Il pane quotidiano

di Pervinca Paccini

“Tu cosa dici?”
“Cosa vuoi che dica? Mi sembrano pochi.”
“Sono una miseria. Questa casa ci è costata molto di più; tanta fatica e poi sempre lì a risparmiare per tirarla su. Trent’anni in Svizzera ad aspettare le ferie per correre qui a costruirne un pezzetto per volta.”
“Ora però quella della finanziaria è l’unica offerta che abbiamo ricevuto e se non prendiamo un po’ di soldi, come facciamo con il debito?”

“E abbiamo anche Michele da aiutare. Cosa ci è saltato in mente di comprare il terreno con il rudere qui vicino per fare la casa anche a lui. Tanto non ci abiterà mai. A lui piace la città. Gli piace il nord, si vede che non ha mai dovuto faticare in Svizzera per il pane quotidiano. Adesso poi, con quel contratto che gli hanno fatto in Danimarca, chi lo vede più.”
“Non si può dargli torto. Da queste parti lavoro non ce n’è e Michele l’abbiamo fatto studiare per cosa? Per fare lo stagionale in qualche albergo o il bracciante quando c’è da raccogliere le olive? Meno male che si è sistemato. Però, con il tempo verrà anche a lui la voglia di tornare giù. Per questo dobbiamo fargli la casa anche se in questo momento mancano i soldi per iniziare i lavori.”
“Non ci saranno mai i soldi, nemmeno se accettiamo l’offerta della finanziaria. Quello che ci danno lo prendiamo e lo passiamo pulito pulito ai debitori.”
“Creditori, non debitori. I debitori purtroppo siamo noi.”
“E va bene, ai creditori, a quelli insomma. Non cambia niente, siamo sempre noi che restiamo poveracci.”
“Vedrai che qualcosa ci avanza.”
“Se lo dici tu.
“Certo che lo dico io.”
“Enzo.”
“Che c’è?”
“Dove sta la Danimarca? Vicino alla Svizzera?”
“Più o meno, credo. Forse un po’ più su.”
“Sta lontano allora.”
“Beh sì, un po’, però con l’aereo si va in fretta.”
“L’aereo noi non l’abbiamo mai preso.”
“Non c’era bisogno dalla Svizzera. E poi perché ci siamo comprati la macchina? Per prendere l’aereo?”
“Per essere come gli svizzeri.”
Sì, come gli svizzeri. Non si stava male lassù, ma noi siamo sempre rimasti stranieri, anche se ci abbiamo passato la vita a Zurigo. Non ci siamo mai sentiti a casa.
“Enzo.”
“Che c’è ancora?”
“Se Michele se ne sta in Danimarca, cosa faremo quando saremo vecchi?”
“Siamo già vecchi.”
“Vecchi vecchi, voglio dire. Fai un figlio, lo cresci e poi quello ti dice grazie e se ne va e quando tu hai bisogno di aiuto devi andare all’ospizio.”
“Vedrai che torna. Fa i soldi e poi torna. Non si può stare così lontano tutta la vita. Prima o poi si torna a casa.”
“Enzo.”
“Sì.”
“Sono preoccupata.”
“E dai su, adesso cerchiamo di stare tranquilli che a star male non ci si guadagna niente. A che ora hai detto che viene tuo cugino?”
“Dovrebbe essere già qui, però io non faccio conto su di lui. A parole la gente è sempre pronta ad aiutarti, però quando c’è da tirare fuori qualcosa trova un mucchio di scuse.”
“Ma noi gli pagheremo gli interessi.”
“Sì, gli interessi. Hai visto dove siamo finiti con gli interessi? Abbiamo chiesto quattro soldi in prestito e adesso dobbiamo cinque volte tanto.”
Di più, se è per questo. Però quelli sono estranei, non sono della famiglia. Invece Rocco…”
“Rocco non è diverso dagli altri quando si tratta del suo.”
“Tu stai zitta che parlo io. D’accordo?”
“Però Enzo.”
“Eh?”
“Sono preoccupata.”
“Ancora? Me l’hai già detto.”
“Con quella gente non si scherza.”
“Quelli del prestito?”
>“Sì. L’hai sentito anche tu il tipo grosso cos’ha detto.”
“Ha detto che loro non sono abituati ad aspettare e che hanno già avuto fin troppa pazienza.”
“Mi fanno paura. È per questo che è meglio vendere in fretta anche se ci rimettiamo.”
“Se tuo cugino ci presta qualcosa possiamo tenerli buoni per un po’ e magari aspettare un’offerta migliore.”
“Meno male che Michele è lontano, almeno non dobbiamo stare in ansia per lui.”
>“E perché dovremmo stare in ansia se fosse qui?”
“Te l’ho detto, quella gente…”
“St, hanno suonato. Hai sentito anche tu, vero? Deve essere Rocco.”
“Aspetta che guardo. Sì, è lui. Allora parli tu?”
“Sì, ma anche tu intervieni se serve.”
“Che discorsi. Certo che intervengo.”v “Però solo se serve, d’accordo? Che a metterci le mani in due si rischia di far peggio.”
“D’accordo. St, che adesso apriamo,”
“Rocco. Che piacere vederti. Siediti. Anzi no, mettiamoci sul terrazzo che si sta bene.”
“Sì, oggi fa caldo, sembra di essere in estate e invece è appena arrivata la primavera. Ciao Annetta.”
“Ciao Rocco. E Nunzia?”
“Vi saluta e dice che dovete venire a trovarci.”
“Un giorno o l’altro lo facciamo. Cosa bevi? Una birra?”
“Vada per la birra se se la fa pure Enzo.”
“Figurati se Enzo dice di no.”
“Non si lascia mai solo un amico.”
“Cosa ti avevo detto? Vado e torno con le birre.”
“Allora Enzo, cosa volevi dirmi?”
“Mi sento un po’ in imbarazzo, sai non è facile parlare di certe cose soprattutto per me che non ho mai chiesto niente a nessuno.”
“Ecco qua le birre.”
“Grazie Annetta, tu non ne bevi?”
“Prendo un po’ di quella di Enzo. Di cosa stavate parlando?”
“Enzo mi stava dicendo…”
“Sì, gli stavo dicendo… veramente non avevo ancora incominciato, ma comunque è presto detto. La verità caro Rocco è che abbiamo bisogno di soldi.”
“Non ve la passate bene?”
“No, non ce la passiamo bene per niente.”
“Avete la pensione e di questi tempi avere un’entrata fissa non è cosa da poco.”
“Preferirei avere il tuo negozio.”
“Non parlarmi del negozio. Chi le compra le vernici al giorno d’oggi? La gente non fa più lavori come una volta. Sono tentato di venderlo e starmene in pace: l’orto, un po’ d’olio, i conigli. Quanto basta per il pane quotidiano.
“E noi che pensavamo di chiederti un prestito.”
“Un prestito a me? A me che sto per chiudere? Si è mai sentita una cosa del genere.”
“Ma come chiudere? Hai due dipendenti e poi la macchina nuova.”
“A proposito, complimenti. Sembra una portaerei.”

 

“La macchina nuova, cara Annetta, l’ho comprata prima dell’ultima batosta delle tasse e i dipendenti, beh quelli un po’ li pago in nero.”
“Allora tu proprio…”
“Mi dispiace Enzo. Però ci sarà un altro sistema. Provate con la banca.”
“Per la banca guadagniamo troppo poco e siamo vecchi. Abbiamo pensato di vendere questa casa. Ci è arrivata la proposta di una finanziaria che sta comprando terreni qui intorno per costruire un villaggio turistico.”
“Vedete che una soluzione c’è sempre.”
“Sì, ma noi non vorremmo vendere la casa, che vale molto di più. E poi, ai forestieri. La roba nostra dovrebbe restare in famiglia, oppure andare alla malora, non agli svizzeri.
“Eh, bisogna accontentarsi quando non c’è altro da fare.”
“Si fa presto a dirlo, ma dentro questa casa c’è tanta fatica e poi Michele. Cosa gli lasciamo?”
“Son tempi duri. Speriamo che cambino, almeno per i figli, a noi ormai serve poco. Comunque grazie per la birra e mi raccomando, vi aspettiamo presto da noi.”
“Ciao Rocco.”
“A presto Enzo. Mi dispiace di non potervi aiutare, ma voi capite…”
“Sì, certo. Saluti a Nunzia.”
“Non mancherò.”

“E adesso?”
“E adesso bisogna pensarci su.”
“Non abbiamo molto tempo.”
“Sì, lo so, però prima di vendere, dobbiamo tentarle tutte.”
“Il telefono.”
“È il tuo.”
“È Michele. Cosa devo dirgli?”
“Niente. Non devi dirgli niente.”
“Va bene. Pronto Michele, che bella sorpresa. Come stai? La settimana prossima arrivi? Certo che siamo contenti. E quanto ti fermi? Di più non puoi? Sì, ti saluto io papà. Ciao. Mangia, mi raccomando e non prendere freddo.”
“Viene giù?”
“La prossima settimana.”
“Allora dobbiamo fare in fretta.”
“Che cosa dobbiamo fare in fretta?”
“Mi è venuta un’idea.”

***

Ogni volta che lascio il Salento è come se mi portassi dietro le spine dei fichi d’india, così insidiose che si ficcano nella carne e non sai mai se se ne andranno o se ti si scioglieranno dentro, diventando una parte di te che ti porterai dietro come un ricordo del corpo.

Ludovica si è addormentata subito dopo il decollo. Spio la sua perfezione, quei capelli castano dorato che le altre riescono ad avere solo se se li tingono e la pelle color miele che sembra sempre leggermente abbronzata, ma non lo è. Lei è così, non ha bisogno di artifici, lei è il frutto della sua vita raffinata, di un benessere talmente intrinseco da diventare naturale. Ha indosso la semplicità del lusso. Quello vero.
Per una come Ludovica il mare del sud, la terra rossa e gli ulivi sono attrazioni per i turisti, però lei ha cercato di guardarli con i miei occhi anche quando abbiamo attraversato il paese con le sue strade dissestate e i vecchi seduti fuori dalla porta come lucertole che si scaldano con due chiacchiere, un saluto, il suono delle campane, cose così. In questi giorni Ludovica ha provato a sentirsi un po’ salentina, ma le è riuscito male, come riuscirebbe male a me sentirmi Casanova al carnevale di Venezia.
Però non importa, lei è il mio passaporto per il futuro.
Guardo giù e vedo il mare inghiottire la mia terra e le nuvole inghiottire il mare. Tiro un sospiro di sollievo: le spine si stanno sciogliendo e io mi allontano dall’odore dei pomodori secchi, dai rigurgiti di nostalgia inutile, dai miei, dalla loro casa bruciacchiata.
“Cosa è successo?” “Niente, un incidente.” “Ma come un incidente?” “Sì, forse il camino, meno male che se ne sono accorti i vicini e hanno chiamato i pompieri.”
Sono andati a fuoco solo il rudere sul terreno accanto alla casa e parte del giardino. Ludovica e io ci siamo sistemati nell’unico albergo decente del paese. E ho ringraziato quell’inizio di incendio che ci ha evitato di dormire a casa e di rischiare una promiscuità a cui Ludovica avrebbe forse fatto buon viso e che tuttavia mi avrebbe messo in imbarazzo. Non mi vergogno dei miei, però la mia vita adesso si svolge in tutt’altro luogo.
“Ma non si sente puzza di bruciato, potete rimanere, ho preparato la stanza per voi due.” “Andiamo in albergo, mamma, magari ci vediamo domani.” “Enzo, diglielo tu che devono restare.” “Non si disturbi, signora, staremo benissimo in albergo.”
Il giorno dopo, quel pranzo senza pretese, il cibo che mi piaceva tanto una volta e mi piace ancora, però ora sa solo di olio, di vino, di pasta fatta in casa, sa di cose che servono per sfamare, non per gustare il piacere della tavola, l’armonia degli aromi, l’eleganza delle composizioni. Sento in bocca il sapore della mia famiglia e vorrei essere nato in un qualunque altrove del mondo. Il mio pane quotidiano è un altro ormai.
Ludovica si sveglia e allunga la mano sulla mia. Le sue unghie sono smaglianti senza bisogno di niente. A Milano prenderemo la macchina per andare a Lugano dai suoi. Non li conosco, ma c’è da giurarci che mi piaceranno. Non potrebbe essere altrimenti. Il padre di Ludovica è nel consiglio di amministrazione della finanziaria che mi ha assunto per la sede di Copenaghen dove lavora anche la figlia, ma pare che abbia le mani in pasta in non so in quante altre società, banche, multinazionali e così via. Un tipo in gamba. Chissà che un giorno io non diventi come lui. La madre è come Ludovica, almeno stando alle fotografie. Deve avere la stessa classe, lo stesso parlare lieve che modula senza eccessi e sbavature.
È qui che vorrei abitare: in questa villa sul lago di Lugano, nella serenità solida di un lusso senza ostentazioni, con il motoscafo attraccato all’imbarcadero privato, la piscina e i giardini che arrivano ai confini della proprietà, fino al campo da golf e alla scuderia. Peccato dover partire, ma il lavoro ci aspetta e l’ultimo a cui vorrei sembrare scansafatiche è proprio quest’uomo al quale vorrei assomigliare e che mai vorrei deludere. E che è il mio capo.

“Stiamo comprando terreni in Salento, tu sei di quelle parti, vero?” “Sì, ma ho studiato a Milano e è dai tempi dell’università che non ci abito più. E perché acquistate proprio lì?” “Il Salento è di moda e noi seguiamo le tendenze del mercato. Pensiamo a un villaggio turistico fiabesco, una cosa che da quelle parti non hanno mai visto.” “E da chi comprate?” “Cerchiamo di accaparrarci piccole strutture messe in ginocchio dalla crisi, ma ci sono anche molti privati che vogliono vendere; la gente con i risparmi si costruisce la casa, spesso progettando al di sopra delle proprie possibilità e poi non ce la fa. A quel punto arriviamo noi e facciamo l’affare; in genere si accontentano di cifre basse perché non sanno dove sbattere la testa.” Pensa che a volte sono gli stessi a cui abbiamo prestato il denaro e che non riescono a restituircelo.” “E se non vogliono vendere?” “Vendono, vendono. È nel loro interesse. Se poi storcono il naso, noi sappiamo come convincerli.”
Ci lascia prima della fine del pranzo. Ha molti appuntamenti e poi la borsa. Stanno comprando e deve seguire le quotazioni.
“Insomma, caro Michele, il pane quotidiano dobbiamo guadagnarcelo, vero?”
Arrossisco perché penso mi stia rinfacciando il fatto che mi trovo in vacanza anziché in ufficio, ma lui mi batte con la mano sulla spalla.
“So che sei in gamba, me lo dice mia figlia, ma a lei non so se posso dare credito visto che è di parte – ride. – Ho preso informazioni. Sono tutti contenti di te a Copenaghen.”
“Grazie. Cercherò di fare sempre meglio.”
“Bravo. Così si deve dire.”
L’autista ci porta all’aeroporto. La sera siamo già a Copenaghen e lì ci attende la macchina di Ludovica. Da quando stiamo insieme ho scoperto che la vita può essere facile. Anche per me. Anche per me che ho dovuto lavorare per mantenermi all’università perché i soldi che mi mandavano i miei non bastavano e loro di più non potevano fare perché dovevano costruire la casa, quel bazar tirato a cera, pieno di pizzi e ninnoli, con tutte le bomboniere messe in fila, quelle dei matrimoni, delle comunioni, dei battesimi, non solo dei parenti più stretti, ma anche di quelli di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza.
Sì, la vita può essere facile.
Mi ricordo la prima corsa in macchina, la sua ovviamente. Ero appena arrivato a Copenaghen e non stavamo ancora insieme. Ti faccio vedere un posto bellissimo, mi dice. Andiamo all’isola di Romo.
Ci ritroviamo nella desolazione di una landa sabbiosa che sconfina nel grigio del mare. Sotto una pioggerellina caparbia, Ludovica che è al volante, prende a zigzagare sulla spiaggia cantando e ridendo; la seguo nella sua allegria e intanto mi sforzo di farmi piacere un posto così diverso dai miei spazi di sole quasi sempre stremati dal vento e raramente visitati dalla pioggia che asciuga troppo in fretta e non fa in tempo a ristorare la campagna. La macchina danza al suono delle nostre voci e le tracce che si lascia dietro mi sembrano i solchi di un aratro che rivolta quella terra su cui seminerò i passi della mia nuova vita in questo paese così civile, con un lavoro importante, vicino a un sogno di ragazza. A destra e poi a sinistra e un’altra volta e poi ancora finché il suv si insabbia. E restiamo lì, io con un po’ di nausea e Ludovica con il cellulare in mano. È eccitata, ride. Un paio di telefonate e arrivano a portarci un’altra macchina. Qualcuno si occuperà di tutto e noi possiamo tornarcene a casa.
La vita può davvero essere facile.
Mi chiama mio padre. Hanno deciso di vendere la casa. “Sai, per noi è troppo grande. È meglio rimettere a posto quella della nonna e ritirarci lì.” “Ma sono solo due locali.” “ Per noi va bene.” Penso che se non avessero speso tanti soldi in tutti questi anni e li avessero tenuti per me sarebbe stato meglio, ma non glielo dico. “E chi è il compratore?” “Una finanziaria.” “Quanto vi dà?” “Eh, prima dell’incendio avevano detto centocinquanta, ma ora secondo il mercato non ne vale più di centoventi e dicono che siamo già fortunati così.” “Come si chiama la finanziaria.” “Adesso non mi viene in mente, ma è svizzera. Pensa la sorte. Tutta la vita in Svizzera a lavorare e adesso vendiamo agli svizzeri.” Potrei dirgli che è meglio aspettare, che lo stanno fregando, ma mi torna in mente quello che ha detto il padre di Ludovica e non me la sento di mettergli i bastoni fra le ruote. Lui è il mio pane quotidiano. E poi, se un domani diventasse mio suocero? E se io dovessi un giorno prendere il suo posto? Sì, lo so che sto viaggiando troppo con l’immaginazione, ma fantasticare non costa niente. “Stai tranquillo, papà. Non è male come offerta. Vendete.” Mi assolvo per queste parole indecenti pensando che in fondo lo faccio anche per lui, che se non venderà, quelli gli faranno cambiare idea Se poi storcono il naso, noi sappiamo come convincerli. E chissà con quali sistemi. “Cosa ne farete di tutti quei soldi?” Mi aspetto che li prometta a me, almeno in parte, magari non subito, ma prima o poi sì. Invece cambia discorso, tergiversa e poi chiude la telefonata.
È sempre stato tirchio. Lo so cosa vorrebbe da me: che tornassi giù a fare l’avvocatuccio di paese, ma se lo scorda. Tirchio e anche egoista. E allora se lo merita. Se ci perde dei soldi, se lo merita davvero.

***

“Bell’idea che ti è venuta. Proprio una bella idea.”
“Non ti ci mettere anche tu che sono già abbastanza incazzato io.”
“E fai bene a essere… quella parola lì. Però è con te che devi essere arrabbiato. Come si fa a pensare di bruciare la casa per quattro soldi.”
“Non sono quattro soldi. Abbiamo pagato l’assicurazione tutti questi anni per cosa? Se tutto fosse andato come doveva andare, ci avrebbero dato un bel po’, più della finanziaria svizzera. E poi anche tu eri d’accordo.”
“Ma pensavo che fossi capace di dare fuoco alla casa e invece si è solo bruciacchiato il giardino e è venuto giù il rudere che tanto se non veniva giù lui, bisognava demolirlo lo stesso. Bel risultato.”
“E cosa potevo sapere io che i vicini vedevano l’incendio.”
“L’incendio. Non era un incendio, c’erano solo un fuocherello e un po’ di fumo.”
“Per forza, quelli hanno chiamato i pompieri. Ma si facessero una buona volta i fatti loro. Abitano dall’altra parte della strada e si preoccupano di quello che succede qua. Sempre il naso nelle faccende degli altri devono cacciare.”
“Di solito vanno a letto con le galline, quella sera no, quella sera si son messi lì a guardare noi. Però tu il fuoco non lo sai dare.”
“Ancora? Io il fuoco lo so dare benissimo solo che ci vuole il suo tempo. Fin dove sono riuscito, ha preso e poi la sirena, i pompieri e noi che dovevamo anche far finta di essere spaventati.”
“Io ero spaventata sul serio, con tutte quelle domande E dov’eravate? E stavate dormendo? E non avete sentito niente? E che il diavolo se li porti.”
“In questi casi i vigili devono interrogare per forza, altrimenti cosa ci stanno a fare? Ma io gliel’ho detto che doveva essere stato il camino oppure la stufetta elettrica che accendiamo per risparmiare il gasolio del riscaldamento.”
“Secondo me non ti hanno creduto e nemmeno quelli dell’assicurazione. Non ci daranno niente e meno male che almeno non ci arrestano.”
“Non è detto che non ci diano niente. Bisogna aspettare la fine dell’inchiesta però, e noi non abbiamo tempo. Dobbiamo trovare i soldi subito; l’unica via d’uscita è la finanziaria.”
“Ma adesso dicono che la valutazione della casa è scesa da centocinquanta a centoventi. Ne vale almeno il doppio invece, e quelli sono dei ladri. ”
“Purtroppo sono loro che tengono i cordoni della borsa e noi non possiamo metterci a discutere, dobbiamo chinare la testa prima che gli altri…”
“I debitori?”
“Nunzia, te l’ho già detto tante volte: quelli sono i creditori, i debitori siamo noi.”
“Va bene, va bene, ma stavi dicendo qualcosa sui creditori.”
“Sì, stavo dicendo che dobbiamo pagare prima che quelli ci brucino la casa per davvero e magari con dentro noi.”
“Perché? Potrebbero farlo?”
“No, stai serena, però non si sa mai; per non correre rischi dobbiamo accettare l’offerta della finanziaria e subito, altrimenti scendono ancora e alla fine non prendiamo più niente.”

“Non so se son peggio loro o i creditori.”
“È sempre gente che ha a che fare con i soldi e chi ha in mano i soldi non si fa troppi scrupoli. E noi stiamo in mezzo, fra due fuochi.”
“Non mi parlare di fuochi. È tutta colpa tua. Non dovevo darti retta. Ora non staremmo qui ad aver paura che ci scoprano e per la casa ci darebbero centocinquanta e potremmo pagare i de… i creditori. E invece… È colpa tua, tutta colpa tua.”
“Adesso basta. Me li stai proprio rompendo. Trovala tu la soluzione visto che sei così brava.”
“Ormai hai rovinato tutto. Dobbiamo accontentarci e finire la nostra vita da poveri come l’abbiamo incominciata.”

“Ci danno centoventi, ne dobbiamo novanta, ci restano trenta. La casa di tua madre l’abbiamo e un po’ di pensione anche: non stiamo male.”

“Dici che te li rompo, ma vedi che non capisci niente. Quelli che restano dobbiamo darli a Michele. Come facciamo a morire senza avergli lasciato una lira e nemmeno la casa, e poi prima di morire c’è la vecchiaia e noi abbiamo bisogno di lui.”
“Michele è un buon ragazzo e non gli serve un’eredità per volerci bene e starci vicino.”
“Lui forse, ma hai visto la sua morosa? Ti fidi di una così? Io no.”
“A me è sembrata una brava figlia, magari diversa da quelle di qui, però…”
“Diversa sì. E quella secondo te scenderebbe e si sistemerebbe in un paese come questo?”
“E perché no?”
“Enzo. Non capisci niente davvero. Verranno solo qualche giorno per le vacanze e poi con il tempo, nemmeno più questo, vedrai, te lo dico io.”
“Se lo dici tu, sarà così perché tu hai sempre ragione, vero?”
“Certo che ho ragione. E ho ragione anche ad aver paura che ci scoprano. Li hai visti i vigili che faccia hanno fatto quando hai parlato del camino e della stufetta?”
“Lascia stare i vigili. A proposito, non te l’ho detto, ma sai quello che lavora in polizia?”
“Chi, Pietro?”
“Sì, lui. Mi ha raccontato che hanno fermato un vagabondo che gira da queste parti, uno di colore che ha rubato qua in giro.”
“E a noi cosa ce ne importa?”
“Ce ne importa, ce ne importa. Pare che sospettino di lui anche per l’incendio.”
“A sì? E perché avrebbe dovuto dare fuoco alla nostra casa?”
“Questo non lo so, però la polizia lo sospetta e quindi vuol dire che non pensano a noi.”
“Speriamo in bene che sia stato lui.”
“Ma come, speriamo che sia stato lui? Noi lo sappiamo bene chi è stato, o te lo sei dimenticato? Come ti viene in mente una…”
“Io non so niente, è la polizia che lo sospetta, non io. E se lo dice la polizia che è stato lui, chi siamo noi per dire che non è vero?”

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