Libero

di Pervinca Paccini

Non sono un barbone.
Sì, lo so che quelli come me non sanno di essere barboni e tuttavia in genere lo sono. Ne ho sentito uno che diceva: “All’Ortles non ci vado. Son tutti pezzenti e io in mezzo ai pezzenti non ci sto.” Mi veniva da ridere perché più barbone di lui non ho mai visto nessuno, eppure l’idea di esserlo non lo sfiorava nemmeno.

Però io non sono un barbone. Diciamo piuttosto che sono un senza casa o un homeless, che fa più figo. Dato che a me tutto sommato non interessa fare il figo, preferisco senza casa o, per dirla fino in fondo, viaggiatore senza casa. Perché viaggiatore? Beh, per via dei due trolley che mi trascino dietro, ma forse c’è dell’altro. Chi lo sa.
Mi piace stare qui. Un centro commerciale è un posto caldo d’inverno e fresco d’estate, ci si rimedia sempre qualcosa da mangiare e poi si passa il tempo. Per esempio, adesso che siamo sotto natale, la musica, i colori, i sorrisi si sprecano intorno alla smania dei commercianti e alle facce loffie dei babbi natale che militano nelle schiere della beneficienza o del marketing con i loro campanellini queruli e le vocette strozzate.
Quindi ho i miei buoni motivi se ci vengo, a natale come negli altri periodi dell’anno. Deve essere stato l’istinto a portarmi qui la prima volta, io ho un certo naso quando si tratta di scoprire qualcosa, non a caso facevo il giornalista, una via di mezzo fra il ficcanaso, il segugio e l’insoddisfatto. Sì, perché l’insoddisfazione è la molla che ti spinge avanti, sempre che tu la sappia girare in positivo. Forse è questo ciò che pensarono quando mi licenziarono; lo fecero per scatenare la mia insoddisfazione, aguzzare l’ingegno e mettermi nelle condizioni di ricostruirmi una vita sulle ceneri di quella vecchia. Questa è davvero bella. Mi sto inzuppando anch’io di buonismo natalizio e così finirò pure per ringraziarli quelli che mi buttarono fuori. Scherzi a parte, accadde tutto tanto tempo fa; sembrano secoli anche se in realtà dall’ultimo articolo che scrissi sono passati solo dieci anni.
Come se fossero pochi.
E quella cosa vuole? Possibile che per essere sensuali, le facce dei manifesti pubblicitari debbano essere inquietanti? Mi scruta con i suoi occhioni finto blu affondati nel bistro e l’enorme gorgo rosso delle labbra che paiono lì per risucchiarti. Ultra internet. Corre veloce l’alta qualità. Ma veloce verso dove? Alle spalle della donna una città del futuro; il profilo degli edifici assomiglia più a una selva di antenne che a un luogo in cui vivere. Lo spazio urbano di Blade Runner in confronto è rassicurante come un luogo di villeggiatura.
Comunque sia, istinto o no, la prima volta che venni qui, saranno più o meno due anni fa, rividi Umberto. Che festa mi fece. E sì che non ero più quello di una volta. Avevo la barba lunga – ecco, in questo senso potrei essere definito un barbone – , i vestiti dismessi, di quelli che ti danno i volontari e mi sentivo impacciato, fuori posto. E in effetti, un centro commerciale cos’ha da spartire con uno che non ha soldi da spendere?
Umberto mi ricordava impacchettato in abiti di ben diversa qualità eppure, almeno all’inizio, fece finta di non notare le mie condizioni. Mi offrì il pranzo al self service come si fa con un amico. Io avrei riempito il mio vassoio perché quando hai fame, gli occhi diventano più grandi della pancia e ti butteresti su tutto quello che vedi, ma mi trattenni, sia per non abusare della sua generosità, sia soprattutto per non cancellare in modo troppo brutale l’immagine che lui conservava di me quando vivevo ancora con mia moglie nello stabile signorile del centro di cui lui era il custode.
>Umberto volle sapere come me la passavo e io mi tenni sulle generali perché non volevo sbattergli in faccia la mia miseria, ma poi la birra mi sciolse la lingua e gli raccontai ogni cosa, dal licenziamento al divorzio e tutto il resto. Rimase sorpreso perché in effetti, a parte i trolley e la barba, non porto scritto in faccia che sono un senza casa. Tutto sommato mi tengo su, anche nei momenti più bui. Lui aveva smesso di fare il custode poco prima che iniziassero i miei guai, era diventato guardia giurata e attualmente svolge questo compito presso il centro commerciale. Abitualmente lavora di notte, ma quel giorno si trovava lì per sostituire il collega del turno diurno che era malato.
“Se vuole, dottore, può dormire nella mia macchina quando faccio la notte. Noi dipendenti possiamo lasciarla nel parcheggio e non si faccia scrupoli, tenga acceso il riscaldamento quando serve.” “Umberto, mi chiama ancora dottore? Anche adesso?” Gettò uno sguardo sulla mia figura stropicciata mentre l’espressione del mio viso gli chiedeva con un filo di disagio Ha visto come sono conciato, no? “E che vuol dire? Se uno è dottore, è dottore sempre.”
In seguito Umberto mi portò un po’ in giro e grazie a lui questo luogo incominciò a diventarmi più familiare. Mi mostrò dove parcheggia la macchina e mi presentò alcune persone. Quelli che contano, disse. Per cominciare, una delle donne delle pulizie che è amica di sua moglie e che mi è diventata molto utile perché grazie a lei ho libero accesso ai servizi quando sono chiusi e posso lavarmi comodamente. Poi Carla, la ragazza che lavora in uno dei bar. “Le ho fatto dei favori e so che lei non vede l’ora di ricambiare. Non è che possa fare molto perché è solo una cameriera, però sono sicuro che qualcosa ogni tanto salterà fuori, un cappuccino o anche un panino.” Infine gli altri guardiani che – come diceva lui – non gli dovevano niente, ma che mi avrebbero certamente preso in simpatia perché io ci so fare e l’amicizia delle guardie è sempre utile.
E così mi sono sistemato.
Oggi è feriale e è l’ora di pranzo. I bar sono pieni. Qualche tempo fa un illusionista pieno di soldi e arroganza disse che in Italia i ristoranti sono sempre pieni, altro che crisi. L’Italia è un paese benestante che consuma. Però qui dentro i ricchi che si incontrano nei bar sono i dipendenti dei vari esercizi che operano all’interno del centro commerciale e viaggiano a suon di buoni pasto pagati dall’azienda.
Eccola lì, la solita brunetta. Credo che lavori al negozio di intimo. Si siede sempre allo stesso tavolo, prende un’insalata e smanetta con l’i-phone per tutto il tempo, e quando ha finito di mangiare tiene il telefono in mano come si terrebbe in braccio un neonato. E’ abilissima nel pescare con una mano sola i soldi dalla borsa, pagare, mettere via il resto senza schiodarsi dall’i-phone che intanto la illumina con la luce del suo display, la sua identità così plurale, le sue tante verità che fluttuano sul noumeno della comunicazione, sull’ubiquità della presenza virtuale.
A questo punto però, anch’io devo riempire lo stomaco. Entro nel super e mi compro qualcosa. Due soldi in tasca mi girano perché sono disoccupato e senza casa, quindi il comune mi passa il sussidio che è poca cosa, ma serve. Oggi mi spettano un bel pezzo di pane, una mela e un po’ di formaggio, se è in offerta. I trolley li parcheggio nello sgabuzzino dove la tizia delle pulizie tiene il carrello. Se non è di turno, c’è l’altra, brava ragazza anche lei: le regalo due complimenti, ascolto le sue lagne e quella mi ospita i trolley come la sua collega.
Devo pesare la mela e con la coda dell’occhio vedo un tipo, sicuramente un pensionato messo piuttosto male, che depone il sacchetto sulla bilancia, lo prezza e poi aggiunge un altro paio di banane. Bravo, penso con ammirazione. E’ così che si fa. Però io non ci riesco. L’altro giorno hanno fermato uno che ha fatto sparire una busta di prosciutto, un panino e una bottiglia d’acqua. Sono disoccupato e ho fame, si è giustificato. Ma quelli niente, hanno avvisato la sorveglianza; Umberto è arrivato con l’espressione dura da sceriffo, però quando ha visto il viso scavato dell’uomo, ha cercato di minimizzare: “In fondo la merce è stata recuperata e c’è tanta gente disperata e…” “Non possiamo dare da mangiare a tutti i disgraziati di questo mondo” ha risposto il direttore mentre chiamava la polizia. Il poveretto è stato portato via e tutto è tornato al suo posto. Non è successo niente. E via così.
Il pensionato è alla cassa con le sue banane e io lo seguo con la mia mela, il filoncino e il formaggio che scade domani.
Un paio di settimane fa Umberto mi ha regalato il suo vecchio cellulare con la scheda e un credito di pochi euro. Si è comprato il Galaxy e pace per lui che così entra a far parte del mondo degli iperconnessi. Comunque il cellulare l’ho accettato per un motivo solo: mia figlia. Ho chiamato casa, ha risposto la segreteria e ho lasciato un breve messaggio con il numero di telefono per Alba. Forse un giorno mi chiamerà o forse nemmeno la distanza telefonica riuscirà a rendermi presentabile ai suoi occhi. Comunque è bello pensare che possa farlo.
Perché Umberto è così generoso con me? Un tempo era nella merda fino al collo e gli prestai dei soldi, un bel mucchietto di soldi. “ Glieli restituirò, dottore, prima possibile.” “Va bene Umberto, con comodo.”
Poi ci perdemmo di vista o meglio io lo persi di vista, lui sapeva benissimo dove abitavo, ma si vede che si era dimenticato la strada per arrivarci.
Bah, cosa vuoi fare. Comunque adesso torna comodo avere un credito. Umberto non parla più di quel prestito e forse spera che un giorno o l’altro io sparisca dalla circolazione per sotterrarlo definitivamente e può anche darsi che succeda. L’ho detto, sono un viaggiatore e i viaggiatori prima o poi si rimettono sulla strada. Di nuovo liberi.
Però intanto tengo duro, finché mi va a genio questo posto, e Umberto ancora per un po’ sarà costretto a fare i conti con la sua coscienza.
Quando andammo a vivere in quel palazzo io e Marisa eravamo felici.
Erano gli anni ottanta.
Eravamo giovani in una città che sembrava fatta apposta per chi voleva lasciar correre le proprie ambizioni, che faceva leva sull’iniziativa personale, una città dove tutto era possibile per l’individuo che credeva in se stesso, una città che guardava avanti.
Forse troppo avanti. Al punto, a volte, di dimenticarsi da dove arrivava. E non parlo solo degli anni settanta registrati nel sottofondo della coscienza, ma soprattutto della Resistenza, della fatica della ricostruzione, degli ideali smantellati dal benessere e dalla paura di sentirsi datati, un po’ bacchettoni e noiosamente retorici.
Comunque era un buon momento. Le occasioni non mancavano, anche per chi non era troppo propenso a tuffarsi nella Milano da bere e non era disposto a inseguire l’arrembaggio degli yuppie con ai piedi le loro Timberland in corsa verso il successo e l’armatura dei giubbotti da paninari pronta a proteggere da contaminazioni inopportune.
Avevo iniziato a lavorare in un grande quotidiano, un luogo di tradizione borghese, ma aperto al confronto fra il conservatorismo e il post moderno della nuova sinistra godereccia e senza pregiudizi ideologici che riempiva di eleganza made in Italy salotti e palcoscenici dividendosi equamente fra i fremiti un po’ svogliati della piazza e i salamelecchi di nani e ballerine. Lo stipendio buono, il domani sicuro. Marisa insegnava e può darsi che lo faccia ancora. Non so niente della sua vita, so solo che non ne sono più parte.
Un bip dal cellulare. Mi salta il cuore in gola, forse è Alba. Forse non mi chiama per prenderla alla lontana. Meglio un messaggio prima, è più innocuo.
E’ un’offerta commerciale. Ereditando il cellulare, ho ereditato anche la rete di contatti invisibili e indelebili che ogni sim si porta dietro. Il megastore di elettronica vuole che compri un tablet. Per far cosa? Ultra internet. Corre veloce l’alta qualità. E l’abbonamento chi lo paga? Già penso che, finito il credito, il cellulare non vedrà più soldi; certo lo metterò sotto carica per essere raggiungibile, non si sa mai, però meglio spendere per una birra che per il telefono. E poi il tablet serve a chi deve collegarsi, scrivere, leggere, essere informato in tempo reale, sentirsi al passo con la rete. Sono tutte cose che ho fatto anch’io, magari in modo diverso, ma le ho fatte, una vita fa. Non sono più così importanti; vanno bene, come passatempo, ma senza perderci la testa.
Cancello il messaggio.
Anche adesso però mi tengo informato. Al self service c’è sempre la copia di un paio di quotidiani e uno è anche il mio preferito. Inoltre, alla Apple puoi monopolizzare un tablet per un tempo ragionevole e così le notizie ti arrivano fresche e infine al megastore ogni tanto qualche televisore ha l’audio in funzione, non solo il video. Certo, non è che si possa scegliere. Mediaset ha la meglio. Chissà perché anche nei bar è così. Il televisore è sempre sintonizzato su canale cinque o su rete quattro nonostante le cazzate che sparano e il fine nemmeno tanto velato di volerti entrare in casa, di adescarti l’intimità offrendoti lo spettacolo di quella degli altri. Eppure è come un fluido che emana da quella voglia di giocare, di volersi bene e di stare allegri, un fluido che ti acchiappa e ti fa sentire protetto, in un luogo senza i pericoli della politica, senza gli sgambetti dell’economia, senza le trappole tristi della riflessione. Un sorriso caldo da cui guardare il mondo con ottimismo dispensando pensierini, critichine, piccole compassioni. Un luogo che trasuda cronaca, rosa, nera o di qualunque altro colore, una girandola di fatti privati, individuali su cui convogliare le passioni e addormentare la ragione. Da quel luogo di amicizia arrivano le cose giuste da pensare, da dire, da fare, le cose condivise con i più e che sono giuste proprio perché sono condivise dai più. E chi sa far girare sorrisi, emozioni e notizie, ha in tasca la verità.
Uno che ho conosciuto al dormitorio – sì, perché almeno ogni tre o quattro giorni vado in città, raggiungo il dormitorio, faccio la doccia, lavo la biancheria e magari ci passo la notte giusto per restaurare un minimo le articolazioni rattrappite – , un certo Guido che forse è più giovane di me, ma dalla strada ha preso tante sventole e ha una salute di carta velina, una volta aveva voglia di chiacchierare. Stavamo facendo una partita a carte e intanto la televisione trasmetteva uno di quei programmi della domenica pomeriggio. La conduttrice, scollata, luccicante e sorridente intervistava un minuscolo mostro non più alto di cinquanta centimetri. Anche lui sorrideva, ma il suo era una sorriso che cercava di scalare la vita, con il piccolo guinness di infelicità che si portava dietro mentre quello della conduttrice si sforzava di scendere fino a lui per raccogliere consensi e rimpolpare un’audience un po’ scolorita. “Guardare la tele mi fa star meglio” mi dice Guido. “Se vedo quelli più belli di me mi fa bene agli occhi e se vedo quelli più brutti, mi sento fortunato.”
Ancora il bip. Ancora il cuore in gola. Ancora l’offerta commerciale, la stessa.
Cancello. Ripongo il cellulare e mi trovo in tasca il biglietto dell’autobus. Lo spiano perché è un po’ spiegazzato. E’ un mesetto che lo sto usando, sempre lo stesso; quando sono a bordo lo tengo a portata di mano e intanto curo le fermate per obliterare in tempo utile e precedere l’eventuale incursione dei controllori. Se tutto è tranquillo, evito. E risparmio.
Guido tira avanti con le sue carte, il mostro con il suo guinness, la conduttrice con la sua audience e io con il biglietto strapazzato che mi permette di reiterare i miei viaggi. Ognuno in marcia con le sue scaglie di verità.
Anche allora c’erano tante verità, ma il confine fra una e l’altra era più netto. E in caso di confusione si poteva ancora pretendere un confronto con i fatti a dispetto di chi si azzardava a negarli, fossero l’olocausto, lo sbarco sulla luna o la guerra del Golfo. Io ero uno di quelli che ai fatti ci teneva, almeno nel senso di non andare contro l’evidenza e è stato proprio ciò che mi ha fregato.
Ma questo avvenne dopo.
All’inizio le cose erano chiare. Alcuni giornali e tv davano le notizie e i commenti, facevano cultura e intrattenimento in un modo e altri in maniera diversa. Era tutto trasparente: ognuno con la sua verità. E poi c’erano le tv private, piccoli fari di pluralismo posticcio che inondavano le case di cartoni, telenovele, pubblicità e calcio mercato intorno a cui si ritrovava un’Italia più ricca, appagata, senza conflitti. Non sembrava grave non chiedersi cosa ci fosse dietro quella patina di familiarità, di controllato dissenso, di semplificazione culturale, di facile moralismo. E soprattutto non sembrava grave assorbire il fascino di un pifferaio che soffiava dalle sue reti il rosa di  mirabolanti suggestioni.
Sì, però non mi va che la telecamera mi inquadri proprio mentre sto mangiando. Umberto mi ha mostrato dove stanno e io cerco di evitarle, tuttavia le panchine situate fuori dall’inquadratura in questo momento sono occupate e se voglio mangiare seduto, devo stare qua. E’ una mania questa delle telecamere. Sono dappertutto. Per la tua sicurezza ti spiega il viso sorridente da un pannello pubblicitario. E forse è anche vero. Però i pusher sanno bene dove trovare gli angoli ciechi e ci si piazzano quando devono tirare fuori la roba.
I cittadini devono stare al sicuro. Comunque io sono diffidente. Lo sono anche nei confronti di Umberto e soprattutto degli altri vigilanti, tutta brava gente che mi tratta con rispetto, ma è un po’ come con la polizia al parco: sei seduto lì, composto, pulito, non fai niente che non vada, quelli magari ti sfiorano solo con lo sguardo, tu sai di essere a posto e malgrado tutto questo, ti arrovelli a pensare se per caso hai commesso qualcosa di sconveniente o se ti sei comportato in modo anomalo.
I cittadini devono sentirsi protetti, anche da quelli come me che stanno sulla linea di confine: non rubano, ma potrebbero rubare, non aggrediscono, ma potrebbero farlo, non spacciano, ma non si sa mai. Le telecamere precedono ogni eventualità. Non c’è bisogno che i fatti accadano, l’importante è che potrebbero accadere.
E è proprio quello che avvenne allora.
Mi tenevano d’occhio. E chi se lo sarebbe mai immaginato, in quel clima così ibrido, in quel relativismo tollerante in cui il virtuale iniziava la sua epopea trafugando ai fatti la loro supremazia sostituita dalla molteplicità delle interpretazioni o anche dalle opinioni o addirittura dagli oroscopi, tutti veri, tutti diversi.
Eppure lo facevano, mi tenevano d’occhio. E non perché scrivessi come Bakunin.
Era morto Berlinguer. Non c’entra niente, però io penso che se non fosse morto, forse anche la mia vita si sarebbe dipanata diversamente. La società non sarebbe diventata quella specie di pappa informe in cui non si distingue chi ruba e chi non lo fa, chi se ne frega delle leggi e chi le rispetta e anzi mettere insieme tutto quanto diventa una strategia vincente e remunerativa. Il rosso sarebbe rimasto rosso e il nero nero e forse non sarebbe nato quell’azzurro mediatico che ha oscurato le coscienze.
Adesso ci vuole un caffè. Quello della macchinetta va bene e costa meno. Passo vicino a Hollister. Poche luci colorate sospese nel cupo dell’entrata davanti alla quale si vede una fila di teenagers dai capelli duri e dalle brache basse o leggings stretti fra stivali e giubbotti, a seconda del sesso. Rigidi, i piedi piantati nella propria postazione e le orecchie ficcate nelle cuffie, scivolano con gli occhi dentro il buio del negozio immaginando la t-shirt che tra poco avranno fra le mani insieme a un pezzo di mondo che li renderà più ricchi, più uguali, più trendy.
Mi ritrovo a canticchiare mentre guardo i ragazzi e sorseggio il caffè …a dying nation of moving paper fantasy, listening for the new told lies, with supreme visions of lonely tunes. Let the sunshine, let the sunshine in…[1]
Canticchio, ma mi sembra di sfotterli anziché esprimere la mia tenerezza sincera nei confronti del loro presente smorto e del loro immaginario di luminarie da quattro soldi come quelle di un natale di periferia.
La solita spocchia da intellettuale. Intellettuale con le pezze al culo però, anche se oggi non sto male perché ieri sono stato al dormitorio e mi sono ripulito. Quando vado in città, arrivo fino alla biblioteca e prendo in prestito un libro o anche due, se me li danno. Mi trattano bene, ma in fondo io passo quasi per normale e poi anche se si accorgono che sono un poveraccio, anzi proprio per questo, mi si avvicinano, cercano pretesti per attaccare bottone, per aiutarmi e allora io quasi mi vergogno di conoscere la letteratura e ascolto i loro consigli, la loro cultura e sono quasi lì lì per prendere il libro che mi indicano loro, però…
…però non lo faccio. Se c’è una cosa, una sola cosa in questa vita di merda che mi piace è che non devo dare retta a nessuno.
Libero. Di nome e di fatto.
Sì perché mio padre così mi ha chiamato, o forse è stata mia madre a decidere. Allora, la libertà era una vera primizia, venuta al mondo in un aprile qualsiasi che è diventato il nostro aprile.
La libertà in cambio di una casa. Di un lavoro. Di una persona con cui stare.
Ma il baratto è un’arte nobile che non c’entra niente con un posto come questo.
Le telecamere contro la paura e le code contro la solitudine. Qui al centro commerciale c’è tutto quanto serve per vivere, basta seguire il flusso.
Mi siedo di nuovo e mi pare di avere un’aria strana o forse semplicemente ho l’aria di un barbone – anche se non sono un barbone. Una donna mi passa davanti con il suo carrello. Si ferma. Sono curvo in avanti, gli avambracci sulle ginocchia e mi sto pulendo le unghie. Vedo solo i suoi piedi: scarpe modeste e un po’ sformate dall’uso. Mi tende una moneta. Alzo gli occhi sorpreso; non ho mai chiesto l’elemosina, non potrei farlo, o forse sì, però non voglio nemmeno pensare a questa eventualità. La guardo e mi preparo a rifiutare, lei sorride come per regalarmi qualcosa di più di una moneta e allora lascio che i soldi scivolino nella mia mano senza dire niente. Chino ancora la testa, le scarpe deformate si allontanano dietro al carrello e io mi sento confuso, ma mi riassesto subito perché la brunetta dell’intimo mi sta sbirciando dietro la vetrina del negozio.
Era morto Berlinguer, dicevo. Intanto cominciavano a emergere le magagne del comunismo reale. Circolava qualche interrogativo sul fatto che i comunisti, anche se non mangiavano i bambini, non avessero realizzato la giustizia sociale, ma avessero messo in piedi solo un gigantesco meccanismo di potere. E è iniziata lì la fuga vera dalla nostra giovinezza e dalle nostre utopie collettive, la fuga dalla politica, noiosa, ma forse ancora capace di mostrare significati, per rifugiarci nelle briciole di opulenza lasciate cadere qua e là solo al fine di garantire i consumi. Lì è incominciata la marcia allegra verso un progresso che non è mai arrivato.
Qualcuno aveva capito che ci stavamo scavando la fossa. Io ero uno di quelli.
Guardo i ragazzi che piantonano Hollister con il loro pezzo di benessere pronto ad acquistare una t-shirt e un frammento di mondo bello. Uno di loro saluta un amico che passa. “Vieni anche tu?” “Costa troppo la roba lì.” “Ma oggi c’è la svendita.” “Costa troppo lo stesso.” “Allora ciao.” Mastica la gomma rituffandosi nelle cuffie, con negli occhi la sua t-shirt e il figurone che farà stasera al pub.
E’ questo che non mi perdonarono. Mi buttarono fuori non per le cose che scrivevo, ma per le cose che pensavo. Che erano ragionevolmente certi che io pensassi.
Un giorno mi arriva una lettera della direzione. Sono accusato di aver utilizzato la possibilità di accedere al sistema informativo per manomettere dei dati. Naturalmente non c’era niente di vero. La realtà è che mi licenziarono perché nel bel mezzo della festa, quando l’illusionista scese in campo a difesa della patria, vidi il largo sorriso degli anni ottanta proiettarsi nel futuro con il suo pastone di verità da sostenere e negare a piacimento, con la sua società marmorizzata nelle ingiustizie, con i quiz televisivi, i reality e la tuttologia dei talk show capace di rendere superflua la scuola. E inoffensiva.
Vidi il buco nero. Mi ci gettarono dentro.
In seguito, lavorai presso altri giornali, ma la paura aveva ormai schiacciato la libertà e non fui più lo stesso. La mia firma finì per non valere più niente. Poi le incomprensioni con Marisa, anni bui. Ebbi una storia, lei lo venne a sapere e a poco a poco, fra litigi e tensioni, arrivammo al divorzio. La casa rimase a Marisa perché c’era nostra figlia che all’epoca aveva sedici anni. Terminati i risparmi, feci ogni genere di lavoro, mi accontentai di qualunque cosa, ma naturalmente i guadagni non bastavano per gli alimenti e per sopravvivere. E così dovetti lasciare anche il monolocale arredato in cui mi ero arrangiato. Sfruttai gli amici chiedendo ospitalità, alternando con qualche notte in motel e qualche altra in giro, poi mi rimase la macchina e infine dovetti vendere anche quella.
Il cellulare. Questa volta squilla. Sarà qualcuno che ha sbagliato o un venditore più deciso che non si accontenta dei messaggi.
Non rispondo. Riproveranno, ne sono certo. Sono come i testimoni di Geova, finché non ti beccano, non mollano.
Vendetti la macchina e iniziai a trascinarmi da un dormitorio all’altro, non riuscii a evitare gli angoli freddi, ma meno puzzolenti di altri, della stazione Centrale. Non ci stavo bene. Io sono un viaggiatore e per un viaggiatore non c’è niente di peggio che starsene in una stazione a veder partire gli altri senza poterli seguire.
Eccoli. L’avevo detto io che non si sarebbero arresi. Questa volta rispondo e li mando a quel paese.
“Pronto. Come?… Sei Alba?… Sì, l’ho lasciato io il numero, però non ci speravo, almeno non così presto… Certo che mi fa piacere… Sono al centro commerciale, sì quello in cui andavamo con la mamma… Devi comprare delle cose? Bene, se vieni, facciamo due chiacchiere.”
Mi servono i trolley per prendere una camicia pulita e poi quel che occorre per farmi la barba. Devo aspettare la donna delle pulizie, speriamo che faccia in fretta. Oggi non so chi sia di turno, ma qualunque sia delle due, va bene purché si sbrighi. Alba ha detto che non ci metterà molto. L’ultima volta che l’ho vista è stato l’anno scorso. L’ho aspettata sotto casa, l’ho accompagnata alla metropolitana, giusto il tempo per raccontarmi che insegna, ma è precaria e non sa mai dove la manderanno. E un ragazzo ce l’hai? ho azzardato. Sì, però anche quella è una cosa così. Così come? avrei voluto chiederle, però eravamo arrivati alla fermata e io non potevo scendere con lei perché non avevo il biglietto. Ho finto di avere fretta e invece sarei stato lì a mangiarmela con gli occhi, a sentirmi scivolare addosso la sua vita, le sue parole, a bere la sua felicità. Sì, perché Alba deve essere felice.
La brunetta si è messa sulla porta. Siamo sotto natale, ma la gente compra poco e il negozio è vuoto.
Passa un carrello. Dentro, un bambino con la bocca sporca di cioccolato divide lo spazio con i pochi acquisti. Qualche discount, un tre per due, poca roba. Dietro il carrello due giovani genitori con la loro tessera punti che li tiene uniti al mondo di cose buone che un po’ hanno acquistato e un po’ acquisteranno.
Forse.
Anch’io ho la tessera punti. Fa ridere, ma è così. Che me ne faccio? ho detto alla cassiera che me la voleva rifilare. Compro poco e non arriverò mai a completare i punti. Sì, ma è per gli articoli scontati, ce ne sono spesso, sa?, però bisogna avere la tessera. Ho compilato il modulo e ho lasciato i miei dati. Il problema si à presentato al momento di scrivere l’indirizzo. Quello del dormitorio va bene, ho pensato. Tanto che ne sanno? Quanti sono quelli che conoscono gli indirizzi dei dormitori?
Così adesso sono collegato anch’io al mondo di cose buone che con le promozioni sembrano anche migliori. Ora quel mondo di cose buone sa che esisto come il megastore e chissà quanti altri mondi che hanno i dati del mio telefono che però sono i dati di Umberto. Ma questo non ha importanza: è a me che si rivolgono e sono io che posso rispondere o no.
Dove diavolo si è ficcata la donna delle pulizie. Tra poco Alba sarà qui e io… io devo almeno sciacquarmi la faccia e poi vorrei infilarmi il maglione rosso. Vorrei che mi vedesse qualcosa di rosso addosso.

La brunetta mi segue con gli occhi mentre mi avvio verso i servizi. Le passo davanti e mi rovescia addosso uno sguardo liquido. Ha i capelli luminosi come se le feste ci si fossero impigliate dentro.

Mi rinfresco e poi raggiungo il luogo dell’appuntamento con mia figlia. Alba è già lì. Splende di luce come la brunetta e un po’ le assomiglia. Mi viene incontro accennando un sorriso. Metto su un’aria per bene per farmi coraggio, però la sento finta e me ne libero subito. Decido di puntare sul mio aspetto un po’ casual che con i giovani va sempre bene, ma a chi voglio darla a bere?
Sono un barbone, sono solo un barbone.
Alba toglie le cuffie, ma se le tiene sulle spalle come una sciarpa o un cordone ombelicale che la tiene collegata al suo i-phone, come la brunetta, come i ragazzi in coda, e come tutti i ragazzi che non possono nemmeno mettersi in coda perché non hanno niente da raggiungere.
“Ciao papà.”
“Che bello vederti. Andiamo a prendere qualcosa?”
Tremo perché ho in tasca solo pochi euro e ignoro cosa le piaccia bere.
Mi squadra.
“No, devo comprare le calze. Mi accompagni?”
“Andiamo.”
Entra nel negozio della brunetta. Io resto fuori e le sbircio con la coda dell’occhio. Si assomigliano davvero, più o meno la stessa età e quei capelli che scivolano lungo le spalle in fasci di luce scura.
Esce. La prendo sottobraccio sperando di non emanare cattivo odore. Mi lascia fare, anzi, mi pare che non le dispiaccia.
“Allora, come va la scuola?”
“Finché mi chiamano va bene. Il problema è che non sai mai cosa succederà il giorno dopo.”
”Per tutti è così.”
“Per alcuni di più; noi giovani siamo costretti a vivere alla giornata.”
“Beh, anche quelli della mia età…”
“Tu cosa fai adesso?”
“Lavoro nella sicurezza. Hai presente le inferriate, i sistemi d’allarme e cose del genere?”
“E dove hai l’ufficio?”
“Sono sempre in giro, soprattutto fuori città. Del resto sono proprio le villette isolate che hanno bisogno di protezione, ti pare?”
“I clienti li contatti sulla rete, immagino.”
“C’è qualcosa che non si fa sulla rete al giorno d’oggi?”
“Già.”
Sicura di non voler niente da bere?”
“No, sediamoci qui un momento. Anch’io sono sempre collegata, sia per le circolari che per la posta. Aspetto le chiamate delle scuole, sai? Poi quando mi voglio rilassare, mi incollo a facebook. Se non vuoi essere segata fuori, devi fare così. A volte non mi ricordo nemmeno se certi episodi sono successi a me o li ho visti sul diario di qualche amico.”
“Io per rilassarmi leggo.”
“Tu e la mamma mi avete fatto una testa così con la cultura e i libri, però oggi sono cose da ricchi, non ci si mangia. Una volta forse, quando eravate giovani voi potevano anche andare bene, ma adesso… Un po’ di scuola ci sta, ma poi servono o i soldi o le conoscenze o meglio ancora tutti e due.”
“Però è bello riuscire nella vita senza dover dire grazie a nessuno. Ci si sente liberi.”
“Sì, perché secondo te io sarei libera? Quando sono libera è perché sono disoccupata e poi neanche tanto libera visto che devo stare sempre appiccicata al telefono. Tu sì che sei libero. Mi piacerebbe vedere casa tua. Sono sicura che è molto più interessante di quella di mamma.”
“Ma, non saprei.”
“Perché te ne sei andato? Perché non mi hai mai voluto con te? Perché ci vediamo solo in giro, per la strada, in posti che non contano niente come questo.”
“Alba, ma sono domande… non lo so perché. E’ andata in questo modo e…”
“Tu non hai una casa, vero? E nemmeno un lavoro. E’ così?”
“Ma vivo bene lo stesso, sai. Come dici tu, sono libero. E sto bene. Non mi trovi bene forse?”
“No, non ti trovo bene. E non sei libero neanche tu, sei solo uno che ha smesso di decidere e che si accontenta di lasciar succedere le cose. Eppure non sei vecchio, non ancora. La mamma dice che tu sei uno che ha sempre tenuto la schiena dritta, ma adesso, quando hai fame o freddo, cosa fai? Potrebbe essere diversa la tua vita e anche la mia se non ci fosse stata quella dannata schiena dritta. Cosa mi hai lasciato? Cosa mi rimane quando penso a te?”
Potrei dirle che sono finito sulla strada per permetterle di stare al calduccio con sua madre, a dormire sonni tranquilli. Ma non lo faccio, non mi viene.
“Adesso devo andare.”
“Aspetta.”
“Cosa devo aspettare?”
“Collegati e poi dammi l’i-phone.”
“Cos’è, uno scherzo?”
Mi passa il cellulare. Trovo la canzone. Infilo un auricolare, le passo l’altro.
“Ascolta.”

…a dying nation of moving paper fantasy, listening for the new told lies, with supreme visions of lonely tunes. Let the sunshine, let the sunshine in…[2]
“Che significa?”
La guardo. Era morto Berlinguer. Lei nacque qualche tempo dopo, quello stesso anno. Era il 1984. Il ventuno dicembre, il giorno in cui Vega 2 partì per correre l’universo alla ricerca di Halley buttando il cuore dell’umanità oltre il muro di Berlino, oltre il muro d’etere che andava inventando sempre nuove, impalpabili realtà costruite su misura, oltre il muro delle statistiche che rendono comprensibili i numeri, ma non le persone.
Alba ci era sembrato un bel nome.
“Significa che sono finito sulla strada perché non sono mai riuscito a levarmi dalla testa queste parole.”
Ci alziamo, l’accompagno all’uscita, sparisce sul tappeto mobile che conduce al parcheggio. La lama di luce dei suoi capelli mi rimane dentro.
La brunetta sta calando la claire. Si gira e, per la prima volta noto che i suoi occhi non sono liquidi come quelli di chi ha appena fatto l’amore, ma sembrano lucidati con la lacca che li sigilla in un chiarore fisso. E duro.
La seguo. Per lasciar scorrere queste briciole di tempo che mi separano dal cappuccino con brioche che mi ha promesso Carla, prima della chiusura. Mi ha fatto un cenno veloce e mi ha proposto lo spuntino nel solito modo garbato che non riesce a offendere. Mi è restata anche la mela che non ho mangiato oggi. E poi, un sorso di grappa. Umberto lascia la bottiglia in macchina come se fosse per caso e io ne approfitto. Un goccetto mi aiuta a dormire. Però un letto è un’altra cosa: domani andrò al dormitorio anche se non mi va.
La brunetta si sofferma a guardare una vetrina, fa ancora qualche passo e poi si infila in un angolo cieco dove un tipo che non mi piace per niente la sta aspettando. Fingo di guardare una vetrina anch’io. Cerco di seguire quello che stanno facendo: poche parole, poi quello le dà qualcosa che lei fa scivolare velocemente nella borsa. E no, bastardo, tu quella robaccia alla brunetta non gliela dai. Assomiglia a mia figlia e ha la luce nei capelli. Vorrei saltargli al collo, ma l’uomo è già sparito. Anche la ragazza si sta allontanando con il suo carico di veleno. Forse lavora troppo e non riesce mai a mettersi in coda con gli altri ragazzi come lei, per tagliare le gambe alla solitudine, tutti insieme; o forse la sua è una solitudine spessa, che ha bisogno d’altro, ha bisogno di quella merda che si porta dietro per rendersi accettabile.
Aspetto il prossimo angolo cieco.
La brunetta si avvia verso l’uscita. Non riesco a guardarle gli occhi, ma so che quel chiarore di lacca li inchioda alla borsa e a quel che c’è dentro.
E dai, tira fuori il tuo i-phone, il tuo confessore, il tuo angelo custode, la tua guida spirituale. Collegati con un cazzo di mondo qualunque e se hai una vita di merda, inventatene un’altra – A volte non mi ricordo nemmeno se certi episodi sono successi a me o se li ho visti sul diario di qualche amico, così ha detto Alba e tu le assomigli – , ma butta via quello schifo e lavati gli occhi con un po’ di lacrime buone che si portino via la lacca, il duro e tutto il resto che non conosco.
Angoli ciechi non ce ne sono.
Tra poco sarà all’uscita dove c’è sempre almeno un sorvegliante. Però qui le telecamere non ti mollano, se fai qualcosa, ti sono addosso in una manciata di secondi.
Continuo a seguirla. L’edicolante mi guarda male. Di solito mi saluta o non mi vede neanche, però questa volta devo avere una faccia cattiva.
La brunetta fa per girare a sinistra. E no carina, tu ai servizi non ci vai. So ben io cosa vai a fare. Le salto quasi addosso, le strappo la borsa, lei grida Aiuto, al ladro!, qualcuno le fa eco.
Corro più forte che posso, estraggo dalla borsa il pacchetto e me lo ficco in tasca, scivolo sul pavimento lucido, mi rialzo, le luci di babbo natale negli occhi mentre gli ultimi jingle della sera spariscono nelle grida che mi tallonano.
Non riesco a frenare la corsa e finisco fra le braccia di Umberto che sta accorrendo sul luogo del furto. Mi guarda sbalordito. Gli dispiace che sia io, proprio io. O forse non gli dispiace nemmeno tanto. Per via del debito, intendo.
“Con tutta la gentaglia che gira, non si può mai stare tranquilli.”
Mi giro. E’ la brunetta che ha parlato.
“Quello lì, poi – fa un cenno con il mento nella mia direzione – . L’avevo detto alla mia titolare che bisognava mandarlo via. Ma cosa potevamo fare noi se lo lasciano stare qui tranquillo come se fosse la mascotte del centro commerciale?”
Mi vien da ridere. Proprio lei che ha il filo diretto con lo spaccio.
“Posso riavere la mia borsa?”
La ragazza ha paura che scoprano la roba, si mangiucchia le labbra. Vorrei rassicurarla, ma non so come e del resto una buona dose di fifa non può che farle bene.
“Un momento, signorina. Abbia pazienza, dobbiamo aspettare la polizia.”
Umberto le sorride e poi mi guarda, ma io rimango lì a fissarmi i piedi e allora lui bisbiglia “Ma perché, dottore? Perché?” Poi prende la distanze anche lui.
Siamo nell’ufficio della vigilanza. Ci restiamo per un tempo impreciso, la ragazza guardando la sua borsa, io con l’attenzione fissa sui miei piedi, Umberto saltando con gli occhi dall’orologio al monitor collegato alla telecamera, come se si aspettasse un altro furto perché si sa, queste cose, quando cominciano, poi fan presto ad attaccare.
Arriva la volante. La brunetta strabuzza gli occhi. Non so come si chiami, ma è un po’ come se fosse di famiglia. Perché assomiglia a mia figlia, perché ha la stessa età e forse è nata proprio lo stesso giorno. Si è staccata da sua madre come Alba da Marisa, come Vega 2 dalla Terra in cerca del futuro. Chissà domani su che cosa metteremo le mani canta Dalla da qualche parte.
“Posso riavere la mia borsa?”
“Tenga – risponde il poliziotto senza aprirla. – Controlli se c’è tutto.”
La ragazza fruga nella borsa, guarda il poliziotto, ma quello sta stendendo il verbale. Umberto gli sta raccontando come si sono svolti i fatti. Nessuno le fa caso e lei si sente rinfrancata. Mi pianta gli occhi addosso, un secondo prima che l’altro agente della pattuglia mi metta le manette.
“Andiamo” intima l’uomo.
Mi processeranno per direttissima, penso. Il furto, e poi la roba. Ancora non l’hanno vista, ma al momento della perquisizione non si scappa. Non sono mai stato in carcere e non è una cosa bella anche se in fondo starò al caldo e avrò da mangiare.
Ma io sono Libero. E preferirei starmene nella macchina di Umberto a mangiarmi la mela e a bere un goccio.
Mi giro. Umberto aspetta che i poliziotti non lo vedano e poi mi sorride velocemente. La ragazza no. Non mi guarda più, non vuole avere niente a che fare con me, con la roba che potrei tirare fuori all’improvviso per coinvolgere qualcun altro nella mia disgrazia. Non lo faccio, probabilmente le sembro un idiota. E forse lo sono. Le cerco un nome che assomigli a quello di Alba, che sappia di cometa.
E mi viene Futura.
Mi viene su così, forse perché Dalla continua Su quali strade camminerà, cosa avrà nelle sue mani… o forse perché lei ha lo sguardo bello, reso limpido dalla paura e dallo stupore, vivido come la coda di luce impigliata nei suoi capelli.

 


[1] …una nazione trattata come un popolo di bambini
che ascolta le nuove bugie
che vengono accompagnate da supremi ideali e malinconiche melodie.
Fai entrare le luce del sole splendente…
[2] …una nazione trattata come un popolo di bambini
che ascolta le nuove bugie
che vengono accompagnate da supremi ideali e malinconiche melodie.
Fai entrare le luce del sole splendente…

Aggiungi ai preferiti : Permalink.