Andremo via anche noi

di Virginia Less

Si sta organizzando già da alcuni mesi, Giuseppe. È un uomo riflessivo, avvezzo all’uso di metodi e procedure.
A sua moglie ha deciso di non dir nulla. La divisione dei ruoli non è nata, nel loro caso, dalla sua volontà “maschilista”. Laura è una persona bisognosa di sostegno, e forse – ripensa spesso – l’ha accettato, ancora ragazzi, proprio perché le dava sicurezza.

E sempre è ricorsa a lui per essere sollevata dall’ansia della scelta. L’abito adatto, la marca della lavatrice, le dimissioni dall’impiego dopo la nascita di Andrea: su ogni questione suo marito ha dovuto, in un modo o nell’altro, rendersi responsabile.
Come ogni mattina, da quando non lavora, Giuseppe ha sfogliato i giornali nella saletta della biblioteca comunale. È una fortuna, con i tagli di spesa, che ancora li comprino. Poi si è intrattenuto in chiacchiere, più o meno le solite, con un paio di pensionati e ora passeggia per le strade del centro prima di tornare a casa.
A lui Latina piace, malgrado tutto. L’apprezzava anche da ragazzo, ben prima che l’architettura razionalista fosse rivalutata e le città di fondazione fatte oggetto di convegni e mostre. Non contesta le classifiche del Sole24ore sulla qualità della vita, che la collocano in posizione poco onorevole. Ha occhi per vedere e tante cose non gli stanno bene per niente.
Ma discende da una famiglia di veneti bonificatori e, da quando Pennacchi ha vinto lo Strega, il  latente sentimento di appartenenza gli si è palesato con forza. La storia che il libro racconta potrebbe essere la sua. Giuseppe è un tecnico, non ha familiarità con la memoria storica e gli acculturati dintorni, ma la coltiva nella maniera che sa. Quando Andrea era piccolo gli ha raccontato dei nonni e bisnonni; tiene da conto un album di vecchie fotografie che spera passino ai nipoti, se ce ne saranno.
Fa il giro della piazza, si sofferma accanto alla fontana con la palla e ne conta distratto gli zampilli. Là sotto sarebbe sepolto il mitico camion 18BL, nascosto con zelante foga notturna alla vista del duce in arrivo per l’inaugurazione. Intorno, puro stile ventennio: travertino e mattoni, la torretta con l’orologio, alte finestre dalle bordure sagomate.
Poco oltre, Latina non più littoria: fisionomia problematica, nostalgia ostentata di fastosi fasci, ipertrofia di sgraziati palazzi anni Sessanta e torri postmoderne in odor di camorra.
La palazzina in cui abita Giuseppe sorge appena al margine del centro storico: otto appartamenti spaziosi e ben rifiniti. Alla scadenza del mutuo mancano ancora dieci anni, ma lui ha appena completato la pratica per estinguerlo. Sua moglie non sa neppure questo.

«Non doveva farlo. L’altro papa ha portato la croce fino alla fine e lui non sembra così mal ridotto» l’ha già ripetuto più volte, Chiara, con insolita determinazione. La TV continua a mostrare immagini di udienze e processioni: porpore sontuose, folle plaudenti e sconosciuti che rilasciano dichiarazioni dubbiose, commosse o fideistiche.
«Mah, sembra che ci siano sotto lotte di potere e anche faccende di soldi. La curia, lo IOR, sui giornali c’è un sacco di roba» risponde Giuseppe, tanto per dire.
«Don Paolo la pensa come te?» aggiunge, con vago sarcasmo.
Che qualcuno abbia creato il mondo lui in fondo lo crede, ma tutto il resto già al catechismo gli sembrava una favola e della chiesa ha un’opinione scadente.
«Certo che no. Dice che le vie del signore sono infinite e se a Benedetto sedicesimo ha chiesto di farsi da parte avrà le sue buone ragioni.»
«Tu però non ne sei convinta.»
Chiara è praticante, assidua frequentatrice di messe e attività parrocchiali, ma scuote la testa con una smorfia di diniego, mentre toglie di tavola i piatti fondi e gli presenta una frittata.
«Credo che doveva rimanere al suo posto. Non spetta a me giudicare, in questo don Paolo ha ragione.»
Il telegiornale è intanto passato oltre, tacciono per ascoltare le notizie sulle elezioni.

Alla moglie Giuseppe ha continuato a dire di trovarsi ancora in mobilità ed è riuscito a confonderla sulle date. In verità è fuori: la farmaceutica per cui ha lavorato da quasi trent’anni lo ha licenziato e, a seguito di una serie di errori burocratici, lui non fa parte dei salvaguardati. Per la pensione mancano ancora anni e contributi, che dovrebbe versare da sé.
Potrebbe, consumando l’indennità di fine rapporto, ma ha deciso di pagare il mutuo residuo in modo che suo figlio abbia almeno…
«Stasera chiamiamo Andrea» dice Chiara come leggendogli nel pensiero: «Era raffreddato, l’altro giorno, quel clima non fa proprio per lui.»
E già, l’Inghilterra è nebbiosa, ma lui vuole comunque tornare in Italia, dove ha la ragazza. È laureato in lingue; lo stage che sta facendo servirà, si spera, per trovare qualcosa anche a Roma. Giuseppe ha continuato a passargli un aiuto, dai risparmi già assottigliati dopo due anni di cassa integrazione.
Annuisce. Un posto alla sua età, sicuro che non lo ritrova. Ha già fatto i suoi conti, preciso e procedurale come è sempre stato nel ruolo di perito chimico. Con quel che gli rimane potrà sopravvivere grosso modo un anno. Nel corso del quale dovrebbe accadere un evento prodigioso, quale un ottimo impiego per il figlio, una chiamata per lui, la lotteria della Befana… Ma Giuseppe ai miracoli non ci ha mai creduto. Andrea sarà precario, bene che vada, lui sempre disoccupato e i miliardi li vincerà qualcun altro.
Ha preparato dunque il suo piano. L’ha chiaro in testa già da un po’, lo rivede e migliora in pratica ogni giorno, lima le imperfezioni, aggiunge particolari. Lo scopo è di renderlo del tutto credibile, naturale, insospettabile.
Crede di aver previsto tutto il prevedibile, quale che sia la scelta definitiva tra le due opzioni alla sua portata, entrambe praticabili con successo. Si equivalgono, o quasi, per cui continua a rivisitarle con accuratezza e puntigliosità ormai maniacali. Mancano diversi mesi, deve prendersi una pausa mentale per non esaurire le energie prima del tempo e, imperdonabile, rischiare una perdita di lucidità al momento giusto. Se lo ripete di continuo, Giuseppe, e di rado gli riesce.
«A che pensi?» chiede Chiara, come fa spesso quando si rende conto che il marito ha la mente altrove. E lui, pur incapace di controllare l’espressione assorta, ha presto realizzato di non dover rispondere “a niente”: accrescerebbe la sua inquietudine. Ha in serbo un piccolo elenco di proposte, tranquillizzanti per entrambi.
«La cantina è piena d’impicci inutili, pensavo di metterci mano.»
Sua moglie, che glielo rammenta da un pezzo, ne è ben contenta. Buttare via le cose la mette in crisi, le viene sempre il dubbio di poterne far uso e, come sempre, preferisce che sia lui a decidere.
Le ore scivolano via nella cernita di oggetti disparati, cui l’uno o l’altra associano ricordi di episodi ormai lontani. A volte l’origine e l’uso sono scomparsi dalla memoria e ne discutono, divertiti.
L’umida sera di febbraio intristisce il cortile deserto quando scendono in strada per depositare gli scarti nei cassonetti. Poco dopo Chiara si cambia ed esce: manca il latte, passerà in chiesa.

Giuseppe siede in poltrona e accende il televisore. Le elezioni e il papa, altro non c’è. Sconfortanti, per quante chiacchiere ci ricamino sopra i giornalisti. Il paese va in malora, ingovernabile, e il Vaticano è un centro di affari sospetti.
Si immerge nei suoi pensieri. Chiara deve venire con lui, si ripete per l’ennesima volta, da sola non può lasciarla, sarebbe una vigliaccheria.
L’opzione uno prevede un banale incidente di macchina. Perderne il controllo e finire giù, fino al mare. C’è in zona una bella panoramica che si inerpica sulle colline, tutta curve e tornanti, offrendo panorami mozzafiato sul blu cobalto del Tirreno e strapiombi a volontà. Giuseppe l’ha percorsa più volte, dall’autunno, quando il traffico è scarso, soffermandosi a studiare i punti più adatti. Uno davvero perfetto, con la curva secca a filo di precipizio.
Le possibilità di uscire vivi dalla caduta sono praticamente nulle: la vettura, dopo un bel numero di capriole, si schianterà su uno degli speroni di roccia simili a guglie che costellano la scarpata ripidissima. Vi resterà appoggiata, oscillando per qualche secondo, prima di riprendere la corsa verso l’acqua profonda.
Semplice e decoroso. Andrea non si ritroverà addosso l’onere morale dei genitori suicidi e la casa, libera da ipoteche, gli permetterà di tirare avanti con Laura, la fidanzata di sempre, condannata al precariato peggio di lui.
Però Giuseppe continua a immaginare la faccia terrorizzata di sua moglie mentre la macchina li centrifuga con orrendi frastuoni verso la morte ed è consapevole che un’infinitesima possibilità di sopravvivenza – sciancati, vegetali, rottami – pure c’è. Se toccasse a lui, e in grado d’intendere, impazzirebbe.
Forse matto lo è già, quanto meno depresso. Se lo chiede ogni tanto, rispondendosi di no. La soluzione è logica, confortevole; lo sgomenta assai meno della perdita della casa, l’indigenza progressiva, le umiliazioni ripetute. Quel che poteva ha fatto, continuerebbe a portare il suo carico se ne avesse la possibilità, ma non c’è nulla di cui rendersi responsabile. È ormai fuori da tutto, superfluo, atono, privo di scopo.
La seconda opzione gli piace di più, anche per via del mare. Giuseppe ama l’acqua, è un buon nuotatore, interessato alla pesca. E nella darsena semi abusiva di Rio Martino, un inquinato canale costiero mai nobilitato in porto a onta delle promesse elettorali, tiene all’ormeggio un vecchio gozzetto.
Nel primo anno di mobilità ha avuto tutto il tempo di risistemarlo al meglio ed è stato contento di portare a casa un raro tonnetto o palamita, se ci provava a traina, oppure una frittura di pescetti tirati su col bolentino. Da quando si sa privo di salvaguardia, gli è venuta meno anche la voglia di pescare. Comunque va a bordo con regolarità per i consueti controlli.
Scomparire in mare, al largo, sarebbe un suicidio perfetto. A Chiara, che tante volte si è appisolata nella cuccetta spartana sotto la bassa tuga, verserà in qualche bevanda un potente sonnifero; lo prenderà anche lui, dopo aver aperto la presa a mare del motore, e le si sdraierà accanto. Incoscienti si adageranno lentamente nel profondo, tra le alghe, circondati da curiose o distratte creature marine. La barca, incrostata di vita vegetale e animale, ne farà parte in breve tempo.
Prova un gran senso di pace, Giuseppe, nel raffigurarsi la scena.

«Il papa andrà via in elicottero» lo informa Chiara rientrando: «Per due mesi rimane a Castelgandolfo, poi abiterà nel Vaticano. Gli stanno sistemando un vecchio convento.»
«Tranquilla, non se la passerà certo male, da pensionato » borbotta il marito, e riflette: «Ce ne ne sono di novità in questi giorni… Grillo prende un sacco di voti, grazie a internet e ai comizi, senza venire in TV. Il papa si è dimesso. Come lo chiameranno: ex-papa?»
«Don Paolo ha detto che non l’hanno ancora deciso. Parte il 28, verso sera. Lui ci va a salutarlo.»
«Il papa riceve i preti in udienza?»
«L’ha già fatto, mi sembra. No, va a piazza San Pietro con un gruppo di fedeli. Vorrei esserci anch’io, che dici?»
«Un elicottero per aria, sai che spettacolo! E si vedrà nel telegiornale, a ripetizione.»
«Dal vero è un’altra cosa. Ci sarà un sacco di gente, a pregare. Se però non ti sembra il caso…»
Perché non farla contenta, si pente Giuseppe. Decide di accompagnarla.
Eccoli a Roma, in mezzo alla folla, a naso per aria. Ci sono persone d’ogni razza e lingua, religiosi e laici, vecchi, adulti e bambini. Giuseppe, che si guarda intorno perplesso, è colpito dalla presenza di molti piccolissimi, in carrozzina o in braccio ai genitori. Dell’evento, pensa, non potranno serbare memoria propria, ma essa farà parte di quella familiare e chissà quante volte ne sentiranno parlare in casa. A lui esserci non sembra importante: un papa che lascia il suo posto da vivo è un fatto storico, viene filmato, riprodotto, scritto nei libri. Ma evidentemente sono in tanti a pensarla come sua moglie.
Le ore passano, tra attese, discorsi, applausi e benedizioni. I fedeli pregano, si conversa con i vicini, qualcuno si dichiara non credente ma testimone commosso.
L’elicottero bianco sorvola infine la piazza. Stagliato sulla cupola sembra un incongruo insetto rumoroso.
Giuseppe lo segue con lo sguardo, come tutti, e mormora: «Andremo via anche noi, tra un po’…» Sarà un fuggiasco, a suo modo, come quello lassù, pensa, e si sente confuso.
«Cosa hai detto?» chiede sua moglie
«Che magari andremo a Castelgandolfo, una domenica, se ti fa piacere. Non ci siamo mai stati.»

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