Il cerotto

di Giordano Boscolo

È sera.
Una donna e un uomo sono seduti l’una accanto all’altro, al tavolo di una sala da pranzo. Sulla tovaglia, gli avanzi della cena e un posacenere con due cicche spente. Il caffè è già stato consumato. Il volume del televisore è molto basso, per favorire la possibilità di una conversazione.
La donna si chiama Silvia, compirà cinquant’anni tra poche settimane, ha un marito e un figlio adolescente che l’aspettano a casa. L’uomo si chiama Bruno, ha ottantaquattro anni, vive solo. Bruno e  Silvia sono padre e figlia.

Non avevano parlato molto durante la cena, ma non erano nemmeno affogati nel silenzio pesante che spesso occupava lo spazio delle loro rare serate insieme. Il mangiare era stato modesto, Silvia non aveva avuto tempo di cucinare niente di speciale; preoccupata per la magrezza del padre, che negli ultimi mesi era andata aumentando in modo allarmante, si era premurata soprattutto di preparare porzioni generose. Lui aveva avanzato gran parte di quello che Silvia aveva messo in tavola e per tutto il tempo era rimasto a fissare lo schermo, commentando senza convinzione le notizie del telegiornale. Non che quella sera Bruno fosse particolarmente ombroso, né ostile, né di cattivo umore, era soltanto stanco, di una stanchezza alla quale stava cominciando a dare sempre più corda, una stanchezza che Silvia interpretava come una resa; sembrava aver reagito bene alla morte della moglie, avvenuta di recente, per quanto si possa chiamare reazione la semplice presa di coscienza di essere rimasto irrimediabilmente solo. Irrimediabilmente, cioè senza rimedio.
Silvia telefonava con regolarità e passava a trovare il padre appena poteva, eppure, nonostante l’affetto della donna fosse sincero, le sue premure gli facevano venire in mente il giro del reparto effettuato dagli infermieri per controllare se va tutto bene o se qualcuno dei ricoverati si è pisciato addosso. “Non sono ancora arrivato a tanto, stai tranquilla.”
“Scusa?”
“Niente, stavo pensando a voce alta.”
“Bè, mica tanto alta, ti ho sentito appena.”
Bruno sorrise, le carezzò la mano e prese una sigaretta, aspettando che la figlia lo sgridasse dato che aveva fumato pochi minuti prima.
“Dai, passami il pacchetto, me ne faccio un’altra anch’io.”
“Brava, dacci dentro. Non vale la pena privarsi di niente, sai, tanto alla mia età mica ci arrivi sana. In nessun caso.”
“Sei stato zitto tutto il tempo, ma per dire stupidaggini il fiato lo trovi.”
“Puoi magari arrivarci senza malattie, alla mia età, ma sana no di certo.”
Silvia raccolse le Diana che il vecchio aveva fatto scivolare sopra la tovaglia e, con gesto automatico, guardandolo negli occhi, accese una sigaretta.
“Non so più quante volte ti ho detto che credo di non aver mai capito le tue battute.”
“Quali battute? Io non ho mai scherzato in vita mia.”
Lei si versò un altro mezzo bicchiere di rosso. Stava per iniziare un vecchio film in bianco e nero, uno di quei film che da piccola amava guardare insieme ai genitori, stesa come una gatta sul tavolo sparecchiato. Silvia non ha mai dubitato che quei film meravigliosi, visti all’alba della sua giovinezza, nella cucina ancora odorosa di sughi e spezie, abbiano costituito il primo impulso a intraprendere la carriera di attrice.
Era un film con Orson Welles. Prese il telecomando e alzò leggermente il volume.
“E il lavoro come sta andando? Se non ricordo male, la prossima settimana andrai in scena con il nuovo spettacolo” disse Bruno.
Lei era convinta da sempre che suo padre fosse in grado di leggerle il pensiero, quindi non si stupì che le avesse chiesto una cosa a cui stava pensando proprio in quel momento.
“Sì, la settimana prossima debuttiamo. Lo sai, ormai non sogniamo più il tutto esaurito, speriamo solo di rientrare nelle spese prima di finire la stagione. A volte mi viene da pensare che il teatro sia morto da un pezzo.”
“Ti sbagli, il teatro non è morto, è solo vecchio. Il che è anche peggio.”
Silvia si alzò per svuotare il posacenere, dopo essersi assicurata che non ci fossero cicche accese.
“Tu sì che sai come tirarmi su” batté con forza il posacenere sul bordo della pattumiera e gli diede una passata con lo scottex. “La cosa che mi fa più incazzare è che probabilmente hai ragione.”
“Se non fosse per la mia gastrite varrebbe la pena brindare a questa ammissione con una bevuta come si deve.”
La donna appoggiò il posacenere sul bordo del lavandino e aprì leggermente la portafinestra della cucina. Cominciava ad avere caldo.
“Quanti anni hai detto che compi il mese prossimo?”
“Ecco un altro argomento che tocco sempre volentieri.”
“Via, sono tuo padre, mica un giornalista. Allora quanti sono? Cinquantatre? Cinquantaquattro? Non ci crederai, ma non lo ricordo più.”
“Fanculo papà, ne faccio cinquanta e tutti me ne danno almeno cinque di meno.”
“Ecco, a vederti in questo momento non ne dimostri più di quaranta. Non lo sai che arrabbiarsi fa bene alla pelle? Dovresti ringraziarmi, venire qui è meglio di una seduta di massaggi. E non costa niente.”
“Lo dici tu che non costa niente.”
Silvia cominciò a infilare i piatti nella lavastoviglie. Lasciò sulla tavola soltanto i bicchieri e una bottiglia d’acqua.
“Pensi mai che potresti ricominciare a scrivere? Credo ti aiutarebbe a…
“Ti ha dato di volta il cervello? E di cosa dovrei scrivere, secondo te? Del fatto che ogni giorno ci metto un’ora buona a vestirmi e passo il resto della mattina a chiedermi perché mi sia dato la pena di farlo?”
“Bè, potrebbe essere un’idea. Sono sicura che sapresti renderlo divertente.”
“Il mio editore è morto.”
“Questo che significa?”
“Non solo lui, ma anche la maggior parte delle persone che conoscevo. E quelle ancora vive farebbero bene a darci un taglio.”
“Scrivi per te allora, al diavolo gli editori. Mica devi pubblicare.”
“Stai scherzando, vero? Riempire i cassetti con altre carte di cui tu e tuo fratello dovrete liberarvi dopo che sarò morto? Meglio di no, credimi.”
“A volte sei insopportabile.”
“Lo diceva sempre anche il mio editore, e hai visto che fine ha fatto?”
Silvia si voltò verso la lavastoviglie, fingendo di trafficare con i pulsanti. Suo padre aveva la capacità di irritarla e divertirla al tempo stesso, e aveva sempre l’impressione che in questo modo le impedisse di poter fare qualcosa per lui.
“Senti, tra un po’ devo tornare a casa. Hai bisogno di niente?”
“No, niente. Ah, riporta qui il posacenere che questa sera ho voglia di finire il pacchetto. E tu mi darai una mano.”
“Non posso fermarmi ancora papà, devo proprio andare. Federico vuole parlarmi di alcune scene che secondo lui andrebbero cambiate e come se non bastasse oggi non sono ancora riuscita a vedere mio figlio.”
“Non dev’essere facile lavorare con il proprio marito.”
“Non è facile per niente, ma è un ottimo regista e non potevo permettermi di rinunciare alla parte anche questa volta.”
“Ti prego, soltanto un’altra poi te ne vai. Non vorrai mica lasciarmi qui a fumare con Orson Welles?”
Silvia si sedette accanto a suo padre, mise il posacenere al centro e allungò la mano verso il pacchetto.
“A proposito, com’è andata stamattina?”
“Stamattina?”
“Sì, gli esami del sangue. Non ti sarai mica scordato di andarci?”
“Ah, quello. Tutto a posto, stavolta non hanno avuto problemi a trovarmi la vena, sono così magro che mi si può vedere attraverso.” Si accarezzò il gomito sinistro.
“L’ultima volta ti si era formato un ematoma che pareva una cancrena. Ci sono andati più leggeri, spero.”
“Credo di sì.”
“Credi di sì?”
“Lo sai che cerco di guardarmi il meno possibile.”
Silvia incrociò le braccia sul petto e lo guardò corrucciata, certe volte le sembrava proprio di avere a che fare con suo figlio.
“Quando arriverai alla mia età capirai cosa intendo.”
“Ok, fa vedere.”
Bruno stese il braccio sulla tavola e lasciò che la figlia tirasse su la manica.
“Ma… c’è ancora il cerotto. Com’è che non l’hai tolto?”
“Me ne sono completamente dimenticato” rispose il vecchio, guardandosi l’incavo del gomito come se non fosse suo. Grattò leggermente con l’unghia sotto un’estremità per staccare il cerotto, ma la pelle non voleva saperne di separarsi dalla striscia adesiva.
“Ahi!”
“Ma cosa ti è saltato in testa di lasciarlo lì tutto il giorno” disse Silvia, grattando anche lei con l’unghia intorno al bordo del cerotto.
“Te l’ho detto, me ne sono completamente dimenticato. Come mai non si stacca?”
Non era un semplice cerotto, bensì uno di quei nastri medicali che vengono applicati facendo un giro completo intorno al braccio. Niente di strano, in effetti, eppure aveva aderito così bene che sembrava tutt’uno con la pelle.
“Allunga bene il braccio e lasciami fare.”
“Credi che non riesca nemmeno a togliere un maledetto cerotto?”
“A quanto pare no. Ora stai fermo.”
“Non mi piace per niente quello che stai facendo. E guarda che faccia. Adesso di anni ne dimostri sessanta.”
A Silvia tremavano le mani. Le veniva da ridere per l’impegno che entrambi stavano mettendo in un’operazione così semplice, ma nello stesso tempo sentiva montarle un’inquietudine dolorosa.
“Che succede? Perché ti sei fermata? Stacca quell’affare e facciamola finita.”
Bruno scostò le mani della figlia e diede uno strattone. La pelle si sollevò al punto che sembrava dovesse venir via dal braccio, ma continuò a rimanere attaccata al cerotto.
“Ahi, porca puttana!”
“La pianti di tirare così? L’hai capito o no che non si stacca? Dobbiamo fare diversamente.”
Non ricordava di aver mai toccato in questo modo, e così a lungo, la pelle di suo padre. Il braccio era scheletrico, cosparso di macchie scure, solcato da vene e nervi tanto evidenti da sembrare un trucco cinematografico, diviso in due dal cerotto che, per via del colore e della perfetta adesione, sembrava una striscia di pelle mutante cresciuta come una fascia trasversale. Rabbrividì a immaginare come doveva apparire suo padre completamente nudo, un fantasma senza più carne, un’anticipazione di quello che sarebbe diventata anche lei con il passare degli anni. Mentre armeggiava su quel braccio così leggero, sbirciava la faccia di Bruno, i suoi occhi costernati puntati sul cerotto, le labbra contratte, il cranio nudo luccicante sotto la lampadina a basso consumo che pendeva dal soffitto. Si fermò. Avrebbe voluto abbracciarlo e sussurrargli qualcosa di confortante, una di quelle frasi che ti entrano dentro come una medicina, che ti ridanno speranza e ti rimettono in pace col mondo. Come faceva lui quando era ragazza. Avrebbe voluto restituire il bene che le aveva fatto negli anni della sua adolescenza, ma non ne era in grado. L’illusione della speranza ha bisogno di una prospettiva temporale per mettere radici e fiorire, ed è proprio questa prospettiva che manca alla vecchiaia. La sola cosa che poteva fare era liberarlo di quel nastro che lo stava tenendo sotto scacco.
Provò a togliere l’adesivo tenendo ferma la pelle con l’indice e il pollice della mano sinistra e tirando il cerotto verso l’alto con la destra, più piano che poteva. Qualcosa era cambiato, adesso la pelle era stata liberata per un paio di centimetri e quella piccola area appariva arrossata e lucida.
“Hai visto? Ha cominciato a staccarsi. Però dobbiamo trovare un altro sistema.”
“Guarda che razza di stronzata mi doveva capitare. Quel cane di infermiere deve aver usato un nastro da fabbro.”
Silvia prese un tovagliolo pulito dal cassetto e lo inumidì con dell’acqua calda.
“Proviamo con questo.”
“Con un straccio bagnato?”
La donna cominciò a strofinare delicatamente la pelle intorno ai bordi del cerotto con il panno, bagnò anche tutta la superficie della striscia in modo da indebolire la tenuta della colla.
“Ecco, adesso dovrebbe essere più facile” disse “stendi di nuovo il braccio e resta fermo.”
Il padre ubbidì. Stese il braccio rinsecchito sopra il tavolo e lasciò fare alla figlia.
Così lentamente da sembrare immobile, Silvia liberò la pelle dal dispositivo che l’aveva imprigionata, millimetro per millimetro, col terrore che la cute si potesse sbregare, rimanere attaccata al cerotto, strapparsi dall’incavo del gomito, sbriciolarsi sotto i suoi occhi come un foglio bruciacchiato. Separandosi finalmente dal cerotto, la pelle ritornava alla sua condizione normale superando diverse fasi di riassestamento: il colore passava dal bianco giallastro dovuto alla tensione al rosso sempre più intenso causato dal distacco traumatico del cerotto, per poi assumere un colore omogeneo rispetto al resto del braccio; la superficie dell’epidermide, dapprima raggrinzita per essere rimasta tutto il giorno soffocata dalla colla, riprendeva lentamente il suo aspetto consueto, con le macchie senili, le vene in evidenza e tutto il resto. Al centro dell’incavo, sotto il batuffolo di cotone che aveva lasciato sulla superficie degli sfilacci biancastri che sarebbero venuti via soltanto sfregando accuratamente con una spugna bagnata, era visibile il piccolo foro rosso da cui era stato prelevato il sangue: leggermente in evidenza rispetto all’intorno, con una vena più visibile delle altre che passava proprio sotto la superficie.
Silvia continuò a passare con delicatezza la stoffa umida sull’area irritata, impressionata per la sottile inconsistenza della pelle al contatto delle dita; sembrava seta, o fragilissima carta, in ogni caso qualcosa che dava l’idea di una vulnerabilità di cui non le sembrava di aver mai avuto esperienza prima d’ora, o di non averci mai fatto caso. Sì, forse suo figlio quand’era molto piccolo, quando lo prendeva dalla culla mentre ancora dormiva, ma era una cosa diversa, una gracilità d’altro tipo, che dava comunque il senso della compattezza, dell’integrità, mentre in questo caso, con la pelle di suo padre, si aveva l’impressione di una forza che veniva meno, di una interezza non più capace di rimanere tale, di una disgregazione irreversibile.
“Be’, direi che ce l’abbiamo fatta” disse Bruno “e che ci voleva?”
“Niente. È stato sufficiente staccare la pelle dal cerotto anziché il cerotto dalla pelle” rispose Silvia con un sorriso.
Bruno aveva l’aria imbarazzata, lei lo notò, ma fece finta di niente. Dopotutto si sentiva imbarazzata anche lei, anche se non ne capiva il motivo.
“Spero che la prossima volta lo toglierai un po’ prima.”
“O magari lo lascio lì definitivamente. Adesso che l’abbiamo levato ho come l’impressione che il braccio sia meno solido. Non è che abbiamo fatto male? Fa una cosa, prendi lo scotch e avvolgimene 5 o 6 metri intorno al corpo, secondo me mi aiuta a stare in piedi.”
“Certo, e se infili un manico di scopa dove dico io ti sparisce anche la gobba.” Silvia rise forzatamente e si passò un fazzoletto sugli occhi, fingendo di asciugarsi delle lacrime di ilarità.
“Che ne dici se ce ne fumiamo un’altra?” gli chiese “e magari ci facciamo anche il bicchiere della staffa.”
“Brava, finalmente qualcosa di sensato. Tira fuori quella bottiglia dal frigo, hai avuto così fretta di metterla via che non mi ricordo nemmeno più se era vino rosso o bianco.”
Silvia ubbidì. Riportò la bottiglia sulla tavola, passò il pacchetto a Bruno, che estrasse una sigaretta, poi si accese la sua, e posò appena la testa sulla spalla di suo padre, facendo attenzione a non pesargli troppo addosso, mentre sullo schermo Orson Welles si aggirava circospetto per le strade di Vienna, umbratili e perdute per sempre nelle pieghe del passato.

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