina di Giada si fermò sotto il portico del teatro. Mentre aspettava che l’autista aprisse la portiera, la ragazza, protetta dagli spessi vetri oscurati, guardò verso la piazza, dove la statua di Leonardo da Vinci si ergeva al di sopra dei miliziani, quasi che la sua funzione fosse diventata quella di comandare lo sparuto battaglione in tenuta antisommossa schierato di fronte al teatro. A guardarli così, immobili sotto la neve, sembrava che anch’essi facessero parte del gruppo marmoreo scolpito da Pietro Magni. Il manto bianco che aveva ricoperto ogni cosa in modo omogeneo aveva sia l’effetto di appianare i contrasti tra i diversi elementi della piazza che quello di esaltarli, e questa impressione rendeva i momenti di attesa, prima dell’inizio dell’opera, ancora più carichi di aspettative. Accanto a Giada, nel sedile posteriore della Bentley, era seduto suo padre, pallido e, contrariamente a lei, in preda a una visibile agitazione; aveva deciso di accompagnarla alla prima per poi costringerla, anche con la forza se fosse stato necessario, a seguirla a Zurigo. Prima di uscire dall’auto lei gli strinse la mano e lo baciò sulla guancia.
“Grazie” gli disse in un sussurro.
Lui non disse niente. Sceso dall’auto, diede disposizioni all’autista e seguì la figlia nel foyer di platea, facendo un cenno di saluto a Livia, che stava andando loro incontro con un calice di vino bianco in mano. Le due ragazze si abbracciarono, mentre tutt’intorno, tra le colonne della grande sala, alla luce dei sontuosi lampadari che facevano scintillare il pavimento e i gioielli delle signore, ricchi appassionati si scambiavano opinioni contrastanti sul giovanissimo genio indiano che quella sera avrebbe diretto l’opera, il direttore del teatro faceva gli onori di casa salutando uno per uno gli spettatori come se stesse accogliendo degli ospiti nel proprio salotto, i miliziani in borghese se ne stavano in disparte, invisibili e rassicuranti, a vegliare sul privilegio.
Mancavano meno di dieci minuti all’inizio dello spettacolo quando si udirono i primi spari, il cui suono, dapprima distante e sfumato, poi sempre più vicino e distinto, penetrò nella coscienza di Giada poco per volta, un po’ come accade quando, al risveglio, un suono proveniente dall’esterno si fa strada lentamente nei sensi di chi è ancora addormentato, accompagnandone il risveglio senza scosse, dando un’illusione di continuità tra l’incoscienza e la consapevolezza, tra la platea e la scena, tra il prima e il dopo.
Tra la vita e la morte.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.