Educazione civica

di Oriano Colombo

Quel sabato sera, Gianni era solo in casa. La moglie si era combinata un certo evento cultural-mondano, i ragazzi erano a divertirsi da qualche parte. Lui non se ne dispiaceva: avrebbe guardato con calma e senza intrusioni la partita del Milan, per il quale faceva il tifo da ragazzo e tutto sommato anche ora, per quanto da ormai una ventina d’anni questa appartenenza gli creasse disagio.

Non smaniava più per quella squadra, insomma, e non solo per questioni di età e sopravvenuta saggezza; gli era però ormai rimasta quella fedeltà a un’immagine del passato, mista a quel senso di tenerezza per i propri bei tempi con cui si continua a guardare la fidanzatina storica dell’adolescenza anche se, nel frattempo, si è consegnata a un bieco matrimonio d’interesse.

Gianni si accomodò sul divano di fronte al televisore: una birra appoggiata sul tavolino, un sacchetto di patatine aperto al fianco, in mano un panino in cui aveva avvolto e costretto la bistecca che si era cucinato alla svelta. Preso dagli esiti di varie partite, non solo di calcio, che si erano accavallate fino a poco prima, aveva rinunciato all’idea di mettersi ai fornelli per sé solo, cosa che pure, a volte, non gli dispiaceva.
Giostrando le mani come un prestigiatore tra panino, boccale e patatine, Gianni riuscì anche a ritagliarsi una mezz’ora scarsa, prima che il Milan scendesse in campo, per saltabeccare da un canale all’altro e ascoltare le prime reazioni alla fragorosa implosione del governo. Quasi per dovere, ormai, più che per passione, ascoltò i prevedibili pareri dei politici e le autorevoli opinioni dei commentatori.
Come spesso accadeva in tali casi, si imbatté in un altro ricordo dell’adolescenza. Uno degli ospiti quasi fissi di una delle emittenti più attente alla politica politicante, infatti, era un suo antico professore dei tempi del liceo. Un professore di passaggio, per essere precisi, che per un paio d’anni di fila aveva avuto la nomina annuale di supplente alla cattedra di storia e filosofia, in sostituzione del titolare di ruolo che, con doppio incarico, se ne stava da tempo immemore a fare l’assistente universitario in un’altra città. Una storia molto italiana, insomma.

Il Prof Supplente, così lo chiamavano all’epoca, era molto cambiato nel corso degli anni. Quando insegnava – e non doveva avere neppure una trentina d’anni, a conti fatti – ci teneva ad apparire controcorrente, libero pensatore ai limiti della provocazione, mai disposto al quieto vivere e al comodo cavalcare l’onda. Il che, attorno alla metà degli anni settanta, significava soprattutto arronzare i giovani sinistrorsi, gruppettari e non, che rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione studentesca.
Si faticava a crederlo, nell’era contemporanea, vedendolo in tv discettare con sussiego, sempre ben argomentando, per trovare giustificazioni ai comportamenti di tutte le parti politiche e dei loro esponenti. Terzista o cerchiobottista, secondo i punti di vista e le definizioni, il vecchio Prof Supplente era oggi un raffinato concentrato di luoghi comuni e di capziose argomentazioni, bravo e persino gradevole nello spiegare la realtà senza urtare nessuno e dando ragione a tutti, mai schierandosi, almeno all’apparenza, fino in fondo.
Quasi quarant’anni prima, invece, il Prof Supplente era sì maestro nell’insinuare il dubbio, ma esercitava quest’arte ricorrendo alla continua ed esplicita provocazione: urticante, se necessario. A partire dall’abbigliamento e dall’aspetto, perché si presentava, caso raro anche fra i docenti, in giacca e cravatta, ben pettinato, il viso sempre rasato di fresco. Dava e pretendeva rispetto, ma era un rispetto che si nutriva del confronto aspro, dello scontro verbale talvolta duro.
«Dovete imparare a ragionare con la vostra testa» ripeteva spesso. Ma, per arrivare allo scopo, si dava a smantellare con vigore le certezze acquisite da quei ragazzi che, pur politicizzati e abituati al cimento dialettico, non potevano avere gli strumenti culturali per tenergli testa in una discussione.
Anche la classe di Gianni, come tutto il liceo, tendeva a sinistra. E le provocazioni del Prof Supplente, scomode e talora sopra le righe, non venivano proprio accolte benissimo. I più gli davano apertamente del fascio, etichetta che precludeva ogni possibile confronto. Altri, Gianni incluso, non ne condividevano la maggior parte delle idee e trovavano spiazzante il suo modo di insegnare o educare; tuttavia, in qualche modo, erano affascinati dal personaggio, sedotti dal suo voler affinare l’autonomia di giudizio e la capacità critica degli studenti, persino divertiti da qualcuna delle sue impuntature più clamorose.

Quel che più piaceva, a Gianni, del controverso Prof Supplente era il suo frequente prendere di petto Adriano Ferreri. Compagno di classe di Gianni, il Ferreri era la quintessenza quasi caricaturale del liderino extraparlamentare dell’epoca: fisico compatto e tonico, sguardo intelligente e sardonico, abbigliamento finto trasandato in regola coi dettami del suo gruppuscolo, riccio cespuglio d’ordinanza portato fieramente e sempre ben curato, il Ferreri, rampollo di una ben nota famiglia radicaleggiante e prospera della Milano bene, era il capoccia di Lotta Continua in quel liceo. A livello personale anche simpatico, il Ferreri non trascurava di esercitare una forte influenza sui suoi compagni, e non solo in ambito politico.
L’attività studentesca della classe era, spesso e volentieri, subordinata alle esigenze pubbliche e private del Ferreri stesso: compiti in classe fatti rinviare perché il giorno prima c’era un collettivo del gruppo; interrogazioni programmate saltate perché c’era da preparare uno sciopero; insubordinazioni di massa e uscite dall’aula perché il tal professore non aveva accolto le motivate giustificazioni del Ferreri per un’impreparazione. Una riunione politica, una protesta di piazza o un’occupazione di case sfitte, ma anche un pomeriggio passato a scopare con la ragazzina di turno o la semplice bamba dopo una fumata, erano per il Ferreri pretesti buoni e sufficienti per aizzare i compagni al sabotaggio, all’astensione, all’abbandono del banco; e, quindi, per bloccare l’attività didattica.
I compagni, Gianni compreso, non sempre apprezzavano ma il più delle volte abbozzavano, per non passare a loro volta per fasci o crumiri; anche quando non erano d’accordo e si rendevano conto di essere strumentalizzati, mancava loro il coraggio per fare diga alla personalità del Ferreri. Qualche professore si opponeva, diventando in automatico un nemico del popolo; qualche altro si adeguava per evitare rogne; qualcuno, infine, simpatizzava apertamente per il Ferreri e il suo impegno politico, premiandone, anche nelle valutazioni scolastiche, la sicura intelligenza e l’inevitabile arroganza.
Il Prof Supplente, invece, puntava il liderino facendone il bersaglio dei suoi strali. Più di una volta aveva ripetuto alla classe che erano un bel gruppo, che c’erano intelligenze vive e potenzialità non del tutto espresse; peccato, aggiungeva, che lavorassero poco e si facessero trascinare in un fancazzismo ammantato di nobili motivazioni per andare dietro ai comodi del Ferreri. Del quale, sosteneva il Prof Supplente, la classe avrebbe dovuto liberarsi: solo così, ciascuno di loro avrebbe imparato a crescere e ad assumersi le proprie responsabilità.
Ci aveva anche provato, il Prof Supplente, a liberare la classe dall’ingombrante personalità del liderino. Senza risultati, perché il Ferreri era, onestamente parlando, dotato di una bella intelligenza: gli bastavano un paio di giorni per preparare le interrogazioni programmate di storia e filosofia, materie per le quali era oltretutto portato, per arrivare a recuperare il programma trascurato per mesi e guadagnarsi ampie sufficienze, per quanto il Prof Supplente cercasse di metterlo in difficoltà e tendergli tranelli.
Costretto a promuovere il Ferreri, il Prof Supplente non aveva mai cessato di fargli la guerra, peraltro ricambiato. Le intemerate contro l’ingombrante studente si erano perciò intensificate, nel secondo e ultimo anno.
E il bello era che il provocatorio professore si guardava bene dall’attaccare il Ferreri durante le sue pur frequenti assenze dai banchi. Le sue concioni, invece, le teneva proprio quando il Ferreri era in classe, però non calcolandolo assolutamente e rivolgendosi al resto della classe: «Ragazzi, ve lo dico da quel dì: dovete liberarvi di Adriano Ferreri. Vi fa ragionare secondo il comodo suo, e non con la vostra testa. Così, non crescerete mai. Se volete diventare persone mature e adulte, dovete quanto prima togliervelo di torno. A costo di eliminarlo fisicamente, oserei dire». E ridacchiava di un’iperbole che tale non voleva essere.

Gianni aveva terminato la rassegna dei tg e dei dibattiti. Lavato il piatto, si era riempito un altro boccale di birra e si era disposto a seguire la partita.
All’ingresso delle squadre in campo, la regia fece seguire la solita zoomata sulla tribuna d’onore. E lì, tra plenipotenziari e guardie del corpo, si materializzò la fronte ampia del Presidente, con lo sguardo accigliato di prammatica e il sorriso di circostanza ad accompagnare le strette di mano agli ossequianti.
Gianni rimase a bocca aperta. L’uomo che aveva appena fermato per l’ennesima volta il paese, che aveva buttato giù un altro governo, che aveva rovesciato i tavoli di una faticosa democrazia al solo nobile scopo di salvarsi il culo, come del resto faceva da un ventennio e oltre, non aveva alcuna remora nel santificare il meritato riposo con una comparsata allo stadio, per ammirare la sua ormai squinternata squadra, per giunta opposta a una rivale di bassa classifica. Del resto, dal suo punto di vista, quell’uomo poteva ben dirsi pago e soddisfatto della nuova impresa appena compiuta.
Gianni buttò giù la birra d’un fiato. Poi spense il televisore, si alzò, andò a mettersi le scarpe e si infilò il giubbino. Fece mentalmente conto che in una mezzoretta scarsa poteva arrivare a San Siro, prendendo l’auto. Per il resto, non aveva un piano, e neppure un’arma. Ma, all’improvviso ottimista, pensò che avrebbe trovato il modo di inventarsi qualcosa.
Uscì rapido di casa. Era giunto il momento di mettere a frutto uno degli insegnamenti più veri e profondi che la scuola gli aveva lasciato.

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