Orario provvisorio – Orario definitivo

di Nicola Terracciano

Da qualche parte bisognava pur cominciare, pensò Francesco. E, visto che c’erano davanti ancora un paio di mesi, tanto valeva iniziare dalle cose piccole e dolorose, da quelle rinunce che davano il segno del prossimo futuro che li attendeva.
La casa, ormai, l’avevano venduta. Rimettendoci, perché l’avevano acquistata negli anni della bolla immobiliare, mentre adesso il mercato ristagnava e ribassava. Ma pazienza: i soldi presi non erano comunque pochi e servivano a ripianare almeno i debiti più urgenti, quelli che andavano sanati per poter tirare avanti l’attività senza rischiare una procedura di fallimento.

Di chiudere, non aveva nessuna intenzione. Nell’azienda ci aveva messo l’anima, e un po’ di soldi quando aveva cominciato. Soddisfazioni ne aveva avute tante, negli anni di vacche grasse; era a quei tempi che si era potuto permettere l’acquisto del prestigioso quattro locali dove, ancora per poco, viveva con la moglie. L’unico figlio, per fortuna, era andato a studiare all’estero; e siccome era un ragazzo sveglio, aveva sempre trovato il modo di arrangiarsi per pagare gli studi e il soggiorno.
Una vera fortuna, adesso che le vacche grasse erano finite e i conti dell’azienda erano sempre in rosso. Colpa della crisi mondiale, certo, e di un’economia italiana asfittica. Ma Francesco sapeva che nelle sofferenze dell’azienda c’entravano anche le scelte che lui aveva fatto: scelte di cuore e di coraggio, per creare e non soltanto produrre, per fare cose belle e utili senza inseguire le futili mode del momento. Poco marketing oriented, lo sapeva; e il mercato, ora, lo aveva punito.
Non aveva rimpianti. Aveva fatto quel che credeva giusto e che gli sembrava importante. Il senso di frustrazione, invece, qualche volta lo sentiva. Ma non abbastanza per convincerlo a cambiare rotta: avevano venduto la casa e avrebbero rilanciato l’azienda, ne era sicuro.

Certo, per poter investire il ricavato della vendita era necessario trovare una sistemazione non onerosa. Sulle prime, lui e la moglie avevano pensato di andare a stare in affitto in qualcosa che fosse più di un buco e meno di una reggia. Ma i costi degli affitti, a differenza dei prezzi di vendita, non sembravano calare e, a conti fatti, per una sistemazione dignitosa avrebbero speso troppo.
Così, entrambi a malincuore, avevano optato per la soluzione più facile e meno comoda. Sarebbero andati a vivere con sua suocera, che oltretutto abitava in zona e rimaneva un buon punto d’appoggio per raggiungere l’ufficio e il magazzino, che stavano a pochi chilometri di distanza, nella periferia di quella parte di città.
La scelta era obbligata e anche ragionevole, visto che quella casa, alla suocera, l’avevano comprata in buona parte loro, investendoci un po’ dei soldi guadagnati nei bei tempi delle vacche grasse. Quindi, prima o poi, sarebbe comunque venuta a loro, e tanto valeva prenderne parziale possesso fin da adesso, visto che ce n’era bisogno.
Non sapeva come si sarebbero adattati alla convivenza, e questo un po’ li spaventava. Non per questioni caratteriali, ma per la semplice abitudine che avevano, Francesco e sua moglie, a disporre di una casa grande, di spazi personali e di coppia, ulteriormente allargati negli ultimi tre anni, quando il ragazzo era partito per quasi mai tornare a casa.
E tanto per cominciare, avevano fatto le prime scelte dolorose, i primi tagli di quel che non avrebbero portato nella loro stanza e in quella specie di ufficio domestico che avevano cavato dal sofferto trilocale della suocera, rubando spazio a lei per non stringersi troppo loro. Avevano pianificato gli spostamenti essenziali, disegnato la mappa della nuova convivenza e deciso quali mobili traslocare e quali lasciare, regalare o rottamare.
Poi, però, c’era bisogno di sfoltire quelle mille piccole cose che si accumulano in una casa in cui vivi per quasi un quarto di secolo. Il ragazzo, richiamato alla bisogna, avrebbe provveduto a portar via quel che ancora gli serviva e a gettare il resto. Ma il grosso delle minuzie era roba loro, sua e della moglie: ricordi, regali, oggetti, libri, foto, passatempi, dischi, cd. Cose che non si potevano neppure più usare, a volte, perché legate a tecnologie ormai obsolete. Ma tutte parti di un vissuto che non era semplice eliminare.

Seduto per terra con le gambe incrociate, Francesco stava davanti a un armadietto con le ante spalancate, al cui interno si ammassavano, in vistoso disordine, carte e fascicoli, agende e fogli sparsi, vecchi libri e diari. Aveva deciso di cominciare da lì, perché gli sembrava di ricordare che in quell’antro si nascondeva ciò che era più facile estirpare: roba antica, di poca importanza, dimenticata nel tempo e forse già deterioratasi per natura.
Mise mano al piano basso, estraendo una pila di libri scolastici degli anni del liceo, qualcuno persino delle medie. Materiale chissà perché conservato, che ben ricordava, ora, essere rimasto sepolto in una cassapanca in casa dei genitori, anche ben dopo il suo matrimonio e i traslochi dei primi tempi. Quando avevano acquistato la nuova grande casa, i genitori di Francesco si erano finalmente imposti, costringendolo a recuperare quelle sepolte scartoffie e a liberarli dell’incombenza della preservazione della memoria. Dalla cassapanca le scartoffie erano arrivati all’armadietto, e lì erano rimaste senza mai più essere toccate.
Francesco fece una pila con tutti i libri, tanto vecchi e superati da non avere più neppure una ragion d’essere. Li avrebbe buttati senza rimpianto, e si domandò per quale ragione se li fosse portati in casa, a suo tempo.
Poi dalla pila emersero i diari scolastici. Francesco li sfogliò con quel misto di tenerezza e malinconia che ti prende quando rimetti mano al tuo passato. Appunti, frasi celebri, versi di canzoni, annotazioni di vario genere, messaggini sentimentali, slogan politici, ritagli di giornale e immagini cavate chissà da dove si alternavano a vivacizzare la monotonia delle bianche pagine di un diario che risaliva all’epoca liceale, alla metà degli anni settanta. Frammenti che restituivano un percorso personale e uno spaccato sociale, nel loro multiforme disordine e nella casualità degli accostamenti.
Francesco fece coi diari una pila a parte. Gli sembravano una testimonianza storica non solo privata, ma non aveva ancora deciso se proporne la conservazione o lasciarli andare a un meritato oblio.
Dalla prima pagina dell’ultimo diario scivolò fuori un libricino di poche pagine, dalla copertina grigioverde. Francesco, ancor prima di leggere, riconobbe il piccolo registro personale per le comunicazioni tra scuola e famiglia, quello su cui i professori mettevano le note e i genitori firmavano le giustificazioni. Doveva essere quello dell’ultimo anno di liceo, perché non solo non c’erano note, e questo in realtà non lo distingueva da quelli degli anni precedenti, ma neppure giustificazioni, il che faceva supporre che Francesco fosse a quel tempo già maggiorenne e, come d’uso, provvedesse all’autogiustificazione verbale di assenze e mancanze.
Le prime due pagine riportavano i quadri in cui compilare l’orario provvisorio e quello definitivo delle lezioni. Francesco lesse, ricordò e sorrise.
Gli tornò in mente che su quel piccolo registro non segnava mai quello che, in teoria, era l’orario ufficialmente provvisorio delle lezioni: talmente provvisorio da cambiare di giorno in giorno, nelle prime settimane, e da sfuggire a ogni ipotetica codifica. Così aveva preso l’abitudine di utilizzare lo spazio dell’orario provvisorio per segnarvi diligentemente il teorico calendario definitivo delle lezioni; e, infatti, in quella pagina si allineavano in successione, ora dopo ora e giorno dopo giorno, le materie scolastiche ben ordinate.
L’orario definitivo, invece, era un guazzabuglio di ipotesi, di parentesi, di frecce e di punti di domanda. In alcuni riquadri le materie previste sopravvivevano con fermezza e senza opposizione: storia e italiano, quasi sempre filosofia, spesso latino e greco, molto meno le altre. Per il resto, a volte tra parentesi come possibile alternativa e a volte a pieno quadro come indiscutibile certezza, una abbreviazione di quattro lettere aveva preso possesso dei riquadri dell’orario ufficiale: foot.
Preciso a suo modo, Francesco aveva individuato sin dall’inizio, e programmato, le ore di lezione che potevano o dovevano essere sostituite dalla deliberata assenza dall’aula con relativo trasferimento nel cortile della scuola per giocare a pallone. A football, appunto.

Francesco prese i diari e decise di tenerli. Quel piccolo registro lo aveva convinto, restituendogli in modo compiuto il senso del suo percorso di formazione.
Nel quale, anche la programmazione più seria e meticolosa doveva, nella sua ragion d’essere, contemplare lo spazio per il dovere e quello per il piacere, selezionando con sapienza le opportunità secondo la passione e l’interesse.
L’utile e il dilettevole. Il pane e le rose. La concretezza e il sogno.
Questa era la lezione da preservare.

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