Tutti a casa

di Pervinca Paccini

Ti apre la porta una donna sui cinquanta, l’aspetto curato, il modo di fare da persona in carriera che non ha tempo da perdere.
“Buongiorno. La dottoressa…”
“Scanziani. Lei è Silvia?”
“Sì, sono qui per il lavoro.”
“Il lavoro è mia madre, che del resto è ancora autonoma e non ha bisogno di molto. Le serve solo una persona che sbrighi qualche commissione, sistemi qua e là in casa se occorre, e soprattutto le tenga compagnia.”

“Va bene. Sembro fatta apposta.”
Cerchi di far la spiritosa, ma quella non sorride nemmeno per sbaglio, anzi sembra che ti guardi come se le facessi schifo. Butta lì un paio di formalità, ti fa firmare qualcosa, stabilisce l’orario e la paga.
“Le va bene?”
“Penso di sì. Io non ho mai fatto questo mestiere e non so quanto si prende.”
“Si prende così. È di legge.”
“Allora va bene. Posso conoscere la signora?”
“Adesso sta dormendo. La conoscerà domani quando inizierà il servizio.”
“D’accordo. A domani.”
“Si ricordi di essere puntuale.”
“Stia tranquilla.”
Ma cosa ti è saltato in mente? Due lauree e vai a fare la badante. Una volta si diceva dama di compagnia, ma quella era tutta un’altra storia. C’erano i domestici che pulivano il culo ai vecchi e si occupavano delle loro necessità. La dama di compagnia te la immagini come nei film o nei romanzi: una persona colta che legge alla signora, ricama con lei e non fa niente tutto il giorno. Vallo a dire alle ucraine che sopravvivono grazie alla merda di quelli che accudiscono.
Però tu non sei ucraina. Sei italiana. Italianissima.
Fortuna che la vecchia è autonoma. I vecchi ti fanno schifo. Merda a parte, ti fa senso anche pettinare quei capelli sempre un po’ giallicci, che se sono secchi sembrano bioccoli di polvere che svolazzano e se sono unti assomigliano a stracci sfilacciati. Ti ricordi quelli di tua nonna. Lei, per la verità, li aveva sempre freschi di parrucchiere, odorosi di lacca, attraversati da onde di luce turchina che le davano un aspetto da fatina invecchiata.
Tuttavia non avresti pettinato nemmeno lei, nemmeno quei ciuffetti di allegria che non bastavano a far sparire la cute sottile che faceva capolino con l’osceno di un nudo spelacchiato e insopportabile. Come possono essere gli stessi capelli quelli dei vent’anni, che scivolano via da berretti e fermagli per saltellare capricciosi sulle spalle come provocazioni d’amore, e quella specie di ricordo che si portano in testa le donne anziane, un ricordo smorto, buono solo per fare ombra alla tristezza dei pensieri?
Comunque la vecchia è autonoma e starle dietro è un lavoro come un altro.
Fai due conti. Con le tue tre o quattro occupazioni puoi farcela. Un sito da impostare c’è sempre e capita anche qualche intervento di grafica. Se poi ci infili un po’ di pubblicità ogni tanto e il nuovo impiego, non c’è male. Con la consegna del cibo a domicilio paghi l’affitto a Fabiana e non hai spese perché la bici non ti costa niente e se riesci a metterci dentro anche un po’ di dogsittering salta fuori pure un weekend da qualche parte, per non farsi mancare niente.
A ventisette anni va così. Ci sono parole che diventano superflue. Una di queste è speranza e l’altra è futuro. E in mezzo ci stanno loro, i tuoi genitori, che non riescono ad andare in pensione e non ti sganciano niente. “Ancora due anni io e tre tua madre.” “Ma come, non dovevate lasciare quest’anno?” “Hanno cambiato le regole.” “E la casa?” “Quella te la prendiamo lo stesso, quando arriva la liquidazione.” “Fra tre anni?” “Più o meno, tre o forse quattro.”

Fai in tempo a morire se aspetti loro, che però l’appartamento se lo sono comprato quando le cose andavano bene e adesso ti lasciano con le tasche vuote e tanta rabbia. Generazione del cazzo che ha costruito una società del cazzo, vivendo alla grande e convinta di meritarselo perché è stata capace di fare i soldi. E i debiti.
Tutti a casa se ne devono andare. Loro che almeno una casa ce l’hanno.
E invece a casa rischi di andarci tu, ogni giorno, se non ti sbatti come una trottola. Quelli non ci vanno, o perché sono poveracci e li fanno lavorare fino a settant’anni, oppure perché con il pelo sullo stomaco che si ritrovano sono arrivati in alto, e adesso a levarsi dai piedi non ci pensano proprio: se ne stanno incollati alla poltrona e alla loro indennità da favola e a sentir loro, lo fanno per il bene del paese.
Edoardo non si scalda come te su queste cose, però per lui è diverso. Il suo futuro è lì pronto che lo aspetta, se si decide a laurearsi. Ma lui se la prende comoda, tanto l’azienda di papà non scappa.
Quanto ti piace Edoardo. Sa sempre raccontarti qualcosa di interessante. Conosce un sacco di gente, legge un casino, sa sempre tutto e con lui è un po’ come stare in un film. Si va nei posti giusti, anche se i suoi amici non li digerisci. Prendi Ambra, per esempio. “Io ho votato Gvillo, e tu?” “Anch’io ho votato Grillo.” “Ma dai. Pensavo votassi Bevsani.”
Incazzarsi o lasciar perdere? L’hai guardata e, avrà pure votato Gvillo, hai pensato, però la vedresti meglio come attivista in Forza Gnocca.
Secondo Edoardo, Ambra è intelligente, ma lo dice perché ha un chilometro di gambe e due tette così, e lo stesso fanno tutti i maschi della compagnia e anche le ragazze perché se danno segno di pensarla diversamente passano per invidiose. Ambra è intelligente come una cotoletta. E poi parla come se avesse sempre qualcosa in bocca.
E tu sai bene che cosa.

Fabiana è a casa e sta mangiucchiando sul divano mentre smanetta un po’ con tutto.
“Ho fatto la pasta.”
“Ok. Per me va bene.”
“Anche a me andrebbe bene se trovassi qualcosa di pronto, ogni tanto.”
Fai finta di non sentire perché di discutere non ti va, ma lei non sembra della stessa idea.
“Qualche volta ci potresti provare, giusto per fare qualcosa di diverso.”
Sospiri e conti fino a dieci prima di rispondere. Fabiana ha trentasei anni e ha fatto giusto in tempo a prendere il treno, anche se in corsa, e a trovare un impiego. Un impiego vero. Non che sia fantastico cucire vestiti per uno stilista, però è qualcosa. I suoi non si sono fatti tante paranoie con il lavoro intellettuale che per quelli come i tuoi genitori è l’unico che dà soddisfazione e allora giù a studiare, parcheggiati all’università, a farsi fottere ogni occasione di inserimento come hai fatto tu che ti sei sempre sentita dire che non si vive di solo pane, ma anche di cultura e ideali salvo che adesso, per mangiartelo quel pane, devi inventarti ogni giorno qualcosa e non puoi fare mai affidamento su uno stipendio fisso e sai dove te li metteresti la cultura e gli ideali? A Fabiana invece hanno fatto imparare un mestiere e adesso lei è a posto.
“Allora, a quando l’esperimento?”
“Fabiana, tu hai un lavoro fisso…”
“Ahi, ci risiamo con il vittimismo. Occorre un lavoro fisso per cucinare due spaghetti?”
“Un lavoro fisso vuol dire anche un orario fisso. Io invece non so mai quando finisco la sera.”
Ti siedi vicino a lei con il piatto di pasta, arrotoli una forchettata enorme di spaghetti e te la infili in bocca.
“Buoni?”
“Non c’è male.”
Scoppia a ridere e ti trascina con lei nella sua allegria al punto che il boccone ti va di traverso.
“Prendi – ti mette in mano il suo bicchiere di vino. – Non solo non sai farli gli spaghetti, ma non sai nemmeno mangiarli. Devo proprio insegnarti tutto.”
Il malumore se ne va. In fondo Fabiana è molto meglio degli amici di Edoardo che se la tirano, ma sono stipendiati dalla famiglia per non fare un cazzo tutto il giorno, se non immaginare cosa diventeranno da grandi, e questa è già una bella fatica e davvero più di così non si può pretendere, tanto è vero che i genitori, per ogni nuova idea che immancabilmente resterà solo un’idea, li foraggiano perché si sa, progettare il futuro costa, tuttavia investire nei figli vale la pena perché è come pagare un’assicurazione che prima o poi ti renderà con tanto di interessi.
Mah.
Però Edoardo una volta si è lasciato andare. “La cosa che detesto di più è arrivare a sera e scoprire di aver solo perso tempo.” “E tu non perderlo il tempo.” “Ma devo pur pensare a qualcosa da fare.” “Vai a lavorare da tuo padre.” “Da quel fascista di mio padre? Mai.” “E allora?” “E allora mio padre deve capire che ha fatto il suo tempo e andarsene a casa. Non ha il senso del cambiamento, ha idee vecchie, non sa più comunicare con i clienti. Basta. Si deve rassegnare. A quel punto arrivo io e prendo il timone, non prima.”
È un bel tipo Edoardo, proprio diverso da tutti gli altri che non hai mai sentito dare del fascista a nessuno, magari perché qualcuno pensa che sia un complimento e qualcun altro, peggio, non sa nemmeno bene cosa voglia dire. Certo che il padre di Edoardo non è il massimo. Cerca sempre di fare il simpatico e anzi più di una volta ha detto che si sente giovane dentro. Niente è più vecchio che sentirsi giovani dentro, hai pensato. L’hai detto a Edoardo “Tu ti senti giovane dentro?” “Che vuol dire?” “Boh, non so, tuo padre dice così” “Lui spara cazzate, come quella faccenda della destra e della sinistra.” “Ancora? Ma sono parole antiche.” “Già, però se glielo dico, mi dà del grillino perché secondo lui con Grillo ci stanno bene sia la destra che la sinistra. Pensa di offendermi, ma io gli rispondo che cinquestelle mi piace proprio per questo.” “E lui?” “Lui cosa? Finisce così e basta.”
È fortunato Edoardo.
Quando capita a te di discutere con i tuoi, non te la cavi così in fretta. Ti senti dire che voi giovani siete passati dai cartoni alla play station ai social network e ora siete solo capaci di fare un po’ di cagnara sbraitando contro tutto e contro tutti dietro quel comico con lo sguardo allucinato. Insomma, prima le reti di Berlusconi e adesso il blog di Grillo, invece di pensare a sanare quel che resta di questo nostro povero paese. “Questo vostro povero paese. A parte il fatto che davanti alla tele o alla play station ci piazzavate voi per starvene in pace, adesso noi dovremmo salvare questo povero paese che voi avete mandato a puttane?” A quel punto ti sei fregata perché tuo padre non è uno di poche parole, anzi, e non la finisce più. Hai imparato a fare sì con la testa quando parla, così è contento, soprattutto se ogni tanto ripeti qualche sua frase e aggiungi un Però su questo ho qualche dubbio che gli rimescola dentro il gusto per la dialettica.
Meglio Fabiana. Anche lei te la mena con gli spaghetti come stasera, ma è un’altra cosa. L’hai conosciuta perché le hai recapitato la cena a domicilio e siete diventate amiche. Qualche mese fa ti ha offerto di dividere l’appartamento e tu non ci hai pensato due volte a salutare i tuoi che, tra parentesi, non se l’aspettavano, così tua madre è andata avanti giorni a chiederti se ti avessero fatto qualche torto mentre tuo padre faceva il duro e ripeteva che è giusto che i giovani se ne vadano a stare da soli e dimostrino di non essere bamboccioni. “Con una amica, papà, non da sola, per una casa tutta mia non ho i soldi.” “Te la compriamo noi” si è sbilanciato per la prima volta. “Quando?” “Quando andiamo in pensione.” “E intanto?” “E intanto cosa?” “L’affitto. Come lo pago?” “Adesso non possiamo aiutarti, lo sai, però…” “Sì, ho capito, quando andrete in pensione.”
Così è iniziata con Fabiana. Lei è gay, ci ha provato una volta a buttare lì qualche provocazione, ha visto che non era il caso e adesso è tutto a posto e tu sei sicura che non ti ha offerto di dividere l’appartamento per quello, ma perché fa comodo anche a lei.
A Fabiana hai detto del nuovo lavoro, ai tuoi no, ovviamente. Te la immagini tua madre che dice “Se fossi restata a casa tua, non avresti avuto bisogno di andare a fare la serva.” E ti vengono i brividi.
“La devi pulire?”
“No, cara, non la devo pulire, devo solo fare la spesa, andare in banca o in posta, cose così e ovviamente tenerle compagnia.”
“E di che cosa parlerete?”
Fabiana ti guarda con una faccia da carogna.
“Di tutto. A me piacciono gli anziani. E poi guarda che a informarsi solo sulla rete si rischia di scollarsi dalla realtà. Bisogna anche parlare con la gente.”
“La realtà la trovi da una vecchia che non mette il naso fuori di casa?”
“E invece esce. Ogni tanto, è ovvio, però esce.”
Almeno speri che sia così. Beh, domani saprai qualcosa di più di lei.

Ti apre la solita Scanziani.
“In futuro cerchi di essere puntuale, perché io la pago per tre ore e tre ore devono essere.”
Guardi l’orologio. Le tre spaccate.
“Non mi sembra di essere in ritardo.”
“Non discuta e venga che le presento mia madre.”
La segui pensando ma allora sei proprio stronza, non era solo un’impressione. Si gira come se ti avesse sentito, trattieni il fiato sotto il suo sguardo che ti taglia in due e decidi che quel lavoro non fa per te, che pazienza, ci hai provato, ma non è andata.
“Entri. Non stia lì sulla porta, signorina.”
“Permesso.”
“Cosa è venuta a fare la signorina?”
“Mamma, questa è Silvia. Starà con te tutti i pomeriggi.”
“E perché?”
“Ma come perché? Sbriga un paio di commissioni, magari qualche faccenda e poi non dici sempre che non veniamo mai a trovarti? Che non hai nessuno con cui parlare?”
Ti vien da ridere pensando che la vecchia, adesso che ci sei tu, ha il semaforo verde e può chiacchierare quanto vuole. Lei sembra pensare la stessa cosa.
“Ma io non posso parlare a comando e se so che adesso c’è qui questa ragazza e devo trovare le cose da dire e fare in fretta perché poi va via, non mi viene niente.”
E già, non funziona così, ridacchi di nuovo.
“Lo vedi che anche… come ha detto che si chiama, signorina?”
“Silvia.”
“Lo vedi che anche Silvia ride?”
“Silvia non sta ridendo, vero Silvia?”
“No, certo che no.”
“Comunque si deve parlare quando viene, e se non viene, non si parla.”
Non fa una grinza.
“Va bene, mamma. Se vuoi parli, se no stai zitta. Io devo scappare. Allora Silvia, mi raccomando. È tutto chiaro?”
“Mi pare di sì, però non so se io…”
“Bene. Come avrà capito, mia madre vive sola. Per sicurezza, quando se ne va, si accerti che chiuda la porta e levi le chiavi dall’interno. Non si sa mai. Noi ci vedremo ogni fine mese per il pagamento.”
“Però io dovrei dirle che…”
“Un’altra volta. Adesso ho fretta.”
Quella fa la furba. Non vuole perderti e se non vuole perderti significa una cosa sola: non è facile trovare qualcuno che stia con la vecchia. Ma stasera le manderai una mail e le dirai che rinunci e tanti saluti.
“Finalmente se ne è andata. Mia figlia mi mette l’ansia.”
“Anche a me, signora.”
“Chiamami Elsa.”
“Non so se posso.”
“Sì che puoi.”
“Ma sua figlia?”
Fa spallucce. La guardi e cerchi di capire che tipo è.
Intanto i capelli non sono né bioccoli di polvere, né stracci sfilacciati. E non sono nemmeno come quelli di tua nonna. Sono biondi. Quel biondino che sa di poco. Da vecchia, appunto. Però sono corti corti, tipo la Wertmuller e proprio come lei, guarda il mondo dietro un paio di occhiali con un’enorme montatura bianca. Sicuramente alla Scanziani non piacciono, ma a quanto pare la vecchia non si è lasciata intimorire.
“Va bene, Però quando c’è sua figlia la chiamo signora.”
Fa una faccia da furbetta.
“Tanto non ci riesci.”
“Ci provo.”
“Se ci tieni tanto.”
Il pomeriggio trascorre abbastanza velocemente e pensi che forse puoi aspettare a mandare la mail alla Scanziani, anche perché devi vedere Edoardo e non hai tempo. Lo stesso il giorno seguente e anche quello dopo: sempre qualcosa da fare. Accidenti alla fretta.
Passano alcune settimane e nemmeno a Edoardo hai detto di Elsa. Tanto non ci crederebbe, oppure ti direbbe che devi trovarti un lavoro fatto così e cosà. Proprio lui che non sembra così ferrato sull’argomento.
“Allora come va la conversazione con la vecchia?”
“Si chiama Elsa e qualche volta mi sembra meno vecchia di tanti altri.”
È un po’ che hai smesso di chiamarla la vecchia, all’inizio per paura di confonderti anche in sua presenza o con la Scanziani, e poi perché ti veniva meglio chiamarla Elsa. La mail è rimasta in stand by. Finché resisto vado avanti, hai pensato. E poi c’è sempre tempo per mollare.
Fabiana entra in cucina per posare la spesa.
“Non credo ai miei occhi. Hai cucinato?”
“Qualcosina.”
“Ma come qualcosina. Questa è una signora torta salata.”
“L’ho fatta per Elsa.”
“Allora noi dobbiamo accontentarci dei surgelati?”
“No. metà possiamo mangiarla.”
“Fantastico. Dai, prima che si freddi.”
“È buona?”
“Non c’è male. Esperimento riuscito. Adesso che hai rotto il ghiaccio, vedi di prendere l’abitudine. E senti, la vecchia…”
“Elsa.”v “Sì, Elsa. Puzza?”
“Come?”
In realtà anche tu hai pensato che una della sua età debba puzzare.
“Sì, insomma, di solito i vecchi non hanno un buon odore.”
“Io non ho sentito niente.”
“Ma di che cosa sa?”
“E che ne so io di che cosa sa.”
“Non l’hai annusata?”
“No, ma domani vado lì e la sniffo come un cane.”
“Non ho detto questo, però è importante sapere come diventeremo a una certa età. Anche con i miei faccio così. Li guardo e se qualche volta ridono, mi domando cosa ci sia di divertente nella loro vita di pensionati che passano il tempo lui a guardare i lavori stradali e a dire la sua facendo girare la scatole a quelli che stanno faticando, e lei nella sala d’aspetto del suo medico per chiacchierare un po’ di malattie con gli altri ipocondriaci che fanno la gara a chi più ne ha.”
“Forse fanno anche qualcos’altro. Per quello che ne sai tu.”
“Basta vedere la vita da sfigata che faccio io, per scommettere che la loro sia proprio una schifezza.”
“Se la tua vita è da sfigata, la mia cos’è?”
“Infatti è una doppia schifezza, e mi domando perché ti sbatti tanto, c’è poco da sognare al giorno d’oggi.”
“Certo che sai come tirar su la gente. Comunque tu puoi anche fare a meno di sognare. Il lavoro ce l’hai e la casa pure, e fra l’altro te l’hanno comprata i tuoi. Ma io, se non sogno, come faccio?”
“Beh, non so. Sei carina e qualcuno ha detto che una ragazza carina, se si dà da fare, trova sicuramente uno con i soldi che se la sposi.”
“Fanculo, Fabiana.”
Ride. E ridi anche tu, ma ti rimane dentro la rabbia nei confronti di chi ti ha tolto le illusioni. Senti il duro della vita che si pianta nelle speranze. Ingoi il senso di ingiustizia che ti morde la gola e l’invidia per quelli come Fabiana che non hanno bisogno di cercare la vita nei sogni perché qualcosa hanno, anche se non è molto.

Un paio di settimane più tardi Elsa ti chiede una cosa che ti stupisce e nello stesso tempo ti diverte.
“Prendi il computer.”
Come fa a sapere cha hai il tablet se lo tiri fuori solo quando dorme?
“Dai che l’ho visto. Certe volte faccio finta di dormire per raccogliere un po’ le idee e poi mi piace guardarti. Io usavo bene la macchina per scrivere. Ero la segretaria di un avvocato importante. Dai prendi quell’affare che hai nella borsa.”
Le venuzze sulle sue guance si scaldano di piacere. Estrai il tablet dalla custodia e lo accendi.
“Voglio imparare a usare il computer.”
È faticoso spiegarle la differenza fra un tablet e un portatile. E inutile.
“A cosa ti serve?”
“Questo non lo so. Come faccio a dire a cosa mi serve se non so come funziona?”
E poi dicono che i vecchi rincoglioniscono.
Ti siedi vicino a lei e inizi la prima lezione. La tastiera la conosce, ma non le sembra vero che funzioni solo a toccarla e fa un po’ di casino. Quando si rende conto che può cancellare o salvare quello che scrive, va in estasi. Disegni alcune icone su un foglio e scrivi il loro significato. Incomincia subito a esercitarsi e quando te ne vai non ti saluta nemmeno.
Le lezioni proseguono, Elsa fa progressi ogni volta, sta imparando a navigare e ha voluto un indirizzo di posta perché – ha detto – non si sa mai nella vita.
“Ne voglio uno mio.”
“Ma guarda che un tablet costa.”
“I soldi li ho. Ho anche il bancomat. Tu vai giù, li prendi e domani me lo compri.”
Ti guarda e si fa sospettosa.
“Uhm. Meglio che venga anch’io al bancomat, così faccio un giretto.”
“Non ti fidi?”
“No.”
Ci resti male, ma un po’ ti viene da ridere.
“Non per quello che pensi tu, però. Se ti derubano, poi mi resta il dubbio che tu mi racconti una bugia e io i dubbi non li voglio, non ho tempo da buttare via con i dubbi.”
Dopo il prelievo al bancomat, ti trascina in una pasticceria e vi rimpinzate, tu alla faccia della cellulite e lei dei trigliceridi.
Compri il tablet, glielo porti e lo configuri. Guardi l’orologio, il tuo orario è finito da un pezzo, ma lei non ti molla e tu ti fermi fino a tardi, mangiucchi qualcosa con lei e ti girano le scatole e pensi che glielo dirai alla Scanziani dello straordinario, che fra l’altro è serale e quindi deve essere pagato di più. Mica te lo fai mettere in quel posto da una vecchia che non sa cosa fare e deve romperti i maroni di giorno e di notte.
Elsa però non vuole che la figlia sappia del tablet e allora non le dici delle ore fatte e ti senti più cogliona che mai. Se lo sapesse Fabiana, sai le risate.
Ma Fabiana ha altro a cui pensare.
Una sera torni a casa e la trovi con la sua fidanzata. Succede spesso. Di solito cenate insieme e poi tu ti infili nella tua stanza e loro in quella di Fabiana e fine. Però questa volta è diverso. In corridoio vedi un trolley e un paio di sacche.
“È roba mia.”
“Sì, non te l’ho detto prima, ma Claudia ha ricevuto lo sfratto e adesso starà qua.”
“Per un po’?”
“Per un bel po’.”
“Ho cercato, ma una casa costa troppo e io non ce la faccio.”
Mangiate in silenzio. Un presagio ti gira nello stomaco come un virus che si moltiplica lentamente e dilaga nel tuo dentro fino a intossicarti il cervello. Sparisci nella tua camera prima che puoi dando la colpa al mal di testa.
Quando ti alzi la mattina seguente, Claudia è già uscita. Fabiana è in cucina e sembra che ti stia aspettando. Vorresti fare dietro front per rimandare quella conversazione, ma lei ti blocca.
“Devo parlarti.”
Ci siamo.
“Tu ti rendi conto che Claudia e io…”
La guardi come fa il cane dei tuoi quando non capisce le parole degli umani che gli si rivolgono come se fosse un deficiente e non un cane.
“Silvia… te ne devi andare.”
“Ma io non vi darò fastidio. Non farò rumore e se vuoi non mi faccio neanche vedere. Mi chiudo in camera ed esco solo quando voi non siete più in giro.”
“Non è questo. Finché ero sola, era un’altra cosa, ma adesso è diverso.”
“Ma no, che non è diverso. Te l’ho detto. Mi farò gli affari miei e se vuoi cucinerò e farò la spesa e…”
“Te ne devi andare, Silvia. La tua stanza mi serve. Io e Claudia non possiamo vivere sempre appiccicate in un buco. Mi dispiace. Ti do qualche giorno, anzi guarda ti do una settimana e non ti faccio nemmeno pagare, però devi trovare una soluzione.”
“Quale soluzione. Dove vuoi che vada?”
“Puoi tornare dai tuoi.”
“Ma cosa stai dicendo? Lo sai che se sono venuta qui è stato proprio per scappare da loro.”
“Prima o poi a casa ci tornano tutti; almeno, tutti i fortunati che ce l’hanno. Come te.
La fa facile lei che non ha problemi e sputa sentenze come se fosse una che ha dovuto conquistarsi tutto.

Racconti in giro quello che ti è successo. No, non per mendicare solidarietà, ma per trovare un’alternativa. Però lo racconti anche a Elsa e non sai proprio perché lo fai. E te ne penti subito.
“Vieni a stare qui.”
Oh mamma. E adesso?
Ti guarda. L’enorme montatura degli occhiali sembra barcollare sul naso piccolo. Meno male che ci sono gli zigomi a far la parte del leone su quel viso minuto, altrimenti gli occhiali se li dovrebbe incollare alle orecchie.
“E tua figlia cosa direbbe?”
“A mia figlia ci penso io.”
“Mah, non so.”
“Avremmo più tempo per il tablet. Ho scoperto dei bei giochi, sai. Da perderci la testa. Non ti piace l’idea?”
Ma perché questa non fa la vecchia come tutti i vecchi normali che frignano e parlano di quando erano giovani e cercano compassione invece di guardarti come fa lei con quella faccia da impunita?
“Ci penso.”
“Pensaci. Sarebbe bello, no? Potremmo uscire ogni tanto, perfino fare un giro in centro e andare anche al cinema.”
Non la sfiora il dubbio che magari tu possa desiderar qualcosa di meglio per il tuo futuro. O forse sì, però ti paga e questo fa la differenza fra voi due. Più dell’età.
“Con te mi viene voglia anche di andare in vacanza.”
Orrore. La badante full time.

Chiedi aiuto a Edoardo.
“Quando prenderò l’azienda, vedrai che casa avrò e come ce la passeremo bene.”
“Ma io adesso dove dormo?”
Vi interrompe Ambra. Se c’è Edoardo, prima o poi compare anche lei. Che gli stia dietro? In fondo un po’ si assomigliano.
“Se si tovna a votave, cosa fai?”
“Non so.”
“Io voto ancova Gvillo.”
“Io voto Crozza. Tanto un comico vale l’altro. E se c’è bisogno di Bersani o di Berlusconi o di Monti, con lui non c’è problema. Insomma, in un colpo solo li abbiamo tutti. E tu?”
Lo guardi e pensi che quello è il fidanzato che ti sei scelta e forse quando l’hai fatto c’era nell’aria qualche campo magnetico sballato.
“Io non ho tempo per votare. Devo cercare casa.”
“Ma non si può pensave solo a se stessi. Bisogna esseve vesponsabili.”
“Ambra ha ragione. Dobbiamo pensare al paese.”
“In che modo?”
“Tanto pev cominciave con la coevenza. Dobbiamo continuave a votave cinquestelle, se no savemo complici dei soliti zombi.”
“E poi la rete è la vera democrazia.”
“Anche Elsa vive praticamente sulla rete.”
“E chi è Elsa?”
“Una che conosco.”
“Ma oggi è così. Le decisioni si pvendono in vete.”
“I partiti, la tele e i giornali sono roba da vecchi ormai.”
“Che se ne devono andave tutti a casa. E alla svelta”
“Non mi parlate di casa. Tu Ambra, ce l’hai una casa?”

“Pev il momento sto dai miei.”
“Dagli zombi?”
“E dai Silvia, non esagerare.”
“L’avete detto voi che chi non vota Grillo è uno zombi. I miei genitori non votano Grillo dunque.”
“Nemmeno I miei.”
“E va bene, pevò cosa vuol dive?”
“Niente. Solo che sono zombi.”
Li lasci con questo pensiero, che forse sul web non c’è. Pensi a Elsa che se ne frega di Grillo e che con la rete ci gioca. Non cerca la verità, corre libera attraverso quel mondo con i suoi occhialoni sempre a caccia di cose belle, divertenti, curiose.
Ma tu da Elsa non ci vai a vivere. Non ti mescoli con la puzza marcia dei vecchi. Anche se, a dire la verità, ci hai provato ad annusarla, ma non hai sentito nulla, se non un vago odore di mela. Anche tua nonna sapeva di mela. È perché ho il diabete, ti diceva, e così tu da bambina pensavi che il diabete fosse una cosa buona. Come l’odore di mela.
Che però non ti frega. Elsa è un lavoro. Fine. Vai lì, fai quello che devi e basta. E d’ora in poi non sgarrerai più, nemmeno di cinque minuti.

È tua madre a dirtelo. Ti ha chiesto di passare da loro perché ci sono delle novità. Quando è così, marca male. In genere vuole domandarti qualcosa o, peggio, importi qualcosa. E le viene bene, come se ti facesse un regalo.
Ha preparato la torta che ti piace e mentre versa il caffè incomincia prendendola molto alla larga, ricordandoti che tu sei la loro unica figlia e quanti sacrifici hanno fatto e che vorrebbero per te un futuro felice perché i genitori, si sa, per i figli si butterebbero nel fuoco e…
“Posso avere un’altra fetta di torta?”
Visto come si mette, meglio fare il pieno perché la cena ti toccherà saltarla. Questa mica pensa che tu hai quattro o cinque lavori e che trotti tutto il giorno e che prima di sera devi terminare un bel po’ di cose.
“Ma certo.”
Almeno la torta è buona. Poi lei riprende e alla fine dopo aver ammucchiato frasi su frasi, arriva al dunque.
“Abbiamo preso una casa.”
La torta ti si pianta in gola. Bevi il caffè e ti ustioni. Ma come sarebbe a dire? A me niente casa e a loro sì? Che fra l’altro ce l’hanno già.
“Una casa?”
“Ah, ecco tuo padre.”
“Silvia. Vieni, dammi un bacio.”
Ti alzi di malavoglia e gli strusci la guancia. Lui gongola, poi si rivolge a tua madre.
“Gliel’hai detto?”
“Stavo facendolo.”
“Allora, la mamma ti ha parlato della casa?”
“Sì, ma non ho capito bene.”
“Non c’è molto da capire. Al piano di sotto affittano un bilocale e abbiamo deciso di prenderlo per te.”
“E come fate con i soldi?”
“Ce la facciamo. Con qualche rinuncia, ma ce la facciamo.”
Ti pareva che non parlasse dei sacrifici.
“E poi, tuo padre e io non possiamo pensarti chissà dove. Se sappiamo che sei al piano di sotto, stiamo più tranquilli. Puoi venire a mangiare qui e se non stai bene ci siamo noi e insomma stiamo un po’ insieme, non come adesso che non ti si vede mai.”
“Se tutto va bene, un domani te lo compriamo.”
“Così, quando saremo vecchi…”
Orrore. La badante a vita.
Li guardi. Sono contenti. Gran genitori i tuoi, che pensano sempre al tuo futuro. O al loro? Elsa e sua figlia si vedono una volta ogni tanto e stanno bene così. Però Elsa ha i soldi. E anche la Scanziani ha i soldi.
Le invidi un po’.
Guardi i tuoi e sai che metteranno il becco nelle tue faccende e te la faranno pesare la loro generosità se proverai a respirare una volta in più del consentito, ma non hai altra scelta. Il bilocale è una sciccheria, soprattutto per una squattrinata come te. Allora sorridi. E sorridono anche loro che hanno in mano la tua gioventù.
A quest’ora Elsa starà navigando, starà conquistando fette di un mondo da cui, se non le piace, può fuggire con una semplice deviazione, di sito in sito, da una galassia all’altra della sua libertà.
E anche lei ha in mano la tua gioventù.
Vai a vedere il bilocale. È arredato. Neanche la fatica di mettere insieme quattro cazzate. E a questo punto, un vaffa ci sta proprio. Sopra di te senti lo scalpiccio dei tuoi che si danno da fare con la cena. Domani penserai al trasloco.

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