L’avverbio

di Sandro Terpin

Laura, quella mattina, era più emozionata del solito. Sfilava nei corridoi che si insinuavano tra le isole, circoscritte da armadi e raccoglitori, che componevano lo sterminato open-space del terzo piano della casa editrice. Laura era una delle tante giovani che si aggiravano felpate e silenziose in quegli spazi, quasi ignorate dai redattori a contratto più o meno stabile chini sul loro lavoro. Più timida delle altre, Laura riusciva a scivolare del tutto inosservata fino alla sua destinazione, per raggiungere il tavolo del redattore che le avrebbe messo in mano il lavoro di rilettura o di correzione, che le avrebbe stabilito i tempi di consegna e fissato la sempre misera paga per quel determinato lavoro a progetto.

Di solito, Laura non doveva fare molta strada. Ma quella mattina non le toccava fermarsi, come d’abitudine, presso una delle prime isole, dove stavano i redattori di fresco incarico e scarso prestigio. Stavolta le toccava lavorare per il dottor Franzoni, uno degli editor più apprezzati, considerato un autentico maestro da quanti, prestando l’opera, cercavano di carpire qualche segreto della professione.
Ci aveva già parlato un paio di volte, con Franzoni; ma non per incarichi diretti, bensì perché l’editor coordinava e sovrintendeva la complessa gestazione di opere alle quali anche lei aveva dato il suo contributo, sempre mediato, però, nelle fasi operative, dalle figure di altri sottoposti. Questa volta, invece, Franzoni le assegnava un lavoro in prima persona.
Per questo, fattasi ancor più piccola e invisibile del solito, stavolta Laura era costretta a percorrere quasi per intero l’estensione del terzo piano. Fino all’isola riservata del dottor Franzoni, che veniva appena prima delle sale riunioni e dei blindati uffici della direzione editoriale.

Franzoni aveva caldo, quella mattina. L’autunno anticipato aveva indotto i colleghi, per reazione, a chiedere una prima accensione del riscaldamento. Le finestre chiuse, il condizionamento viziato e l’aria tiepida che soffiava dalle griglie del vecchio impianto avevano creato un innaturale microclima umido. Franzoni si era difeso cavandosi la giacca e restando in maniche di camicia, la cravatta pendula, piegato sulle carte e sull’agenda. Aveva un appuntamento a breve, con una nuova collaboratrice di cui aveva sentito parlare molto bene dai redattori, e faceva perciò scorrere il tempo riordinando appunti e pensieri.
La ragazza si era materializzata senza preavviso nello spazio fra i due armadi metallici che formavano l’atipica porta d’accesso allo spazio di Franzoni. L’aveva vista all’improvviso, già composta e in attesa, sollevando la testa quasi per istinto.
«Buongiorno, dottor Franzoni». La voce era tremula. «Sono Laura Spadotto, avevamo appuntamento». Poi era rimasta sospesa nel vuoto.
«Certo, certo». Franzoni si era alzato, aveva fatto un rapido giro attorno alla scrivania, stretto con vigore la mano incerta della ragazza, avvicinato una sedia vagante alla propria scrivania. «Prego, prego» aveva fatto cenno alla ragazza di sedersi.
Laura si era seduta, aspettando che fosse l’editor a parlare, per una forma di rispetto.
«Dunque, vediamo un po’ come affrontare questa nuova creatura» aveva esordito lui. «Demianski. Un autore non da poco, uno sulla cresta dell’onda. Una bella soddisfazione professionale e un bell’impegno, lavorarci. Giusto?»
Laura aveva annuito, senza trovare le parole per ringraziare dell’onore.
Franzoni aveva fatto un sorriso interlocutorio, prendendo tempo. Non era abituato a sentirsi dare del lei, sul lavoro. Ma era ovvio, nel caso, che non poteva chiedere il tu alla ragazza. D’altra parte, lui stesso non voleva stabilire delle gerarchie nella conversazione, motivo per cui si impegnava a ricorrere a faticose formule impersonali.

Il tempo e il lavoro sciolsero l’imbarazzo. Laura apprezzò pian piano la cura e il dettaglio che l’editor metteva in tutte le osservazioni con cui contrappuntava il conferimento del lavoro. Franzoni, agli occhi della ragazza, era davvero quel maestro di cui si raccontava: preciso ma non pedante, serio senza drammatizzazioni, autorevole ma capace di mettere a proprio agio l’interlocutore.
La conversazione si dipanò toccando tutti gli aspetti relativi al romanzo di Demianski e a quel che Laura avrebbe dovuto fare ponendo mano alla revisione del testo. Alla giovane fu chiaro che gli interventi necessari dovevano mirare a rendere più adatto alla forma e allo stile narrativo italiano un testo che era stato tradotto con grande cura lessicale ma rispettando in modo eccessivo le costruzioni sintattiche e la ritmica dell’originale in inglese. Dunque, era necessario rendere il testo più scorrevole, legarlo in modo meno frammentario, adeguare la punteggiatura, evitare l’eccesso di avverbi, porre attenzione a qualche contestualizzazione ovvia per il lettore anglosassone ma assai meno per quello italiano.
Franzoni elencava le questioni generali e poi, ogni volta, forniva qualche esempio esplicativo, partendo dal testo, evidenziando il problema e proponendo la soluzione. La sua didattica, riconobbe Laura, era non solo impeccabile ma anche condita dai giusti ingredienti, con una trasparente erudizione che si accompagnava all’arte dell’ironia.
La ragazza, riconoscendo le virtù dell’editor, ne apprezzava anche l’assenza di un pur minimo cedimento a quella ambigua complicità che altre volte l’aveva messa in imbarazzo di fronte agli interlocutori di grado elevato. Coi giovani redattori il problema non esisteva, anche perché il più delle volte la trattavano con una ingiustificata e diffidente sufficienza. Ma quando le era capitato di affrontare uomini, nel senso di maschi, di maggiore responsabilità e grado, Laura aveva sempre dovuto ricordarsi di essere suo malgrado una bella ragazza; e a fatica si era districata fra battutine, ammiccamenti e allusioni buttati lì per provarci senza quasi parere. Franzoni era diverso anche in questo; forse perché doveva essere un cattolico piuttosto osservante, come Laura aveva intuito da un paio di citazioni, o forse perché era semplicemente una persona di altra pasta e altro spessore.

La consegna dell’incarico era durata quasi un paio d’ore. Volate, per la piacevolezza della conversazione, ma dense di importanti insegnamenti.
Nel momento in cui Franzoni le chiese per un’ultima volta se avesse qualche domande da porre, Laura, ora a suo agio, provò a togliersi una curiosità che si portava dietro da tempo; cioè da quando aveva cominciato a sentire, un po’ da tutti e con una certa enfasi, che non bisognava mai avallare l’abuso di avverbi, in specie di quelli con desinenza in -ente. Aveva appreso la lezione, ma non ne aveva mai capito il senso.
«Mi scusi, dottor Franzoni: avrei una domanda, se permette» azzardò la giovane.
«Certo, prego» le sorrise l’editor.
«È sulla questione degli avverbi. Ho già sentito che è opportuno limitarne l’uso, ma nessuno mi ha mai spiegato il perché. Forse perché, alla lettura, sono in qualche modo cacofonici?» provò a dare una spiegazione Laura, giusto per mettere alla prova il proprio intuito.
«In parte sì» rispose Franzoni affondando un poco nella sedia e disponendosi alla spiegazione. «Alcuni autori eccedono senza rendersene conto, e alla lettura la sfilza di certamente, indubbiamente, sicuramente, orgogliosamente e quant’altramente, può infastidire. Ma questo vale più che altro laddove c’è una reiterazione, una sovrabbondanza. In assoluto, le ragioni possono anche essere altre».
Laura si limitò ad atteggiare lo sguardo a punto interrogativo.
«Il problema più serio» riprese Franzoni scandendo con lentezza le parole «è legato a quell’assioma dello show don’t tell che ormai tutti conosciamo bene». E qui piazzò una breve pausa per saggiare la reazione della ragazza.
Laura si limitò a un breve e vigoroso cenno di assenso con il capo.
«Perché spesso» continuò Franzoni fingendo di non aver cercato conferma «l’avverbio va a sostituire una parte di narrazione che, invece, l’autore dovrebbe svolgere per condurre il lettore alla conclusione, senza anticiparla. Mi spiego meglio. Se dico che un personaggio ha giustamente dubitato dell’affermazione di un altro personaggio, ho già catalogato come falsa l’affermazione di quest’ultimo, magari senza ancora avere spiegato il perché; mentre, se già sappiamo che l’affermazione è falsa, l’avverbio posto accanto al dubitare è pleonastico. Si potrebbero fare milioni di esempi: un acutamente, un ragionevolmente, un realisticamente, persino un banale probabilmente possono servire all’autore per chiudere una questione senza averla di fatto mai aperta, liquidandola o ponendola in una certa luce senza essersi dato la briga di affrontarla con la narrazione».
Laura approfittò di una breve pausa, forse solo una ripresa di fiato, per armarsi di coraggio: «Capisco. L’autore, anziché raccontare, sceglie una scorciatoia di comodo. Se ho ben capito, per esempio, anziché descriverci i sentimenti di una donna che non corrisponde l’amore di un uomo, può essere tentato di limitarsi a dire che costui amava quella, credendosi erroneamente ricambiato».
«Perfetto» sorrise Franzoni. «Il che, peraltro, qualche volta può anche essere ammissibile, se questa è la dichiarata intenzione dell’autore. Infatti, quando citavo lo show don’t tell intendevo fare riferimento anche ad altro». Nuova pausa teatrale.
Nuovo sguardo interrogativo di Laura.
«A volte, e sono i casi più frequenti, l’avverbio non ci priva di una storia, ma ci consente anche soltanto di eliminare una scena, che invece ci starebbe bene. Per esempio, un semplice lentamente può andare a sostituire la ricca ed evocativa descrizione dettagliata di uno spostamento fatto con lentezza, che, raccontato nel dettaglio, può denotare la qualità dello scrittore. L’avverbio taglia corto, impoverisce, esime dall’addentrarsi nel particolare e dal mostrare la capacità di cogliere e restituire il senso di un’azione».
«Capisco» assentì Laura con aria dubbiosa. «Però, mi scusi, in questi casi bisognerebbe chiedere all’autore di riscrivere, di modificare, di ampliare. Nel nostro Demianski, invece, dobbiamo accontentarci di eliminare il ridondante e il pleonastico, o di sostituirlo con una brevissima perifrasi equivalente, visto che non abbiamo alcun rapporto con l’autore e lavoriamo su una traduzione».
«Vero» riconobbe Franzoni. «Nondimeno, dobbiamo intervenire senza risparmio. Perché poi, almeno secondo me, c’è un altro motivo per cui gli avverbi sono spesso di troppo, in particolare quelli lunghi e che terminano in -ente».
«Quale sarebbe, dottor Franzoni?» Laura aggiunse la domanda allo sguardo, questa volta.
«Che, nella loro apparente magniloquenza, questi avverbi nascondono un vuoto di contenuto. Del resto, lo dice anche Gesù Cristo nel Vangelo: il vostro parlare sia sì sì, no no; tutto quello che è in più viene dal demonio. Il racconto scabro ed essenziale ha una sua forza di verità. L’avverbio, in questo senso, e mi perdoni l’espressione, è un po’ farina del diavolo».

Alla fine, Laura infilò nella borsa il pesante malloppo delle bozze. Per questa volta, le spiegò Franzoni, avrebbe dovuto lavorare su carta: la delicatezza del compito e il debutto in un incarico nuovo rendevano necessario che lui stesso potesse verificare il lavoro in forma comoda e veloce. In seguito, se avesse confermato le qualità di cui gli avevano parlato, e lui non ne dubitava, Laura avrebbe apportato dirette correzioni sui file di testo, nel fare la redazione.
Laura sentì il peso dell’esame e la gravità del compito. Tornò timida, come quando era arrivata. Cercò a fatica le parole per chiedere se del compenso dovesse discutere con lui o se dovesse rivolgersi a qualcun altro. Riuscì a porre la domanda attraverso un giro tortuoso che rischiò di essere ermetico.
«Ah, no, giusto! Certo certo, ci devo pensare io, ci mancherebbe» ebbe l’aria di scusarsi Franzoni. «Solo che non mi ricordo quanto abbiamo concordato con la direzione. Un attimo solo, per favore, che vedo se trovo l’appunto». E scomparve ripiegandosi su un cassetto della scrivania, nel quale si mise a rovistare.
Poco dopo rispuntò con aria trionfante, impugnando un foglio tabellare sul quale, fra tempistiche e stati di avanzamento, dovevano essere indicati anche i compensi stabiliti per le varie fasi di lavorazione.
Mentre stava per aprire bocca e comunicare a Laura quanto le sarebbe spettato, Franzoni vide transitare davanti all’imbocco della propria isola la sagoma elegante e ipercinetica di Besozzi, il responsabile del marketing.
Franzoni usò il palmo aperto della mano sinistra e gli occhi per rivolgersi a Laura, in un gesto che nel contempo invitava all’attesa e domandava scusa; con l’indice levato della mano destra e con la voce, invece, cercò di frenare il transito dell’uomo che aveva visto passare: «Scusa, Besozzi!» gridò, nei limiti di quanto gli consentiva la sua educazione.
Quello fece un passo indietro. La figura di Besozzi comparve per trequarti nello spazio fra i due armadi, la gamba sinistra lasciata sospesa e fuori quadro, la gamba destra a puntellare il corpo, il busto piegato di una trentina di gradi all’indietro, nella posa di chi è risucchiato da una forza occulta. Sfoderò il suo miglior sorriso di rappresentanza: «Dimmi, caro» flautò a Franzoni.
Franzoni completò l’atto di alzarsi. «Scusa, Besozzi. Ho sentito che ci sono stati dei problemi per la riunione di oggi pomeriggio, quella per il lancio dell’ultimo romanzo della Villani. Mi confermi che è anticipata alle quattro?»
«Assolutamente sì» rispose Besozzi con un altro ampio sorriso, prima che il corpo fosse risucchiato in avanti dall’invisibile calamita della direzione editoriale.

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