Domani ricomincia la scuola

di Danilo Cucuzzo

Domani ricomincia la scuola.
Mario è pronto, ha già tirato fuori la sua logora ventiquattrore e si appresta a riporvi tutti gli appunti che nel corso dell’estate ha rivisto, corretto e integrato con nuove aggiunte. Mario domani inizierà il suo trentesimo anno di insegnamento.

Rivedrà gli studenti che già conosce e incontrerà per la prima volta i nuovi iscritti, memorizzerà nel breve volgere di qualche giorno i loro visi e li metterà in relazione con i loro nomi. Loro lo vedranno per quello che è: un vecchio professore di latino e greco con una barbetta ispida sempre più tendente al bianco e con degli occhiali dalle lenti spesse e dalla montatura talmente datata da essere uscita e tornata di moda almeno cinque o sei volte nel corso degli anni.

Domani ricomincia la scuola.
Bianca passeggia in centro con Laura. Mentre s’informa sulla nuova fiamma dell’amica e guarda distrattamente le vetrine, sente per caso una bimba che con voce squillante e colma di entusiasmo dice alla madre: «Mamma, mamma guarda».
«Cosa, piccola?» chiede la donna.
«Quel diario, me lo compri?».
«Ma cosa te ne fai, in prima elementare non ti occorre».
«E dai, ti prego» insiste con voce disperata la bambina.
Bianca si è fermata a guardare la scena e si intenerisce tanto alla richiesta della bimba quanto all’espressione di totale arrendevolezza con la quale la madre prima la fissa severa, poi le sorride e, infine, le dice: «E va bene, però non ti voglio più sentir fare i capricci quando cucino le verdure, d’accordo?».
«Sì, sì, te lo prometto» risponde entusiasta la bambina abbracciando la madre e strappando un sorriso a Bianca.
Bianca da quest’anno non andrà più a scuola, da qualche mese si è laureata in economia e commercio a pieni voti. Osservando quella bambina che domani affronterà il suo primo giorno di scuola non può evitare di ripensare ai suoi primi giorni di scuola e non riesce a fare a meno di sentire una specie di malinconia pervaderla tutta.
«Bianca, ehi, ci sei?».
«Come? O scusami. Dicevi?» chiede Bianca, non riuscendo a nascondere il suo imbarazzo.
«Ti dicevo che quando poi lui mi ha chiamata per dirmi» ma Bianca già non la ascolta più, si ricorda della sua cartella rigida, oggi non le fanno più quelle cartelle, e del grembiulino bianco con fiocco rosa e si ricorda dello sguardo della madre: tenero e fiero. Domani ricomincia la scuola ma lei, adesso, è diventata grande. La scuola non ricomincerà mai più, per lei. Bianca deve concentrarsi e darsi uno scossone interiore per evitare a quella lacrima che le si è affacciata sulla palpebra di scendere giù. La bambina, accompagnata dalla madre, è entrata nella cartolibreria. Bianca osserva la bocca dell’amica che continua a muoversi, poi, dopo aver compiuto uno sforzo di concentrazione, la sente che le chiede: «Tu che ne pensi, ho fatto bene?».
«Be’, sì, credo di sì» risponde Bianca, dopo una breve esitazione, pensando alla donna che ha acconsentito alla richiesta della figlia.

Domani ricomincia la scuola.
La signora Camilla ha già da giorni dato disposizioni affinché i bagagli del piccolo Alberto Maria siano pronti per la partenza. Proprio in questo momento Penelope, con passo timido e la testa leggermente chinata, entra in soggiorno: «Signora, i bagagli del signorino sono pronti».
«Molto bene, Penelope» risponde la signora Camilla senza nemmeno guardare la sua governante peruviana. «Il signorino dov’è, adesso?».
«È appena tornato dalla lezione di tennis, si sta facendo il bagno, signora».
«Bene, non appena ha finito fallo venire da me».
«Certamente signora» risponde Penelope chinando ancora di più il capo e allontanandosi con passo svelto ma aggraziato.
«Oh, eccoti, tesoro».
«Mi volevi mamma?» chiede Alberto Maria con voce timida.
«I tuoi bagagli sono pronti» dice la madre, poi, alzandosi e andandogli incontro: «Dimmi, non sei eccitato dall’imminente partenza?».
«Sì, mamma» risponde Alberto Maria cercando di sembrare convincente e genuinamente entusiasta per la sua imminente partenza verso il collegio svizzero dove la madre ha deciso di iscriverlo.
«E dimmi tesoro, ti mancherà almeno un po’ la tua povera mamma?».
«Certo che sì» risponde il ragazzo.
«Oh, non me la fai, sai?» dice la donna abbracciandolo e sfiorandogli una guancia con la sua – è così che bacia il figlio, senza labbra. «Scommetto che non ti mancherò minimamente non appena ti sarai fatto dei nuovi amici e sarai tutto preso dallo studio».
«No, mamma, mi mancherai invece» dice Alberto Maria mentre con tutto se stesso spera che quelle parole appena pronunciate dalla madre possano quantomeno avvicinarsi alla verità; spera di farsi, lui estremamente timido, dei nuovi amici che possano alleviargli la pena di vivere così lontano da casa, fra le mura di un collegio che passa per essere retto in modo assai rigido da una direttrice inglese brillantemente laureatasi a Cambridge.
«Adesso vai, vatti a preparare» dice sbrigativa la signora Camilla, tornado verso la sua poltrona.
«Mamma?».
«Sì?».
«Papà verrà a salutarmi?».
La signora Camilla si volta verso la grande finestra che da sull’enorme parco, che è il vanto della loro tenuta di campagna, e dice: «Purtroppo non potrà salutarti di persona, ma certamente ti telefonerà per augurarti buona fortuna. Va adesso, altrimenti finirai per fare tardi».
Alberto Maria, chinando il capo ancora di più rispetto a quanto aveva fatto pochi minuti prima la governante, si allontana dal soggiorno con le lacrime che già gli rigano le guance.

Domani ricomincia la scuola.
Latifa ha capovolto la sua bicicletta malandata e sta cercando di capire come fare per riparare la ruota bucata. Ritiene di doverla sganciare dalla forcella ma, non avendo chiavi, in casa, non ha la più pallida idea di come farà, domani, a percorrere le otto miglia che la separano dalla scuola. Sono ormai due settimane che ha chiesto al padre di riparargli la bici ma lui, niente, ha sempre altro da fare. Lo ha chiesto alla madre ma anche lei, niente, le ha risposto che non ha idea di come si faccia e di chiederlo al padre. Nessuno le dà retta, ultimamente.
Latifa tira un calcio alla bici, facendola cadere a terra e provocando un polverone di sabbia. È arrabbiata, Latifa. È arrabbiata perché pur non sapendo quando e, soprattutto, come si sia bucata la ruota della sua bici, sente che tanto il padre quanto la madre sono felici di quel danno, poiché sanno che senza la bici non farà mai in tempo a svolgere le sue faccende mattutine in casa per poi arrivare a scuola in orario.
Quando, al termine dello scorso anno scolastico, tornò a casa con la licenza elementare arrotolata in un nastro rosso, la madre le sorrise e le accarezzò la guancia e il padre disse: «Bene». Latifa guarda la bici caduta a terra e fissa la ruota anteriore, pensa che sia stato proprio il padre a bucargliela, per impedirle di andare a scuola e di frequentare la prima media.
Latifa sa che se domani non andrà a scuola darà un grande dispiacere alla signorina Adwoa e spera che questa, terminate le lezioni, si faccia le otto miglia che separano la scuola dalla sua capanna per venire a parlare con sua madre e pregarla di consentire alla primogenita di proseguire il suo percorso di studi.
Latifa afferra la bici da terra e la rimette in piedi sperando di poter continuare a frequentare la scuola e poter diventare, da grande, come quella signora che due anni fa è venuta al villaggio a spiegare alle ragazze che l’istruzione è il mezzo attraverso il quale potersi costruire una vita dignitosa e appagante. Latifa, riportando la bicicletta sotto la tettoia traballante, costruita a lato della capanna, spera di non fare la fine di Naapah, sua cugina, che l’anno scorso è stata data in moglie a un vecchio di quarant’anni.

Domani ricomincia la scuola.
Isabella è felice giacché domani ritroverà i suoi bambini ma, al contempo è infelice, poiché li incontrerà, ancora una volta, per l’ennesima volta, dentro un container. Certo, lei e le sue colleghe hanno fatto di tutto per rendere quelle anonime scatole di lamiera accoglienti, ma non sono certo paragonabili alla vecchia scuola; alla cara vecchia scuola che da più quattro anni non c’è più. Il terremoto se l’è presa insieme a tutti i lavoretti e i disegnini che i bambini avevano realizzato nel corso degli anni. Isabella si sente invadere dalla malinconia. Che tristezza al ricordo di quella notte, di quelle notti, trascorse in auto senza riuscire a dormire a causa dello spavento. Ma che gioia al pensiero che domani rivedrà i suoi bambini e si farà raccontare da tutti loro come hanno passato le vacanze, e li farà disegnare e cantare e imparare giocando.
Isabella si convince di dover dimenticare: nessuno di quei bambini ha mai frequentato la vecchia scuola materna, non ricordano o non sanno, e lei farà di tutto affinché continuino a non conoscere e a non sapere come può essere crudele la vita.

Domani ricomincia la scuola.
Riccardo se ne sta curvo sulla sua scrivania, controlla qualcosa sui fogli che tiene sparsi davanti, poi da un’occhiata allo schermo del PC, e scuote la testa.
Come al solito non sa come fare. Come al solito dal provveditorato non hanno provveduto in tempo e lui dovrà, per l’undicesima volta in undici anni da che è preside dell’istituto per geometri “Leonardo da Vinci”, iniziare l’anno scolastico con ben quattro insegnanti ancora da nominare.
Ogni volta, i giorni antecedenti l’inizio delle lezioni sono i peggiori per Riccardo; sono giorni di autentico scoramento. Sono quelli i giorni nei quali pensa che non ne valga la pena, che farebbe bene a cercarsi un altro lavoro, lontano anni luce dal mondo dell’istruzione.
«Cinque anni di università più un master al MIT di Boston per fare il preside di un istituto per geometri con le porte che non si chiudono e che quando si chiudono cigolano, con le lavagne sanate e le sedie che zoppicano e con quattro insegnanti ancora da nominare: dimmi se questa non è una vita di merda?».
«Oh su, andiamo, non fare così» lo consola come può la moglie. «Dici sempre così ma alla fine riesci a sistemare tutto e a fornire un ottimo servizio ai tuoi studenti».
Riccardo la guarda compiaciuto, poiché sa che non è del tutto vero e che i suoi ragazzi meriterebbero ben di più di quanto lui riesce a dargli ma, al contempo, sa anche che lei ancora lo ama, nonostante il suo carattere burbero e il suo malumore da inizio anno scolastico.

Domani ricomincia la scuola.
Carlo avrebbe dovuto iniziare il suo ultimo anno di liceo prima di iscriversi a medicina e perseguire il suo sogno di diventare pediatra. E invece no. Domani Carlo non andrà a scuola perché la crisi economica, unita all’avventatezza amministrativa, ha causato il fallimento della ditta di costruzioni del padre, lasciando la famiglia sul lastrico. Carlo, durante l’estate, ha lavorato come cameriere in un ristorante della riviera ed essendosi comportato egregiamente, lavorando come un mulo e non dicendo mai di no alle ripetute richieste del titolare, ha ottenuto un rinnovo contrattuale per ben dodici mesi. Carlo domani non andrà a scuola e muore dentro ogni volta che si ricorda di come il suo sogno si sia infranto contro le bizze dell’economia del ventunesimo secolo unite alle manie di grandezza del padre. Non sarà mai pediatra ma, questo se lo ripete con sicurezza incrollabile ogni santo giorno, non permetterà mai ai suoi figli di dover rinunciare ai loro sogni.

Domani ricomincia la scuola.
Annarita ha già assunto la sua postura: braccia puntate contro i fianchi, capo leggermente chinato verso sinistra, occhi lievemente socchiusi e bocca serrata ma pronta ad aprirsi per lasciar uscire la sua voce stridula, divenuta ormai leggendaria, portatrice di rimproveri verso gli studenti, che altro non sono se non degli autentici mascalzoncelli.
«Non correte lungo i corridoi!»
«Ridai lo zaino a quella ragazza!»
«Qualcuno ha fumato in bagno, ve la vedrete con il preside, adesso!»
«La scuola non è fatta per sbaciucchiarsi, sporcaccioni che non siete altro!»
«Dio mio, aiutami tu. Guarda che porcilaia!»
Per Annarita i mesi felici sono finiti, domani ricomincia la scuola, riprende la perenne battaglia fra lo scolaro, per sua stessa natura discolo, e la bidella, non riconosciuta pietra angolare dell’istituzione scolastica; eternamente presa in giro dagli studenti ed eternamente amata, anche se lei non lo sa.

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