Linguaggi

di Annamaria Trevale

Una volta c’erano i ciechi, che non ci vedevano: portavano spesso occhiali scuri e si muovevano tastando il terreno davanti a sé con un bastone bianco che li contraddistingueva.
C’erano anche i sordi, soprattutto anziani che se non si adattavano a portare un apparecchio acustico si facevano maledire dai vicini di casa, perché tenevano sempre troppo alto il volume della televisione o della radio; ma se lo erano dalla nascita, poteva anche trattarsi di sordomuti, bambini che necessitavano di terapie speciali per imparare a comunicare in modo differente.

C’erano poi tutte quelle persone in qualche modo diverse perché afflitte da deficit mentali, ritardi dello sviluppo e cose simili. Se ne parlava a bassa voce, sempre con un certo ritegno.
Ma se litigando davi del “cieco” a tuo fratello che non aveva visto il libro sul tavolo, che gli avevi chiesto di portarti, o della “sorda” a tua cugina che non aveva sentito il suono del citofono, lo facevi senza pensare che ciò potesse suonare offensivo per i veri ciechi e sordi.
Poi qualcuno decise che i ciechi erano non vedenti, i sordi non udenti e tutti gli altri con problemi divennero portatori di handicap, perché si sa che usare l’inglese fa sempre molta più scena. In questo modo non si rischiava di offendere nessuno, perché a chi mai sarebbe venuto in mente di gridare “ma che, sei non udente?” al tipo che sembrava ignorare la strombazzata con cui gli chiedevi di cederti il passo in autostrada?
Andò peggio ai portatori di handicap, che diventarono subito “handicappati”, definizione che piacque parecchio come insulto da elargire nelle più svariate situazioni della vita quotidiana.
Ma a questo punto cosa sono andati ad inventarsi? Il diversamente!
Vuoi mettere la finezza di definire “diversamente abile” un povero diavolo che trascorre le sue giornate immobile in carrozzella perché non solo non si regge in piedi, ma non è nemmeno in grado di sollevare dal tavolo una posata per portarsi il cibo alla bocca, di reggere un libro, di lavarsi la faccia da solo?
Senza contare che, a pensarlo come insulto, quel “diversamente abile” proprio non possiede il minimo fascino, e urlarlo addosso a qualcuno non procurerebbe nessuna soddisfazione: insomma, meglio andare sul sicuro e continuare a dare a qualcuno del cieco, sordo o deficiente come si faceva una volta.
Con Fabio non ho mai avuto la necessità di misurare le parole, o di fare uso di perifrasi consolanti, perché non si pone problemi di alcun tipo riguardo alla sua condizione.
Lui, che da ragazzo era un atleta promettente, ma che adesso si muove soltanto grazie all’ausilio di una carrozzina motorizzata, ha imparato presto a convivere con la sua disabilità. Aveva soltanto ventidue anni quando uno spaventoso incidente in moto gli è costato l’uso delle gambe, inchiodandolo per sempre a quella carrozzina che ora chiama affettuosamente “la mia Ferrari”, e che guida con disinvoltura persino in mezzo al traffico cittadino.
“Piacere, sono un diversamente abile, e mi piacerebbe offrirle un caffè” ha detto giorni fa a una giovane signora elegante che non poteva fare a meno di osservarlo, mentre facevamo insieme la coda in un ufficio postale, perché sopra alle gambe anchilosate Fabio mostra al mondo un possente torace, due braccia nerborute e un volto da semidio, incorniciato da lunghi capelli castani.
Sono pronta a scommettere che la signora in questione si stesse chiedendo se tanta bellezza maschile fosse o meno utilizzabile da una donna, perché non appena Fabio le ha rivolto quelle parole è diventata rossa come un pomodoro e ha farfugliato una risposta incomprensibile. Passando parecchio tempo in compagnia del mio amico, mi sono fatta una vasta esperienza riguardo alle reazioni delle persone di fronte alla disabilità: sono davvero pochi quelli capaci di relazionarsi con lui in modo totalmente naturale, come se non fosse sempre seduto in quella maledetta carrozzina.
Fabio lo sa, e non manca mai di esibire tutta la sua perfidia per mettere in crisi le certezze degli interlocutori “normali”, di quelli che talvolta si ritengono superiori a lui soltanto perché possono contare su due gambe per muoversi, senza rendersi conto di essere stati semplicemente più fortunati.
Uscendo dalla posta, ci siamo avviati alla ricerca di un locale dove prendere un aperitivo insieme, chiacchierando in modo animato come facciamo spesso, senza renderci conto che un tipo ci stava seguendo: chissà, forse pensava che avessimo addosso del denaro, visto che era giorno di pagamento delle pensioni, e ha creduto che noi due – un uomo in carrozzina e una ragazza un po’ troppo magra per intimorire un aggressore – fossimo un bersaglio ancora più facile degli anziani che si affollavano agli sportelli per ritirare quanto loro dovuto.
Ci ha perciò superato e ci si è parato davanti non appena abbiamo svoltato l’angolo della strada per infilarci in una via traversa ben poco frequentata.
“Ehi, tu, mollami i soldi, veloce!” ha sibilato nervosamente verso Fabio puntandogli davanti un coltello, anche se con una mano non troppo salda. Per quanto impaurita, ho pensato che non fosse del tutto padrone delle sue azioni, e per questo forse ancora più pericoloso.
“E quali soldi, scusa? Con quello che ho nel portafogli non andresti lontano” ha replicato Fabio senza scomporsi, ma facendo innervosire così ancora di più l’aggressore.
“Stronzo di un handicappato, guarda che ti faccio ribaltare con tutta la carrozzina se non mi dai subito i soldi!”
Avrei voluto dire a Fabio di non tirare troppo la corda, ma ero ipnotizzata dalla lama luccicante del coltello, che sembrava avvicinarsi pericolosamente alla sua gola, e le mie corde vocali sembravano del tutto incapaci di funzionare.
Come in un film, vidi però la mano destra di Fabio scattare per afferrare il polso proprio sopra il coltello, e stringere, stringere sempre di più. Un urlo di dolore si mescolò al tonfo del coltello che rimbalzò sull’asfalto, mentre la mano sinistra colpiva con un pugno, non  fortissimo ma ben preciso, le parti basse del nostro aggressore che si trovavano proprio all’altezza giusta.
Solo in quel momento, sentendo una specie di ululato da bestia ferita, riuscii a rendermi conto che dovevo sfilarmi il cellulare dalla tasca della giacca e chiamare il 113.
“Ma come ha fatto?” chiese perplesso il poliziotto, che appena sceso dalla volante si era trovato davanti quel tipo ancora rantolante sul marciapiede, guardato a vista da me che avevo recuperato il coltello, lanciandomi un’occhiata incredula. Immagino che si stesse chiedendo come una ragazza dal fisico tutt’altro che possente come me avesse potuto neutralizzare l’aggressore, avendo di sicuro escluso la possibilità di un intervento da parte del mio compagno seduto in carrozzina.
“Non sono stata io, è stato lui” replicai subito, indicando Fabio e facendo visibilmente aumentare la sua incredulità.
“Mi prendete in giro?”
Fabio alzò il braccio e mostrò i suoi muscoli potenti, rafforzati da un uso intensivo delle braccia, oltre che da ore di palestra. Prima dell’incidente era stato un campione di arti marziali, e non aveva dimenticato le possibili mosse per immobilizzare un avversario anche in condizioni critiche.
“Per niente, agente. Chieda pure a quel signore se non è stato così. Vero, stronzo, che sono stato io a sbatterti giù?”
Il tipo, che si era faticosamente rizzato a sedere sul marciapiede, rispose con un’eloquente sfilza di bestemmie.
“Non pensavo che una persona… sì, insomma, che stando in carrozzina come lei si potessero fare certe cose” ammise il poliziotto mentre ammanettava il nostro aggressore prima di farlo salire sulla volante.
Fabio si esibì nella sua migliore risatina sarcastica.
“Capisco. Ma vede, a questo mondo ci sono un sacco di persone che adesso è di moda definire diversamente abili, come me. Però ci sono anche quelli diversamente intelligenti, come quel tipo che pensava di fregarmi. O preferisce chiamarlo in qualche altro modo?”

Aggiungi ai preferiti : Permalink.