Zoe & Arturo

di Pervinca Paccini

Eccoci qua.
Stiamo aspettando che l’impiegata della banca ci riceva e siamo un po’ agitati. Per via del mutuo.
Se non ce lo danno?
Se non ce lo danno, crolla tutto. Addio sogni. Oppure bisognerà inventarsi qualcos’altro. Però quella dell’enolibreria è una bella idea e deve funzionare. Per forza.
Arturo sembra tranquillo, ma lui non è pessimista come me, sa dare il giusto peso alle cose, anche perché è più informato; fa tutt’uno con il computer ormai, sempre lì, giorno e notte a setacciare la rete per trovare dati e contatti utili per la nostra impresa. Quando scopre una nuova grana, intensifica le ricerche: per lui è una sfida, mentre a me casca il mondo addosso. Adesso legge il giornale come se niente fosse mentre io mi mangio le unghie. Lo invidio.

“Prego, accomodatevi.”
“Grazie.”
Mi giro per aspettare Arturo che sta piegando il giornale senza fretta e con precisione, come se dovesse metterlo in cornice. Finalmente si decide.
“Allora, cosa ci dice?”
“Penso proprio che non ci siano problemi. La direzione ha ultimato le indagini previste e, in linea di massima, la cosa dovrebbe andare in porto.”
“Cosa significa dovrebbe?”faccio io già in preda al panico.
“Significa che la vostra domanda dovrebbe essere accolta.”
“Senta, noi abbiamo il compromesso settimana prossima e non possiamo arrischiarci a firmare non sapendo se ci verrà concesso il mutuo.”
“Le ho detto che è praticamente sicuro.”
È quel praticamente che non ci va bene. Abbiamo bisogno di una delibera scritta da parte della banca.” Arturo batte il giornale arrotolato contro il bordo della scrivania; è uno pacato, ma se sente odore di guai si accende subito.
“Temo sia impossibile, ci vuole un po’ di tempo. Comunque state sereni, prima del rogito l’avrete senz’altro.”
“Guardi che noi stiamo rischiando dei soldi” insiste.
“Vi ho detto di stare tranquilli.”
“E allora ci faccia avere qualcosa di scritto” si impunta.
“Subito è impossibile.”
“Così ci mettete in difficoltà, vero Arturo?”
“Sì, ma ce la facciamo andare bene lo stesso. Abbiamo capito che è inutile insistere. Comunque per il rogito siamo sicuri di avere la delibera?”
“Assolutamente. Adesso però ho bisogno di chiedervi un paio di cose. La durata del mutuo, per esempio.”
Arturo mi guarda e io annuisco.
“Vent’anni.”
Abbiamo deciso in questo modo, per non sobbarcarci una rata troppo alta. L’impiegata ci guarda perplessa. Anche un po’ divertita, mi sembra.
“Che c’è?” domanda Arturo
“Non credo sia possibile.”
“Per via dell’età?” azzardo.
“Sì, l’età è un fattore determinante per la durata del mutuo.”
“Il massimo quanto può essere?”
“Dieci o forse quindici, però devo chiedere.” Si alza e si allontana.
So cosa sta pensando Arturo. Un periodo troppo breve significa che la quota mensile sarà insostenibile. Sembra mi legga nel pensiero e cerca di rassicurarmi “Vedrai che la spuntiamo almeno con i quindici anni.”
Meno male che c’è Arturo a scacciare il malocchio che io sento sempre aleggiare su di noi.
Mi batte con la mano sulla gamba e sorride. Oggi è così: con il giornale o con la mano gli va di battere le cose e le persone, come se volesse scolpirci dentro le sue parole. Tuttavia con me lo fa affettuosamente. Ma come fanno a non dargli il mutuo a vent’anni con quella faccia da ragazzo solo appena toccata dal tempo?
C’è la crisi e ce l’hanno detto in tanti che aprire un’attività in un momento in cui i negozi chiudono è da folli. Però Arturo risponde che non siamo folli, siamo visionari, che per me vuol dire la stessa cosa, ma per lui no e quando la pronuncia, quella parola, sembra proprio che ce le abbia negli occhi le visioni.
Ma senza visioni non c’è futuro. E senza futuro non c’è vita.
È proprio al futuro che abbiamo pensato quando abbiamo iniziato a vagheggiare l’idea dell’enolibreria. In fondo è un po’ come scavalcare gli orizzonti della propria vita pensare a un’attività che ci sopravviverà. È sentirsi il futuro addosso, anche se non sarà il nostro futuro.
L’impiegata rientra, si siede e ci regala un sorriso accompagnato da uno sguardo d’intesa.
“Ce l’abbiamo fatta. Quindici anni.
“Meglio che niente” fa Arturo.
Lei lo guarda delusa. Si aspettava almeno un grazie, ma lui sicuramente sta pensando che non ci stanno regalando niente, se hanno deciso per i quindici anni vuol dire che va bene anche a loro. In banca di benefattori non ce ne sono. Questo sta pensando.
E ha ragione.
Io mi sento ancora dubbiosa e allora torno alla carica.
“Se hanno deciso per i quindici anni, vuol dire che sono certi di darcelo e allora perché non possiamo avere qualcosa di scritto?”
“E dai Zoe. La vuoi capire che siamo vecchi per un mutuo. C’è da ringraziare che non ci chiedano l’assicurazione sulla vita prima di darcelo.”
“Veramente un’assicurazione è richiesta.”
“Un’assicurazione?”
“Sì, per gli incendi. Voi capite che se dovesse andare a fuoco lo stabile…”
“Certo, certo.”
“Però potete evitare la polizza vita se volete, visto che siete in pensione e non rischiate di perdere il lavoro.”
“Ah, questa è una buona notizia. Temevo che pretendeste pure il certificato di sana e robusta costituzione.”
L’impiegata sorride. “Si vede che siete in buona salute.”
“Sì, ma non si sa mai con le banche”.
“E poi lei ha parlato di polizza vita e io ho pensato che magari volevate un impegno da parte nostra a stare al mondo tutto il tempo necessario.”
Cerco di fare dello spirito, ma quella non raccoglie o non capisce. Forse non sono stata sufficientemente spiritosa.
“Ma no, la polizza vita non è indispensabile perché voi non rischiate di essere licenziati.”
“Ne è proprio sicura?” Arturo le ficca in faccia due occhi da canaglia.”
“Beh.”
“Noi siamo pensionati statali. E se succede come in Grecia?”
Gli do un calcio per farlo smettere, ma lui si diverte troppo. L’impiegata è un po’ intimidita, ma cerca di riprendere in mano la situazione.
“Se succede come in Grecia, ci siamo dentro tutti.”
“Voi banche no.”
“Arturo, non divaghiamo. Dove eravamo rimasti?”
“La polizza incendi – prende la palla al balzo l’impiegata – la dovete fare voi perché la banca per i negozi non se ne occupa.”
“E a chi ci rivolgiamo?”
“Oh, a una qualunque compagnia.”
La fa facile, ma scopriremo solo più tardi che quasi nessuno stipula polizze per i locali commerciali e dovremo battere internet per ore prima di trovare uno straccio di assicurazione.
“Allora, possiamo stare tranquilli e firmare il compromesso?”
“Ma certo. E sentite, per la durata del mutuo c’è un’altra opportunità.”
Ci guarda come se ci offrisse la luna.
“Quale?”
“Voi avete un figlio, vero? Potreste intestare il mutuo a lui. Essendo giovane, la durata potrebbe estendersi a vent’anni.”
“Senta, noi siamo esperti di mutui e glielo dico subito che la sua non è una buona idea. Nostro figlio è giovane, ma ha uno stipendio basso e non siamo riusciti a ottenere un mutuo per comprargli la casa, quindi, come vede…”
“Noi genitori abbiamo qualche soldo, ma siamo troppo vecchi e i figli sono giovani, ma sono troppo poveri. O troppo precari. C’è sempre una scusa per non prestare denaro alla gente per bene.”
“Non è il vostro caso. In fondo quindici anni sono una bella dilazione.”
“Se lo dice lei.”
“Andiamo Zoe, quello che dovevamo sapere l’abbiamo saputo. Grazie e speriamo che non ci siano intoppi.”
“State tranquilli.”

E adesso chi glielo dice?
Come faccio a dire a Zoe che non possiamo aprire l’enolibreria se prima non frequentiamo un corso che ci abiliti alla somministrazione di cibi e bevande? Ho guardato sulla rete e ho visto che dura tre mesi. Quattro ore al giorno per tre mesi.
Diabolico.
Anche perché costa una paccata di soldi. Una soluzione ci sarebbe. Ma poi si tratta di una mezza soluzione perché comunque questo corso lo dobbiamo fare. Potremmo scegliere quello intensivo però, otto ore al giorno per tre settimane, ma costa due paccate di soldi.
Un suicidio.
“Che c’è? È un po’ che ti sto guardando. Non dici una parola e hai la faccia di quando vuoi nascondermi qualcosa.”
“Non ho niente. Stavo riflettendo su tutti gli intoppi che stiamo incontrando.”
“Ci stai ripensando?”
“Assolutamente no. Perché mi fai questa domanda? Forse sei tu che ci stai ripensando.”
“Io di dubbi ne ho tanti e qualche volta penso che ci siamo imbarcati in un’impresa più grande di noi. Stiamo rischiando la nostra liquidazione, il lavoro di una vita.”
“Guarda che non stiamo rischiando proprio niente. Il negozio lo compriamo, e quindi è un investimento, non è una spesa a vuoto. Piuttosto, volevo dirti che per aprire l’attività dobbiamo seguire un corso.”
“Un corso? Ma come un corso? E come l’hai saputo? E perché non me l’hai detto prima? E come facciamo?”
“Vuoi star zitta un attimo per favore? L’ho visto su internet e così mi sono informato.”
Le spiego tutto, lei prima dà come al solito la colpa a me, poi alla burocrazia, poi alla sfiga e infine si arrende all’evidenza.
“Allora cosa facciamo? Ci iscriviamo al REC?”
“Per forza, se non possiamo evitarlo.”
“È normale all’inizio incontrare tante difficoltà, anche perché per noi è un mondo nuovo. Vedrai che man mano che andremo avanti, le cose si chiariranno e tutto andrà meglio.”
“Speriamo.”
“Comunque ho trovato un’agenzia di formazione abbastanza comoda. Domani andremo per iscriverci al SAB.”
“Ma non hai detto che dobbiamo fare il REC?”
“Adesso si chiama SAB, Somministrazione alimenti e bevande. Prima si chiamava REC Registro esercenti commercio.”
“Che casino. Incomincio a non capire più niente.”
“Vedrai, vedrai che tutto si chiarirà.”
“Sì, chissà quando.”
“Presto. Io già inizio a orientarmi, a vedere degli spiragli.”
“Beato te. Io vedo solo il buio.”
Ci iscriviamo al REC che poi si chiama SAB, sborsiamo una cifra mica male, ci danno il programma del corso. Dovremo superare anche gli esami. Scritti e orali.
“Esami? Ma è una vita che facciamo esami, concorsi, specializzazioni, master e…”
“Zoe, siamo in ballo e dobbiamo ballare.”
“Si, ma dovremo studiare. E chi ce l’ha il tempo? E soprattutto la testa, con tutte le cose che dobbiamo fare.”
“Si, studiare. Se lo sognano che io mi metta a studiare.”
“Ma guarda qui Arturo, ci sono un sacco di materie.”
“Seguiremo le lezioni in aula e vedrai che ce la faremo.”
“In aula? Ma non ci sarà anche l’obbligo della frequenza spero.”
“Almeno l’ottanta per cento delle ore.”
Non la guardo in faccia e mi allontano con una scusa. Forse è davvero una follia quella che stiamo mettendo in piedi anche perché chi ce lo fa fare? I nostri amici in pensione si rimettono in pista in modo diverso: studiano inglese, vanno in palestra e fanno volontariato. E poi viaggiano. Noi invece siamo qua con la nostra start up che detta così fa figo e, stando a quel che si sente in giro, sembra che tutte le istituzioni siano lì apposta per premiare il tuo spirito di iniziativa, ma in pratica è una fregatura perché non ti regala niente nessuno, e mi fa ridere l’impiegata della banca che ci ha detto come se parlasse di una vincita al lotto, che, proprio perché siamo una start up, avremo quindici mesi di conto gratis. Pensate come siete fortunati! E noi lì a far sì con la testa e a sorridere riconoscenti per tanta prodigalità.
Però io e Zoe non siamo tipi che stanno alla finestra a guardare come va il mondo, vogliamo starci dentro, sgambettare ancora un po’, e un giorno lasciarci alle spalle fatti, non ricordi.

Prima lezione. Una trentina di persone, tutte giovani. Sbircio Arturo e forse anche lui come me sospetta di aver sbagliato indirizzo. “Altro che ripetenti – dice scherzando a un ragazzo che si aggira nell’aula facendo lo spiritoso, – siamo decisamente fuori target.” E noi che pensavamo di essere quattro gatti, magari di doverci mescolare con un paio di stranieri che non sanno una parola di italiano o con qualche ignorante incallito che non riesce a prendere un diploma perché non capisce un tubo al di fuori di facebook e tenta per l’ultima volta. I nostri compagni sorridono, si danno di gomito, ma ce l’hanno scritta in faccia la preoccupazione per il futuro e anche la speranza. Come noi del resto, anche se in modo diverso. C’è chi ha la laurea, chi un lavoro precario, chi è stato licenziato e chi è sposato con figli. Ci sono anche alcuni stranieri che si impastano a meraviglia con gli italiani perché sono nati qui o semplicemente perché qui ci vogliono restare.
Che la speranza non diventi illusione. Per loro e per noi.
In un momento come questo però fa piacere vedere che i giovani non si arrendono, che si danno da fare per conquistarsi un posto in questo paese che sta andando in briciole.
“Dovrete presentare la SCIA al SUAP, però attenzione perché, se ci sarà da ristrutturare il negozio, occorrerà inoltrare anche la CIA. Per quanto riguarda la UTF, non so se si possa pagare con una RIBA, per sicurezza fate un MAV, mentre sicuramente L’INPS lo pagherete con l’F24” ci spiega l’insegnante di legislazione mentre il docente di igiene e merceologia insiste con l’HACCP e il DVR, in seguito, scoprendo che ci occuperemo di vini, ci raccomanda di controllare che siano VQPRD.
Io mi sento svenire davanti all’ermetismo di quelle sigle che mi si sbarra contro come la porta di un caveau e mi dico che noi vogliamo solo aprire un’enolibreria, perché fra i libri ci siamo vissuti e in mezzo ad essi respiriamo meglio e ci piacciono il buon vino e l’arte, e vorremmo ospitare eventi e magari diventare un punto di riferimento nel quartiere, un posto in cui la gente si possa incontrare per fare cultura – brutta parola al giorno d’oggi, antica e inutile, ma che per noi ha ancora un senso – o magari semplicemente quattro chiacchiere e poi chissà, un giorno, assumere qualche ragazzo e, nel nostro piccolo, dare una speranza a quest’Italia giovane e tradita.
Non vogliamo sfidare i santuari della burocrazia, siamo pronti a sottostare alle regole dell’apparato, se soltanto riusciamo a capirle.
Arturo, come al solito è tranquillo. Interviene, annuisce come se le avesse sempre masticate quelle cose e si orienta benissimo fra IRES e SAS e CAI, che io credevo avesse a che fare con gli alpini e scopro invece trattarsi della Centrale di Allarme Interbancario, denominazione che mi mette sgomento solo a sentirla pronunciare e mi fa sentire il bisogno di guardarmi alle spalle. Non si sa mai.
Arturo si appassiona al discorso dei bagni.
“Ma quanti dobbiamo averne?”
“Prima di tutto quello per i disabili comprensivo di antibagno.”
“Ci porta via metà del locale. E poi quanti saranno i disabili che verranno a fare pipì da noi?”
“Non importa. È la legge. Poi dovrete avere quello per gli uomini e quello per le donne e infine quello per voi naturalmente.”
Arturo è un tipo ottimista, pragmatico, che sa come affrontare le questioni. Però questa volta si incazza. Lo capisco solo io perché lui quando si arrabbia mette su un sorrisetto alla D’Alema e la butta in sarcasmo.
“Visto come stanno le cose, invece di aprire un’enolibreria, ci conviene aprire direttamente dei servizi pubblici così possiamo avere tutti i cessi che vogliamo.”
Applausi e risate. L’insegnante si fa più possibilista.
“Forse le donne possono usufruire del bagno per i disabili, così potete risparmiarvene uno. Mi informo e poi ve lo dico.”
Sorride. Ma il suo sorriso e quello di Arturo non si incontrano, uno va morire in un guazzabuglio di acronimi, l’altro corre a immaginarsi le cose ben fatte nel nostro locale. Se mai verranno fatte.

Il corso finisce. Superiamo gli esami e stipuliamo il rogito.
Ci siamo.
Ci siamo un accidenti. Adesso incomincia il bello. Costituiamo la società e scopriamo che dovremo versare i contributi INPS.
“Per la pensione.” “Ma noi l’abbiamo già la pensione, ne percepiremo un’altra?” “No, però forse potrete chiedere l’aggiornamento di qualche euro, dopo un certo numero di anni, s’intende.” “S’intende.”
È giusto, la pensione la prendiamo già. Ma allora perché dobbiamo pagare, ci chiediamo. Mah. Speriamo almeno che i nostri contributi servano per gli esodati.
“Siete già fortunati a non doverli pagare due volte, come soci lavoratori e come soci amministratori.”
“Due volte io e due volte lei? Ma è pazzesco.”
“Vi ho detto che siete fortunati. Al vostro tipo di società non si applica la doppia contribuzione.”
“Fiu!”
“Però ci sono gli studi di settore. Se l’Agenzia delle entrate stabilisce che un locale come il vostro deve fatturare cento, voi dovrete pagare le tasse in proporzione.”
“E se non ci arriviamo a fatturare cento?”
“Dovrete pagare lo stesso perché in caso contrario rischiereste di passare per evasori.”
“Dobbiamo pagare le tasse anche su quello che non guadagniamo?”
“Più o meno è così, se volete stare tranquilli.”
Kafkiano!

E adesso finalmente inizieremo i lavori e vedremo il negozio trasformarsi. Lo vedremo nascere il nostro locale. È emozionante, come mettere su casa, anzi di più perché ci si sfila dallo stretto del proprio privato per mettere al mondo una piccola agorà.
Se ce lo permetteranno.
Condoni, sanatorie, mappali. Finalmente il progetto e i preventivi.
Arrivano come il gatto e la volpe. All’inizio sono attenti a non esagerare con i costi pur facendo notare che i loro materiali, le loro rifiniture, la loro messa in opera non hanno confronti. In seguito però “Qui bisogna fare questo e là quell’altro e poi è un locale particolare e non ci si può accontentare di materiali di scarsa qualità. Occorre fare tutto nuovo, non si può riutilizzare niente. Non vorrete fare una scarpa e una ciabatta?” ci sgrida il gatto lisciandosi i baffi.
“Per carità. Comunque noi abbiamo anche mobili antichi, sapete. Sono di valore.”
“Il vecchio non va bene per un’enolibreria, sa di polvere e di tarli. Date retta a noi che abbiamo a cuore il vostro progetto e vedrete che bellezza. Abbiamo visto un lampadario. Solo duemila euro. Un vero affare” cerca di allettarci la volpe.
Centocinquantamila euro tutto compreso, o quasi. Arrivederci, anzi addio.
La crisi economica trasforma il lavoro in una jungla e divora l’onestà.

“Hai visto Zoe che ce l’abbiamo fatta. Questa ditta ci fa un buon prezzo e poi sai cosa ti dico?, mi ispira fiducia”
“Sarà.”
“Intanto facciamo portare via tutto il vecchio arredo e poi ragioneremo con loro sul capitolato dei lavori.”
Sgombrano il locale. L’ultimo giorno, con la scusa che non ci sta più niente sul camion, lasciano parecchia roba, prendono i soldi e se ne vanno garantendo che finiranno al più presto.
Mai più visti.
Guardo Zoe e so che nell’enolibreria ci starebbe bene. Forse perché anche lei scrive. Ha pubblicato il romanzo Azzurra e la raccolta di racconti Prendere i voti. Se sia brava non so e comunque non sono io che devo dirlo, però una cosa è certa: quando scrive non rompe i coglioni e nemmeno quando legge. Se poi beve un buon bicchiere diventa una con cui si può anche stare bene. L’enolibreria sembra fatta apposta per lei.
Se riusciremo a farla nascere, stretti come siamo fra gatti, volpi e ditte scalcagnate.
Mi siedo su una cassetta in mezzo a rottami, vetri rotti e polvere e immagino il futuro di questo posto. Pochi tavoli, un’atmosfera soft, i ragazzi che abbiamo assunto si occupano dei clienti servendo piattini fragranti e buon vino. Uno dei due mostra un libro a una persona che glielo chiede; li vedo chiacchierare mentre una compagnia che occupa mezzo locale ride e scherza con la mia amica attrice che stasera è qui per allietarci con alcune letture. La musica in sottofondo… a proposito, la SIAE. Bisognerà pagarla. Sospiro e smetto di sognare. Varco la soglia dal negozio, Zoe è seduta sul bordo di una fioriera scassata.
“Guarda il nostro dehors. Potremo farne qualcosa di bello anche se prima bisognerà pagare la TOSAP per l’utilizzo del suolo pubblico.”
“L’ultima tosatura.”
Ride. E il velo di sconforto che mi sento negli occhi si scioglie con la sua risata.
In questo preciso momento so che ce la faremo. Lo so con l’ingenuità e la fede assoluta dei bambini che credono nei sogni, nelle favole, negli eroi dei fumetti che cadono dal decimo piano e non muoiono. Al più hanno i capelli che sparano da tutte le parti e ti guardano intontiti mentre una corona di stelle gira intorno alla loro testa.
Zoe e io siamo così. Forse è per questo che ci chiamiamo in questo modo. E io so che ce la faremo a diventare Zoe & Arturo. Glielo dico, e mentre la sua risata si spegne in un leggero sospiro, so che la nostra nuvoletta – che non c’entra niente con le cloud che vanno di moda adesso – si riempirà di parole come questi muri scrostati a cui già ci stiamo affezionando e non si sgonfierà in un puff.

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