La scuola è vita

di Silvia Cristini

‘Quando lessi per la prima volta Via col vento avevo solo sette anni, non è che ci capii molto; però mi chiamo come lei, Rossella, e allora mi toccò leggerlo per forza, prima possibile.
Mia mamma comprò il libro a vent’anni e si innamorò subito di Rhett Butler, ma poi odiava il baffetto – come si chiamava? l’attore interprete del film – perché diceva che non gli somigliava per niente, al vero Rhett del libro. Manco l’avesse conosciuto di persona.

Poi un giorno mi capitò di trovare a casa di una amica il romanzo in lingua originale e scoprii il tradimento: Rossella in realtà si chiama Scarlett.
E io no!
Questa maledetta abitudine di cambiare le parole.
Tradurre un nome, il mio nome!
Come quando stravolgono i titoli dei film, no, peggio! dei libri tipo Il giovane Holden – bé, certo quello è intraducibile ma chettenefrega, lascialo così.
Persino i titoli delle mostre: se i pittori sono maledetti attirano di più…’
“Signora maestra…”
“Scarlett, mi chiamo Scarlett.”
“…”
“Scusa, Pierluigi, stavo scherzando.”
Sono silenziosi, nulla di più ovvio, non possono muoversi, è buio e manca l’aria, è già tanto se possono respirare e stringersi mano nella mano, che miracolosamente il caso ha voluto lasciare vicine.
‘Con diciannove bambini proprio con questo mi tocca morire: il Pierluigi…’
Non le è mai stato simpatico, ormai ha capito dopo tanti anni di lavoro a scuola che è fisiologico, non ti possono piacere tutti.
C’è quello che ami con la pancia, con la testa, con il cuore e quelli che ti stanno sui coglioni, così, magari senza un motivo preciso. Alla fine è riuscita ad accettarlo senza farsi venire troppi sensi di colpa. E soprattutto cercando di essere giusta nelle valutazioni senza farsi influenzare dai sensi. Una fatica.
Pierluigi non sa perché; sarà il nome, sarà per come è vestito, sempre impeccabile, sarà perché è ricco, tutte le mattine arriva con un macchinone con l’autista, l’ha visto qualche volta dalla finestra e poi anche i colleghi ne parlano sottovoce.
‘Mi sono sempre chiesta che accidenti ci facesse in una merdosa scuola pubblica, dove ogni giorno rischi che ti crolli il tetto in testa – ma quanto sei spiritosa! – Perché non se ne va in una bella scuola privata?
La prossima volta che sua madre viene ai colloqui glielo devo proprio dire… con tutti i suoi bei vestitini di Armani.
Ancora due anni e poi la pensione… non che ci fosse da scialare, quattro soldi, ma bastevoli per una vecchiaia dignitosa. Che sfigata… colpa di queste maledette finestre, quattro anni fa avrei dovuto lasciare il lavoro, se non fosse stata per l’ultima riforma di quel bastardo ministro…’
“Non le piace il suo nome: Rossella?”
“A te piace il tuo: Pierluigi? Non dirmi di sì perché non ti credo…”
“No, è vero, mi fa schifo.”
“E come ti piacerebbe chiamarti?”
“Alessandro.”
“Ah, come Marini, ma se non vi sopportate?”
“No, che c’entra Marini… Come Alessandro Magno…”
“Ah, stavo proprio per interrogarti su di lui, prima che… Allora avevi studiato!”
“Sì, sono anche andato su internet a fare delle ricerche. Era un uomo affascinante.”
“Non sarai anche un po’ gay, Pierluigi?”
Ridono.
“Se fossi seduto al mio banco lei queste cose non le direbbe mai.”
“E’ vero, ma non sei seduto al banco, siamo schiacciati da metri di macerie, per colpa di qualche disgraziato funzionario. Chissà quanti soldi ha preso per certificare che un edificio così vecchio e mai ristrutturato, fosse in grado di reggere tre piani. Adesso ho capito perché ogni volta che appendevo una cartina alla parete, mi cadeva l’intonaco in testa…
Probabilmente solo io e te siamo vivi, qui dentro. A questo punto direi che possiamo dirci quello che vogliamo.”
Pierluigi tira su col naso.
“E non rimetterti a piangere come una fontana. È abbastanza certo che moriremo qui sotto, quindi è inutile nascondersi dietro le ipocrisie. Ti piacciono i maschi?”
“No, non credo… E a te io ti piaccio?” ora Pierluigi può darle del tu, anche se la maestra De Curtis non lo permette mai a nessun allievo.
Le si stringe il cuore, non è facile dire certe cose anche in una situazione così, ma quando si nasce stronzi bisogna esserlo fino in fondo.
“A te ti non si dice. No, non mi piaci.”
“Perché, Scarlett?”
“Non so, Alessandro, non c’è mai un vero motivo… è istintivo.”
“Magari è come dicono quelli, che in una vita precedente ci siamo già conosciuti e odiati…”
“Magari.”
“O magari perchè tu credi che sono ricco.”
Che sia ricco, asino. Bé, lo credo perché lo sei.”
“No, non lo sono.”
“Che stai dicendo?” vorrebbe proprio guardarlo negli occhi in questo momento ma una lamiera a tre centimetri dalla faccia glielo impedisce.
Cerca di visualizzare i suoi tratti, i capelli neri lisci sempre corti e curati, ora saranno sporchi di sangue e calcinacci; gli occhi scuri e indagatori, sa che la stanno guardando, cercando di attraversare gli ostacoli.
Gli stringe ancora di più la mano.
“Pierluigi, che ti stai inventando?”
“Alessandro.”
“Ok, ok. Allora?”
“Noi non siamo ricchi, mio padre fa l’autista di un pezzo grosso della finanza, è lui che mi porta a scuola la mattina prima di andare a lavorare. Mia mamma fa i mercati. La metà dei soldi che guadagnano ogni mese la spendono per i miei vestiti e quelli che mamma mette quando viene a scuola o incontra le altre mamme al parco, per parlare male di te.”
“Di me??”
“Sì, di come sei rigida e tutta d’un pezzo, dei tuoi capelli grigi che ti fanno sembrare una vecchia strega e che potresti almeno fare la tinta.”
“Che gliene frega a quelle dei miei capelli!” ha un piede nella fossa ma si irrita lo stesso.
“Già. Comunque non abbiamo case a destra e a sinistra. In vacanza andiamo in campagna dai nonni. E… Scarlett… sento caldo in mezzo alle gambe, forse mi sono pisciato addosso.”
“Fa niente, anch’io. Ti piace lì, dai nonni?”
“Certo, finalmente posso togliermi questi cazzo di pantaloni di velluto e giocare tutto il giorno con le galline.”
“Dio, che cosa stupida hanno fatto i tuoi genitori. Perché?”
“Non so. Pensavo che voi grandi foste tutti così, un po’ coglioni. Ma poi ho incontrato te, Scarlett, e ho capito che al mondo c’è dell’altro. Ti voglio bene, anche se a volte sei rigida che sembra che hai un palo su per il culo.”
“Pierluigi!”
“Alessandro. Tanto stiamo per morire, l’hai detto tu.”
“Fa niente.”
“Sì che fa. Prova anche tu a dire un po’ di parolacce, Scarlett. Dì cazzo puttana merda.”
“…”
“Su, forza.”
“Cazzo puttana merda.”
“Stai meglio ?”
“Effettivamente sì, sto un po’ meglio.”

“Scarlett.”
“Dimmi.”
“Non mi sento piu le gambe.”
“Non ci pensare. Cosa vuoi fare da grande?”
“Cinque minuti fa hai detto che sto per morire.”
“Non è detto, non leggo mica nel futuro. Potrebbe anche succedere che tra pochi minuti sentiamo dei rumori e quelli con le ruspe ci vengono a salvare.
Cosa vuoi fare da grande?”
“Il calciatore.”
“No, ti prego, anche tu! Da te non me l’aspettavo…”
“Perché? A me piace giocare a calcio.”
“Appunto, è un gioco, non è un lavoro. Cosa vuoi fare da grande?”
“L’astronauta.”
“Scontato.”
“L’avvocato.”
“Banditi.”
“Il direttore di banca.”
“Assassini.”
“Il medico.”
“Ipocriti.”
“Il giudice”
“Comunisti.”
“Allora il cuoco.”
“Avveleni la gente con il cibo spazzatura.”
“Mmmh, che palle… Dillo tu allora.”
“L’operatore ecologico.”
“Eh?”
“Il netturbino, lo spazzino. Tieni pulito il mondo.”

“E tu, cosa vuoi fare da grande, Scarlett?”
“Sono già grande e faccio la maestra.”
“Sì, ma ti piace?”
“Certo, amo il mio lavoro, sono utile alla società anche se mi trattano come un lavoratore a cottimo. Se metà della sporcizia che è entrata nella scuola sotto forma di voi bambini ne è uscita ripulita, lo dovete a me.
Quando ero piccola decisi di fare la maestra perché pensavo fosse un lavoro indispensabile, e lo penso ancora. Ero convinta che il Ministero della Pubblica Istruzione – io lo chiamo ancora così – fosse il più importante di tutti, il fiore all’occhiello dello Stato, ed è per questo che era sempre una donna ad essere nominata a dirigerlo. Proprio tutto il contrario di tutto. Che stupida…
Poi sempre peggio, i colleghi apatici che pensano solo a se stessi; questo voler affossare la scuola pubblica con tagli pesantissimi  allo scopo evidente di farne uscire una marea di pecoroni che guardano solo la tv, senza ragionare con la propria testa… Non lo posso sopportare… Ma come fanno a non capire che spendere per la scuola conviene a tutti!”
“Giusto. Lo sai che mio fratello grande, quello cha va al liceo, adesso il sabato sta a casa… Che culo!”
“No, accidenti! Non capisci che sono tutte ore rubate al suo futuro!”
“Mmmh… se lo dici tu…” La voce di Pierluigi è sempre più debole. “Però adesso che hai fatto la maestra, se potessi tornare bambina cosa faresti?” sforzo immane per mettere i tempi dei verbi al posto giusto, mica che si becca un’altra sgridata.
“Bé, effettivamente… a te posso dirlo… Avrei voluto fare l’attrice! E indossare vestiti strabilianti, come quelli di Rossella O’Hara e avere capelli lucidi, soffici, biondi o rossi e essere sempre bella e truccata. Apparire in tv, nei talk show, su giornali e riviste di tutto il mondo! Poi, voglio proprio sentirle quelle serpi al parco, se osano dire ancora qualcosa su di me… Che dici Alessandro, non ti viene da ridere? Riesci a immaginarti, che spasso? Eh? Ale… Alessandro… Alessandro…”

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