I giorni pari e quelli dispari

di Federico Bagni

“Svegliati.”
Rumori di fondo, sembra un telegiornale.
La luce è bianca, bussa alle palpebre.
Lui non vuole. Si rotola nel letto, nasconde la testa sotto al cuscino.
“Riccardo” insiste.
Ha una voce strana, spaventata. La voce di una persona smarrita.
Apre mezzo occhio, ma la luce è troppo forte.

“Abbassa” cerca di dire.
Lei non lo ascolta, o forse non capisce. In ogni caso la tapparella resta su.
“Riccardo, svegliati. E’ successa una cosa brutta.”
Nel cervello ronzano vespe arrabbiate, i postumi della sbronza.
Si sforza di raccogliere i cocci, dentro la nebbia che mangia i pensieri.
Se Michela sta a casa vuol dire che è sabato. Vuol dire che ieri è uscito coi soliti, ha tirato tardi all’osteria del becero. Paga due euro il bicchiere della staffa, ci è  affezionato a quel posto. Là dentro si sente protetto, il mondo di fuori non esiste. Ha ancora un lavoro là dentro, perfino un futuro.
“Riccardo, cazzo! Svegliati! Si tratta di Ale!”
Sente un brivido lungo la schiena. Spalanca gli occhi, da sotto il cuscino. Sbuca fuori con mezza faccia accesa e mezza spenta, strusciando la barba contro il lenzuolo. Sembra il reduce di un incidente stradale, di quelli brutti. Con un accenno di paresi sul muso, e il naso arrossato, la guarda senza capire.
Michela è in piedi, di fronte al letto. Indossa una maglietta dei Ramones. Ha i capelli bagnati, i piedi scalzi, le gambe nude. Si chiede come faccia a girare così per casa, col freddo che fa. Giugno alle porte, eppure si gela. I brividi lo attraversano come scariche elettriche, si sente un epilettico.
La luce di fuori gli dice che il freddo ce l’ha dentro.
“Cos’è successo?”
Parole di un attore doppiato male, il vino rosso le mischia assieme.
Michela lo guarda e resta zitta. Così bella e diversa da lui. Così lontana, adesso.
“E’ successo qualcosa ad Ale?”
Lei accenna un sì. Però sembra più complicato dei soliti sì.
Riccardo apre e chiude la bocca un paio di volte. Tiene gli occhi addosso a Michela, la fruga per cercare una risposta. Poi Michela indica la tv, contro l’angolo in penombra.
Il rumore di fondo viene da lì. Non era un telegiornale, ma una diretta da Milano. Sullo schermo, immagini mosse riprese con una telecamera a braccio. Si vedono le volanti, uomini con gli occhiali scuri, poliziotti e gente vestita di bianco. Si vede un’ambulanza che parte di corsa. Si vedono le transenne di fronte all’ingresso di un vecchio palazzo. C’è una scritta bianca su fondo rosso, che scorre avanti e indietro. Ultim’ora, dice la scritta. Cerca di leggere quel che c’è scritto dopo, ma non vede bene.
Michela fa una faccia strana. Sembra un foglio accartocciato che stai per buttare via.
“E’ stato Ale” gli dice. Indica ancora la tv, la scritta in bianco su fondo rosso.
Riccardo intravede la parola attentato.
“Lo ha fatto davvero” gli dice Michela.
Lui stacca l’audio, o almeno ci prova.
Lei continua a parlare, ha questo carico di mattoni che deve rovesciargli addosso. E’ un carico troppo pesante per una ragazza. E comunque lei non c’entra niente, quante volte ne hanno parlato.
“Ha sparato” dice Michela.
>“Cosa dici?” balbetta Riccardo, gli occhi inchiodati allo schermo della tv.
Si vedono dei bossoli, adesso. Si vede del sangue.
Gli uomini vestiti di bianco non sono medici, ma poliziotti.
Il palazzo sta nel cuore di Milano. Inquadrano la targhetta, è la sede della società.
“Ha sparato. Lo ha fatto davvero” dice Michela.
Solo che la voce adesso è un sussurro, una corda di violino che sta per spezzarsi.
Riccardo la guarda, scalza e bellissima dentro la maglietta dei Ramones.
Così diversa da lui. Così lontana.
Michela comincia a piangere. Non si avvicina. Singhiozza in piedi, a pochi metri da lui.
Riccardo non capisce. Non vuole capire. Le vespe ronzano ancora più forte, non riesce a sentire altro. Gli viene da chiudere gli occhi, da ricacciare la testa sotto al cuscino. Gli viene da mettersi addosso un maglione pesante, anche se giugno è alle porte e la luce di fuori dice che il freddo ce l’ha dentro.
Cartoncini bianchi con lettere in nero, ad indicare gli indizi. Sembrano segnaposti.
Non può essere vero, questo è uno scherzo del cazzo.
Si guarda intorno. Magari l’intera osteria del becero sta nascosta sotto al letto, e adesso salta fuori, e davanti a tutti ci trova l’Ale che gli dice
Ci hai creduto, eh? Te la sei fatta sotto, dì la verità.
Solo che sotto al letto non c’è nessuno. Tanto meno Alessandro.
Alessandro stava dentro al cellulare che hanno inquadrato prima.
Il rumore di fondo adesso ha la faccia slavata di una giornalista bionda. Sta dicendo che Alessandro non ha opposto resistenza, si è consegnato subito. Lo stanno interrogando, in questo momento. Vogliono capire perché l’abbia fatto, stanno cercando eventuali complici.
Perfino la giornalista fatica a pronunciarla, la parola attentato.
E’ una parola che fa paura. Una parola da pronunciare piano, quando nessuno ti sente.
Solo che adesso sta scritta in bianco su fondo rosso. E ci sono i bossoli, e le tracce di sangue.
Michela singhiozza senza più forze o pudore, esanime.
Lui non riesce neppure a pensare. Se ne resta sul letto, la faccia rimboccata alle ginocchia. Gli occhi sgranati e increduli, che adesso capiscono il peso di quel carico di mattoni.

Chiamano in tanti. Lui non vuole saperne.
Michela gira per casa come una tigre in gabbia, continua a fissarlo.
Riccardo le ha detto di spegnere la tv. Lei ha fatto finta di niente.
Sono bravi, quelli. Prima di pranzo ricostruiscono i fatti, li spiattellano ancora caldi.
Il cellulare continua a squillare. Lui lascia che squilli.
“Prima o poi devi reagire” gli dice Michela, che si cambia dietro l’armadio.
Lui la guarda, prima mezza nuda e poi rivestita.
“Dove vai?” le chiede.
Lei non risponde. Prende la borsa ed esce.
Passano forse due minuti, poi suona il citofono.
Riccardo solleva la cornetta, convinto che Michela abbia dimenticato qualcosa.
Invece non è Michela, ma Mario.
“Cazzo fai, non rispondi?”
Riccardo rimette a posto la cornetta.
Mario si attacca al citofono, ci si appende come una scimmia.
Nell’appartamento deserto, inondato di luce e di brutte notizie, Riccardo prende la faccia tra le mani e si sdraia sul divano. Il citofono continua a suonare. La tv continua a parlare di Ale.
Michela ha ragione, prima o poi deve reagire.

Invece di farlo salire, scende lui.
“Andiamo” dice a Mario.
“Dove?”
“Camminiamo.”
Lui annuisce, gli occhi venati di pianto.
Sembrano due relitti industriali, due scarti di fabbrica.
Riccardo è più alto, di quasi dieci centimetri. Mario è più grosso, braccia come salsicce.
Entrambi con la barba ispida, il naso schiacciato e la fronte bassa.
Camminano fianco a fianco, quasi non ci stanno sul marciapiede.
Intorno, il traffico blando del sabato mattina e il grigio di periferia. Piante anoressiche avvelenate dallo smog. Cacche di cani piccoli, cacche di cani grossi. Cartacce e rifiuti. Le buche per la strada sono crateri, invece di aggiustarle ci mettono davanti un cartello con scritto Pericolo, buche.
“Ma te lo sapevi?” gli chiede Mario senza guardarlo.
Guardano entrambi davanti, verso il prossimo semaforo.
Riccardo scuote la testa.
“Te?” domanda a Mario.
“Non lo sapeva nessuno” dice lui.
“Nessuno chi?”
“Nessuno” ribadisce. “Di quelli che conosciamo, nessuno.”
“Li hai sentiti?”
“Certo che li ho sentiti.”
“Cosa dicono?”
“Niente. Sono distrutti e basta. Non potevano immaginarsela, una cosa così.”
Riccardo si ferma di colpo. Punta i piedi e smette di camminare. Quasi si lascia tamponare da una vecchina armata di borsa della spesa, che lo aggira all’ultimo.
Mario se ne accorge dopo, è costretto a tornare sui suoi passi.
“Che fai?”
Riccardo scuote la testa. Fissa il tratto di marciapiede tra loro, le macchie più scure sulle macchie più chiare. Fissa il cordolo smangiato dal sale, fissa un pacchetto di sigarette raggrinzato, fissa il dépliant di una palestra lavato dalla pioggia.
“E’ colpa mia.”vNon lo dice a Mario, così come non l’ha detto a Michela.vLo dice a se stesso. Lo dice ad Ale, anche se da qui non lo sente mica.
“Cazzate” dice Mario.
“Non sono cazzate. E’ la verità.”
“Non è colpa di nessuno. Ha perso la testa, ecco tutto.”
“Qualcuno gliel’ha fatta perdere, invece. Lo sai anche tu.”
“Ha perso il lavoro, dai. Era nella merda, e si è tenuto tutto dentro. Per forza che è esploso.”
Riccardo se l’aspettava, una difesa così. Mario è un suo amico, e gli amici a questo servono.
Solo che non ha più amici, adesso. Non di fronte a quello che è successo.
Non ha più una donna, non ha più una casa. Gli resta soltanto il senso di colpa.
Se Ale non l’avesse conosciuto, ora non sarebbe in carcere.
E’ colpa sua, altro che. Sua e delle sue parole.
Ora di parole non ne ha più. Si sente un elenco telefonico stampato con inchiostro simpatico.
“Andiamo a bere qualcosa” gli dice Mario.
“E’ quasi mezzogiorno.”
“Allora andiamo a mangiare qualcosa.”
“Non so quando ritorna, Michela.”
“Dai, cazzo, Riccardo.”
“E’ tardi, Mario. Per tutto.”
Però si lascia convincere. Ad una condizione.
“Niente osteria del becero” intima a denti stretti.
“Niente osteria del becero” accetta Mario.
Sa che Riccardo non ci metterà più piede, là dentro.

La spaghetteria è quanto di meno caro riescano a trovare. Lo dicono le piante finte all’ingresso, le pale del ventilatore sul soffitto, i menu plastificati con improbabili traduzioni multilingue. Si sentono comunque in colpa, nessuno dei due potrebbe spendere.
La cameriera è quasi una bambina. Ha i capelli lunghi e ribelli, gli occhi assonnati di chi lavora troppo e dorme troppo poco. Viene da loro con un piccolo taccuino e una matita, chiede cosa prendono senza guardarli negli occhi.
A loro va bene così, è il giorno adatto per sentirsi invisibili.
Ordinano pasta alla puttanesca, vino rosso della casa.
Dall’unica vetrata che percorre il locale si vede un semaforo che da verde diventa arancione e poi rosso. Si vede un pezzo di muro con la locandina di un circo Medrano. Si vede un pezzo di grondaia. Si vedono palazzi rossi, proprio in fondo, ai bordi ultimi della periferia.
Tovaglia a quadretti, di plastica anche quella. Pavimento di linoleum. Dieci tavoli in tutto, sette sono vuoti. La tv, montata in alto nell’incastro ad angolo, è un vecchio scatolone nero.
L’ennesimo tg, questa volta a volume zero. Però Alessandro è di nuovo alla mercé della gente, in una foto rimediata chissà come. La didascalia dice che il ferito è grave, forse ce la fa ma forse no.
“E’ assurdo” dice Mario, mordendo pane stantio dal cestino in finto vimini.
Riccardo non dice niente. Si è messo apposta spalle allo schermo.
“Ce l’avevano promesso” dice Mario. “Avevano detto che non l’avrebbero toccato, lui.”
La voce è limpida, delusa. Sembra quella di un bambino caduto dal triciclo, incredulo per il sangue sul ginocchio sbucciato. Solo che qui il sangue è uscito copioso, da un povero cristo che non c’entrava niente. E adesso Ale sta dentro, e quello forse tira le cuoia, e in tutto questo il licenziamento c’entra fino a un certo punto.
Questo vorrebbe rispondergli, al Mario.
Però non ci riesce, la mente gira a vuoto.
Continua a pensare a quelle maledette riunioni, a quello che si dicevano.
“Eh?” gli dice Mario, toccandogli un braccio.
“Eh cosa?”
“Ti ho chiesto dove sei con la testa, a cosa stai pensando.”
“Lo vuoi sapere davvero, Mario?”
Mario annuisce, mastica piano il finto panino alla semola che sembra pongo e sa di colla.
Riccardo ha gli occhi lucidi, sente l’affanno sfondargli il petto.
“Sto pensando che ad Ale gli voglio bene come a un figlio, ma gli ho insegnato solo a sputtanarsi a vita. E adesso guarda cos’è successo. Per noi erano solo parole, per lui no.”
“Hai fatto tutto il possibile, per farlo sentire a casa. E’ questo che ti rimproveri?”
Riccardo annuisce, pensa a questa cosa assurda di un affetto che fa più male che bene.
Pensa che è stato così da sempre, anche con Michela. Sa solo distruggere e fare male.
La bambina assonnata serve la puttanesca. E’ buona, ma scotta.
Il vino invece è acqua sporca.
Mangiano a denti stretti, gli occhi sul piatto.
Riccardo fa un conto mentale di quanto dovranno pagare. Pensa a Michela, che un lavoro ancora ce l’ha e sgobba per tutti e due. Pensa a tutto quello che va storto nelle loro vite, da tre anni a questa parte. Pensa ad Alessandro, dentro chissà quale cella di chissà quale carcere; a sua sorella, che adesso è sola per davvero. Guarda le piante finte all’ingresso, il grigiore di Milano fuori dalla vetrata.
Addenta un pezzo di pane. E’ finto, sa di colla.

L’uomo senza la divisa citofona alle dieci di domenica mattina. Michela lo fa salire senza chiedergli niente. Neanche Riccardo gli chiede niente. Sono quasi contenti che abbia messo piede nel piccolo soggiorno inondato di luce. Gli offrono un caffè, quello ringrazia e si scusa per il disturbo.
Riccardo lo studia da uno spigolo del frigo, non sembra un invasato. Ha i capelli più lunghi che corti, la barba mal rasata, occhi troppo liquidi per marchiare a fuoco. Ha esibito il tesserino, ha chiesto permesso prima di entrare.
Michela sparisce di là. Riccardo si sente solo.
L’uomo senza la divisa mescola il caffè col cucchiaino, non finge sorrisi.
“Stiamo facendo un po’ di domande” dice a Riccardo.
“Immagino” dice lui.
“Eravate amici, oltre che colleghi.”
“E’ una domanda?”
“E’ un punto di partenza. E’ quello che ci hanno detto.”
“Hanno detto giusto.”
“Quando vi siete conosciuti?”
“Quando è arrivato. Aveva perso la madre e il padre nel giro di venti mesi, due tumori se li sono mangiati vivi. La ditta lo ha fatto entrare al posto del padre. Aveva una sorella da mantenere, più piccola di lui. E’ finito nel mio stesso reparto. Così l’ho conosciuto.”
“Lei stava nella rappresentanze, vero?”
“Stavo.”
“Come mai ne è uscito?”
“Non ne sono uscito, mi hanno buttato fuori.”
“Motivo?”
“Dicevano che ero troppo intransigente. Che non era più tempo per la lotta, bisognava trattare.”
“Ed era vero?”
“Ero intransigente, certo. E trattare han trattato. Il risultato è questo.”
“Parla dell’attentato?”
“Parlo della cassa integrazione, di mezza ditta a casa.”
“Lei da quanto non lavora?”
“Da troppo.”
“Sapeva che a Meroni avevano notificato lo stesso provvedimento, pochi giorni fa?”
“Nessuno lo sapeva.”
“Come mai non gliel’ha detto, se eravate così amici?”
“Proprio per quello.”
“Non la seguo.”
“Sapeva che avrei cercato di fermarlo. Di non fargliela fare, questa cazzata.”
L’uomo senza la divisa lo guarda negli occhi, sembra perplesso.
“Secondo lei è una cazzata, quella che ha fatto?”
Riccardo allarga le braccia, dall’altro lato del divano.
“Ha quasi ammazzato un povero cristo che non c’entrava niente. Lei come la chiamerebbe?”
“Per questo la reputa una cazzata, perché c’è andato di mezzo un povero cristo? Se quel proiettile avesse centrato l’amministratore delegato non sarebbe stata una cazzata?”
Riccardo abbassa lo sguardo, non dice niente. Sente il bisogno di una sigaretta.
“Vi frequentavate spesso, col Meroni?”
“Ci vedevamo alle riunioni, più che altro. All’osteria del becero.”
“Cos’erano esattamente, queste riunioni?”
“Un gruppo di incarogniti che beve vino e le spara grosse. Contro il sistema, contro i padroni, contro il capitalismo. Gente presa a schiaffi dalla vita, che sogna il momento in cui le cose cambieranno.”
“Si parlava mai di come cambiarle davvero, le cose? Si parlava mai di chi colpire?”
Riccardo scuote la testa. “Non era un covo di brigatisti, dottore.”
“E cos’era, allora?”
“Non lo so, cos’era. Non lo so più.”
“Le rifaccio la domanda, perché credo che abbia una certa importanza. Parlavate mai di chi colpire? Avete mai progettato un attentato come quello di ieri?”
“Quello di ieri non è stato un attentato. E’ stato il gesto disperato di un ragazzo che una vita vera non ce l’ha mai avuta. Non si possono spiegare le cose a tavolino. E comunque guardi, se c’è da prendersi delle colpe me le prendo tutte. Si parlava di imbracciare i fucili, certo. Si parlava di cominciare a sparare, come facevano negli anni Settanta. Sa dove si parlava di queste cose? Sa con chi se ne parlava?”
L’uomo in divisa lo ascolta attento, senza muovere un muscolo.
Riccardo dice “In autobus, se ne parlava. Per la strada.”
“Con chi?”
“Ma con chiunque, cristo. Ci cammina mai per la strada, lei? Lo ascolta mai, l’umore della gente? Qua siamo tutti esasperati, non ne possiamo più di fare la fame mentre quelli mangiano e bevono e scopano dalla mattina alla sera. Lo sa quanto ha preso di buonuscita, l’ultimo amministratore delegato che si è tirato fuori? Gli hanno dato un sacco di bonus e mica bonus, a uno che in pratica ha mandato a puttane la ditta. Chissà che cazzo gli davano, se addirittura la faceva andar bene. E intanto noi dobbiamo cercare un discount ancora più di merda, e girare a piedi, e guardare le vetrine, e raccontarci che in fondo poteva anche essere peggio, in fondo conta la salute, e poi magari  domani le cose andranno meglio. Solo che non è così, lo sappiamo tutti. Andrà sempre peggio, per quelli come noi. Per questo si parlava di ricominciare a sparare. Serve una rivoluzione, qua. E nessuna rivoluzione si fa con le parole.”
“Mai sentito parlare di Gandhi?”
Riccardo lo guarda con la bocca storta e il cuore che batte forte. Si chiede quando gli chiederà di alzarsi e prendere le sue cose. Si chiede se ci sia un’auto pronta per portarlo via, giù in strada.
“Gandhi è diventato uno spot della Telecom” dice all’uomo senza divisa.
“Mi parli ancora di queste riunioni.”

A pranzo c’è il risotto con l’ossobuco.
Riccardo guarda il piatto, poi guarda Michela.
Michela sorride, si è messa un vestito leggero che le sta bene. Ha i capelli sciolti, profumati.
Quando la guarda si sente più forte. Una forza che viene da lei, che lui non ha.
Anche in questo momento. E’ lei ad allungare una mano, sopra la tovaglia.
Riccardo fissa quella mano, un fiore che si schiude. E’ tiepida e morbida.
“Penso che dovremmo usarlo, quel fondo” gli dice.
Lui alza gli occhi di scatto, come se gli avesse dato una schiaffo.
“Che cazzo dici?”
“Dico che dovremmo usarlo. Per Ale.”
“Quel fondo non si tocca, lo sai. Le adozioni costano.”
“Sono anni che ne parliamo, e non lo facciamo mai.”
“Non lo facciamo mai perché non ci siamo ancora arresi. Non hai neanche quarant’anni. E i figli arrivano quando vogliono loro.”
“Appunto” gli dice Michela. “Questo è arrivato un po’ grandicello, però è arrivato. Sta dietro le sbarre, ha bisogno di un buon avvocato. E gli avvocati costano.”
Riccardo scuote la testa, assaggia il risotto con l’ossobuco.
“E’ buono?”
“E’ buonissimo.”
Beve un sorso di vino bianco, aspro e freddo com’è. Guarda la loro piccola cucina, pensa a quello che non potranno mai permettersi. Poi pensa a quello che sono, a quello che hanno costruito.
Michela gli stringe la mano, lo costringe ad alzare lo sguardo.
Quando la guarda si sente più forte. Una forza che viene da lei, che lui non ha.
“Penso che dovremmo usarlo, quel fondo” gli dice. “E smetterla di farci del male.”
Lui annuisce, si accarezza la barba e la scopre bagnata.
Michela si alza da tavola, gli chiede un po’ di posto sulle ginocchia.
Lui appoggia la testa sul suo petto, si arrende ai singhiozzi.
“Perché piangi?” gli chiede dopo un po’.
“Perché meriti di meglio.”
“Di cosa?”
“Di me.”
“Potessi tornare indietro, sceglierei te i giorni pari e quelli dispari. E pure il ventinove di febbraio, nei bisestili.”
Lui scuote la testa, senza dire niente.
Lei lo tiene stretto, lascia che si sfoghi. Guarda la loro piccola cucina, pensa a quello che non potranno mai permettersi. Poi pensa a quello che sono, a quello che hanno costruito. Quando lo guarda si sente più forte. Una forza che viene da lui, che lei non ha. Sta in quelle lacrime, in quella barba bagnata. In quei singhiozzi che adesso sono mozziconi di parole, sono latrati di cane, sono quello che sono ma non fanno più male a nessuno.

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