Colloquio di lavoro

di Virginia Less

«Falla entrare tra cinque minuti, Rosanna, grazie.»
Mi servono per raccogliere le idee. Ma sono convinta: è lei la scelta giusta.
Un margine d’incertezza rimane, si capisce, anche se questo cavolo di mestiere lo faccio da anni. Negli ultimi, sempre peggio. Con il poco lavoro che c’è, tocca faticare di più e sentirmi umiliata anch’io: decine di colloqui per uno straccio di contratto a termine. Sempre che, quando sei a buon punto, non si presenti il solito nipote dell’amico di…

Da noi capita meno che altrove, giusto qualche operaio generico. I capi sono stranieri, poco coinvolti nei giochi locali.
«È la persona che ci vuole» mormoro. Mi alzo e accosto alla finestra, tanto per sgranchirmi. Capannoni, invasature e travel lift in primo piano non sono il massimo, ma la vista del mare mi rasserena come sempre. Oggi predomina il grigio chiaro, le increspature brillanti delle piccole onde si spengono nell’ombra riflessa delle nuvole basse.
«Si presenta e parla bene.»
Questa volta gli aspiranti non erano numerosi, visti i requisiti. Un corrispondente con buona conoscenza dell’arabo, oltre che del solito inglese, disposto a spostarsi tra le nostre sedi e non proprio digiuno di nautica.
La giovane donna che ho deciso di scegliere è la più adatta. Ha lavorato a Londra e a Dubai; è abile con il computer, si mostra calma ed efficiente.
«La dottoressa Giannetti» annuncia Rosanna aprendo la porta.
Ha una stretta di mano solida, asciutta. Prendo posto, la invito a sedersi. Sorrido nel dire che la sua candidatura ci ha fatto una buona impressione:
«Il professore dice un gran bene del suo arabo…»
“Gli altri due, l’esperto è stato chiaro, hanno mostrato minor padronanza. E io li ho trovati meno convincenti” penso; intanto riparliamo delle sue esperienze, quelle di studio e lavoro, esposte con i termini d’uso nell’impeccabile curriculum. Ricordo bene il primo colloquio, ma qualche particolare in più non guasta.
«… ero stata a Londra con un Erasmus. Ci sono poi tornata per tre anni, presso un ditta di import- export che lavora soprattutto con i paesi del Golfo. Facevo da interprete durante le trasferte, così ho perfezionato l’arabo. Un’esperienza utilissima, anche se dopo la laurea in lingue orientali avevo seguito un master di relazioni internazionali, in Egitto, con l’idea di tentare qualche concorso presso i consolati. Non ne hanno bandito nessuno, e così, dopo molti lavori di ripiego…»
Veronica Giannetti, 34 anni, ha un aspetto gradevole e curato. Volto dai tratti un po’ aguzzi, begli occhi chiari, figura snella. Anche questa volta indossa pantaloni e giacca, non nuovissimi, di qualità discreta; ben assortite camicia e sciarpa leggera. Eppure mi sembra diversa. Il sorriso non ravviva lo sguardo intento, anche la posizione sulla poltroncina è meno naturale. Comprensibile: il primo colloquio era di routine, questo probabilmente decisivo.
« Come mai si è spostata a Dubai?» chiedo, pur avendo in mente la risposta.
«Un nostro cliente mi ha fatto un’offerta di lavoro: responsabile della segreteria, stipendio allettante. Cantiere aperto da poco, con diverso personale italiano. Non che star lì mi entusiasmasse, ma sarei rimasta se…»
… Non le fosse morto il padre, titolare di un esercizio commerciale che sembrava prospero, e non lo era poi tanto. Sua madre, tra impicci burocratici e qualche debito, era caduta in depressione. La Giannetti, figlia unica, aveva deciso di rientrare. Ora la signora stava meglio e, avendo casa di proprietà, riusciva a tirare avanti con la pensione sociale, però lei preferiva comunque restare e si era messa a cercare lavoro. Ormai erano passati due anni: traduzioni, piccoli incarichi, nessuna proposta seria.
«La posizione che offrite sarebbe perfetta per me» dice, con una franchezza che apprezzo.
Sorrido ancora una volta. Ma ho intanto notato che la dottoressa disserra le braccia che ha più volte incrociato sotto il seno e cerca di tenerle appoggiate compostamente sulla scrivania. Conosce anche lei il linguaggio del corpo e non vuole comunicare diffidenza e chiusura.
Un mese fa non manifestava questa tensione, ne sono sicura.
«Aveva esperienza di barche anche prima di lavorare a Dubai?» chiedo, anche per introdurre un diversivo.
«So andare a vela» risponde, animandosi. «Da piccola avevo un Optimist, da adolescente un Laser. Mentre ero all’Università mi sono imbarcata in estate come hostess su un cabinato grande. Un’esperienza divertente. Di grossi motoscafi, invece, conosco giusto l’indispensabile. Mi occupavo degli aspetti commerciali, ma se occorre altro…»
«Per visite e prove c’è l’ufficio tecnico» l’ho già detto e mi sento a disagio, mentre continuo a osservare la sua faccia, tornata spenta e tesa:
«Può capitare qualche mostra o altro evento» aggiungo. «A volte organizziamo delle presentazioni per gli ospiti.  Italiani ormai, zero! Quasi tutti arabi e si comincia a vedere qualche russo.»
«Per loro siamo a posto» spiego, in risposta all’espressione interrogativa della Giannetti: «Il capo cantiere è ucraino e alcuni addetti provengono dai paesi dell’est.»
Mi rendo conto che sto chiacchierando, mentre dovrei far parlare lei per completare il profilo che ho nel cassetto e anche ben preciso in testa.
«Vive con sua madre, mi ha detto. Voi due sole?» chiedo, più brusca del dovuto: «Problemi di salute, bisogno di assistenza?»
«No, no…» si affretta a dichiarare la ragazza «Mia mamma ora sta abbastanza bene, e in caso di necessità c’è una vicina.»
«Quindi non avrà problemi a trattenersi all’estero, magari per qualche settimana, quando sarà necessario.»
«Certamente. Faceva parte della vostra richiesta» conferma.
«Legami sentimentali, un compagno, progetti di famiglia?» mi decido a chiedere. Nel curriculum occorre dichiarare lo stato civile, non che si ha una relazione magari burrascosa, ovvio. E se un problema esiste, sarà nel privato, come al solito. Sono cauta: il mio sesto senso, molto apprezzato in azienda, non deve indurmi a sconfinare nell’immaginario.
«No, nulla » risponde subito la donna. Incrocia di nuovo le braccia e mi fissa bene in faccia. Mente, ne sono sicura. Ora intreccia sul grembo le mani, schiarisce la voce. Ha capito che deve aggiungere qualcosa per essere convincente.
«Non sono fortunata in amore» dichiara in tono leggero. Effetti del precariato, commenta, più amara: «Il ragazzo che ho avuto per anni è andato in Svezia poco dopo la laurea, per uno stage; ha trovato lavoro e anche un’altra donna. Come dargli torto? A Londra ho evitato storie impegnative, non sapendo cosa avrei fatto.»
«E qui non ha ripreso qualche amicizia?»
«Niente di che» risponde, con un sorrisetto agro. All’improvviso ne sono certa: lo sguardo, i tratti del viso, la postura…
«Però lei è incinta!» esclamo, pentendomene all’istante. Ho infranto d’istinto la cautela che sempre mi serra, collaudata e robusta. La Giannetti sussulta, inspira, non trova parole.
«La prego di scusarmi, non avrei dovuto» dico, imbarazzata. Mi faccio schifo, ma sono consapevole dell’assenza di alternative: «Ho un sesto senso per certe situazioni e l’azienda è irremovibile. Non dipende da me; le ho spiegato la procedura. Lei firmerà…»
Si è ripresa, ha l’espressione dura, invecchiata.
«…una lettera di dimissioni in bianco. Lo sapevo da prima. E, quanto al suo sesto senso, non ha nulla di cui preoccuparsi, glielo assicuro. Niente figli, né prossimi né lontani. Ho altri problemi… Economici, prima di tutto»
Respiro a fondo e mi decido: sarò onesta, per una volta:
«Lei mi piace, Veronica, ed è la persona più adatta. Ma se l’assumo incinta rischierò io il licenziamento. È una sozzura, lo so bene, una discriminazione indegna, peggio che verso i gay o gli extracomunitari. Stiamo ammazzando il futuro, perdendo noi stessi e il paese. Dovrei protestare, rifiutarmi, ma a che servirebbe? Rimarrei a spasso, e ho due ragazzi all’università»
«Non accadrà, mi creda. Ho bisogno di questo lavoro. E, se fossi un bambino, non vorrei nascere qui e ora.»
Ci guardiamo un attimo, in silenzio.
«Il contratto sarà pronto tra una settimana. Le va bene, dottoressa?»
«Benissimo, la ringrazio »
Suono per chiamare Rosanna.

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