L’uomo perfetto

di Alessandro Didoni

LAURA
La carriera di Laura prometteva bene. Chiaramente grazie alle conoscenze dei suoi genitori. Sì insomma, una raccomandata. Ma in Italia si sa, è così che funziona. Lei non se ne vergognava, anzi, si vantava sempre di avere una famiglia influente. Gente che conta. Mica era una pezzente. Si laureò col massimo dei voti in scienze politiche e diventò l’assistente di un importante professore universitario.

Poi la svolta: cadde il governo Berlusconi, salì quello dei tecnici e il professore diventò da un giorno all’altro un importante politico nazionale. La portò con sé a Roma. Mica roba da poco. I maligni in città dicevano che lei c’era stata a letto. Laura è una bella ragazza, ma non una che fa sesso per tornaconto, soprattutto con un caro amico di papà. Certo, a volte sembrava che lui le facesse capire qualcosa, ma molto velatamente. Niente di imbarazzante, giusto qualche complimento.

Prima di allora, a Roma ci era stata solo come turista. Viverci non era così facile come poteva sembrare. Senza amici e senza la sua famiglia si sentiva sola e le mancava Milano, la sua città. Però per quel lavoro importante avrebbe dato tutto. E stava dando tutto.  La carriera era la prima cosa a cui pensare. Aveva il terrore di dover lasciare l’Italia o restare disoccupata. Ringraziava il cielo che i suoi genitori avevano tante conoscenze nella Milano bene. Non le sfiorò mai il pensiero che il suo approdo lavorativo non era frutto delle sue capacità. D’altronde lei era una tosta, una che non si stancava mai, che si faceva il mazzo. E ora con le responsabilità che aveva e con tutte le cose che doveva ricordare e gestire, lo stava dimostrando a se stessa e agli altri.
Ad ogni modo la nuova vita a Roma, dopo cinque mesi, cominciava a pesarle un po’. Le mancavano i rapporti umani. Aveva conosciuto altri assistenti ma non aveva legato con nessuno. Il professore parlamentare, data l’età, non era una compagnia che potesse risultare piacevole fuori dall’ambito lavorativo. Era sempre molto cordiale, le dava attenzioni e si preoccupava che stesse bene, in fondo era un amico di famiglia e ci lavorava insieme da un po’ di tempo. Ma mica poteva andarci al cinema, al pub o in discoteca. E poi, dovette ammetterlo, aveva proprio voglia di un uomo. Non si era mai innamorata davvero e non aveva avuto molti fidanzati. In università girava voce che fosse frigida e forse avevano ragione. Difficilmente raggiungeva l’orgasmo. Molto difficilmente. E quindi i ragazzi, anche se era molto bella, dopo un po’ finivano per lasciarla. Lei se ne fregava o per lo meno cercava di fregarsene. Ripeteva a se stessa che l’uomo giusto l’avrebbe fatta godere come meritava, mentre quegli sfigati non ne erano in grado, erano incapaci, ecco perché fuggivano e poi le parlavano alle spalle. Perché in fondo per far star bene una donna a letto ci vuole dedizione e pazienza. Cercava di non imbarazzarsi quando sentiva parlare la sua amica Sonia, che aveva tre, quattro orgasmi a rapporto, qualunque fosse il maschio che si portava a letto.  Laura era più sofisticata. Non una porca ninfomane. Anche se in alcuni momenti avrebbe voluto esserlo.
Ma ecco che dopo cinque mesi di astinenza totale, nella sua vita arrivò lui.
Steve.
Fu qualcosa di indescrivibile, come un fiume che straripa, come un tornado che avvolge ogni cosa. Si incontrarono casualmente, quasi per magia.
Si conobbero in libreria, lei stava comprando l’ultimo romanzo della sua scrittrice preferita, lui le passò accanto e attaccò bottone. Le disse che adorava Banana Yoshimoto e che aveva letto tutti i suoi libri. Cominciarono a parlarne, lei avvertì subito una forte sintonia, come se si conoscessero già da tempo. La invitò a bere un frullato in un posto dove lo facevano con la frutta fresca. Era esattamente la bevanda che, guarda caso, lei adorava.
Si piacquero, iniziarono a frequentarsi, e la vita di Laura cambiò. Anzi, esplose.
Più volte le sembrava di vivere un sogno, la materializzazione di un bisogno mai soddisfatto prima. Si rese conto che la sua vita, fino a quel momento, era stata terribilmente vuota. Era l’uomo che aveva sempre desiderato.
Steve aveva qualche anno più di lei. Era moro, alto, con un fisico ben allenato ma non eccessivamente palestrato. Il giusto. Aveva degli occhi azzurri penetranti e ammalianti che la stendevano ogni volta che le si posavano addosso. I capelli un po’ ribelli, né troppo corti, né troppo lunghi.
Se ne innamorò all’istante. Aveva l’impressione che la conoscesse da sempre, in alcuni momenti le sembrava di vivere nel Truman Show. Steve aveva i suoi stessi gusti, le piacevano le stesse cose che piacevano a lei, la colpiva con frasi profonde che la toccavano nel profondo dell’animo. E la cosa più importante: riusciva ad abbandonarsi completamente quando facevano l’amore e raggiungeva sempre l’orgasmo. Pazzesco. Era diventata disinibita e passionale.
Steve era originario di Fresno, una cittadina in mezzo alla California tristemente nota per l’alto numero di consumatori di crystal meth, una delle droghe più devastanti che esistano. Fuggì presto da quell’inferno, al college diventò uno studente modello e finiti gli studi fu assunto nell’ufficio marketing di un’importante azienda multinazionale produttrice di software. Per Laura era arabo, lei conosceva solo il pacchetto Office e usava il pc per scambiarsi le mail e andare su Facebook e Skype, ma le piaceva da morire ascoltare la sua voce e i suoi racconti, parlava un italiano perfetto con un’irresistibile cadenza americana.
Come lei, anche Steve viveva da poco a Roma e non conosceva quasi nessuno. Aveva una stanza in un albergo a cinque stelle, con una vasca idromassaggio stupenda dalla quale Laura non avrebbe mai voluto uscire. Non sapeva ancora per quanto tempo sarebbe dovuto restare in Italia. Questo un po’ la inquietava perché dopo qualche mese che si frequentavano non riusciva a pensare di poter stare senza di lui. Amava gli stessi cibi che amava lei, gli piacevano gli stessi film, gli stessi libri. Ogni volta che apriva bocca era per dire qualcosa che lei apprezzava, che le interessava. Un giorno si presentò con due biglietti d’aereo per Londra. Avrebbero passato il weekend lì per andare al concerto dei Depeche Mode, il gruppo che lei adorava. Capì cosa voleva dire “anima gemella” e cosa significasse amare ed essere ricambiata. Sul lavoro era diventata più brillante, la sua famiglia la sentiva sempre più felice e anche le amiche quasi non la riconoscevano quando parlavano su Skype. Le sembrava di vivere una favola, non riusciva quasi a crederci. Anche Steve, come lei, desiderava avere due figli. Progettavano di vivere a Roma, oppure di traferirsi in California, dove le aveva promesso di portarla in vacanza per conoscere la sua famiglia. Anche lei voleva al più presto fargli incontrare i suoi genitori, e glieli aveva già presentati on line. Il suo monolocale, così freddo e anonimo nei primi mesi, era diventato il loro nido d’amore. Laura era felice. Estasiata.
Quando successe, quasi non se ne rese conto. Nel senso che per un paio di giorni il suo cervello volle convincersi che non era scomparso. Che era una mancanza momentanea. Che c’era una spiegazione. Dopo cinque mesi da sola e cinque mesi con lui, si ritrovava di nuovo al punto di partenza. Il suo cuore cercava di convincersi che sarebbe tornato. Il telefono era staccato. In albergo le dissero che aveva lasciato la stanza. Non aveva mai visto la sede della sua azienda e si rese conto che non le aveva mai dato neanche l’indirizzo preciso. Sapeva che molto spesso lavorava dall’hotel in video-conferenza. Non riusciva ad accettare che le avesse mentito. Doveva esserci una spiegazione. Come poteva sparire nel nulla un ragazzo che l’aveva amata così intensamente?
Passarono i giorni, le settimane. Passò un mese. Steve si era volatilizzato. Laura riguardava le foto che aveva nel telefono e piangeva. Piangeva a dirotto. Piangeva al lavoro, a casa, addirittura in sogno. Il professore per cui lavorava si preoccupò della situazione e informò la famiglia. La loro figlia era caduta in una depressione nera. La madre cercò di consolarla, le amiche andarono a trovarla a Roma e si spaventarono. Era dimagrita in modo impressionante, non sorrideva e sembrava assente.
Un giorno andò a comprare una lametta da barba, tornò a casa e aprì il rubinetto della vasca da bagno, poi inserì un cd dei Depeche Mode nello stereo, si spogliò e si immerse nell’acqua bollente ascoltando per l’ultima volta Dave Gahan cantare:
E io sono solo qui
Per portare a te amore gratuito
Diciamolo chiaramente
Che questo è amore gratuito
Nessuna trappola nascosta
Nessun filo attaccato
Solo amore gratuito
Nessuna trappola nascosta
Nessun obbligo
Solo amore gratuito

 

JOHN
Giovane promessa del football americano, John si rese conto che lo sport, a parte qualche soddisfazione momentanea, non lo gratificava più di tanto. In fondo non gli interessava un granché rincorrere una palla indossando quell’armatura che considerava ridicola. Si scopava le cheerleaders senza nemmeno rendersi conto che i suoi compagni impazzivano di gelosia. Si impegnava la metà di loro e otteneva risultati eccellenti, sia con le ragazze che sul campo. All’apice della carriera sportiva mollò tutto. Nessuno riusciva a capire perché buttasse via un’opportunità del genere. Molti lo consideravano uno stupido che stava sprecando la sua vita.
Ma non lo conoscevano. John aveva altri progetti. Quell’ambiente di fanatici bifolchi lo annoiava. Lui puntava in alto.
Suo padre George era responsabile per l’informazione presso un tribunale distrettuale. Gli trasmise la passione per l’informatica e lo spionaggio e capì molto presto che il figlio aveva una dote naturale anche in quel campo. A ventiquattro anni venne assunto come specialista in sicurezza in un centro di studi avanzati presso un’università gestita dall’NSA. Quattro anni dopo era consulente privato per l’agenzia con uno stipendio da duecentomila dollari.
Una spia tra le migliori, con incarichi importanti in tutte le parti del mondo.
Quando arrivò a Roma con la sua squadra si innamorò della città. Non era mai stato in Italia e si divertì a constatare che conosceva la lingua meglio di molti italiani. Non solo i borgatari, ma anche gli onorevoli che spiava. Coordinava un team di professionisti su turni h24 per monitorare il cosiddetto “governo dei tecnici”.  Raccoglieva informazioni, ascoltava conversazioni, s’insinuava nel privato, selezionava il materiale e faceva rapporto all’NSA.
Adorava il cibo, l’arte e la cultura di questa meravigliosa città. Adorava un po’ meno i suoi abitanti. Gli facevano pena. Lasciavano che una classe dirigente impresentabile distruggesse il loro meraviglioso Paese. Detestava questi politici così mediocri, arroganti, inadatti e incapaci. Per non parlare dei ladri, dei corrotti e dei mafiosi.
Come aveva già fatto in precedenza, nelle missioni all’estero, cercò una preda. Il suo lavoro gli permetteva di fare un gioco che lo gratificava notevolmente. Sceglieva una donna che gli piaceva tra i soggetti che doveva ascoltare per raccogliere informazioni. Poi memorizzava. Pedinava. Lo faceva nel tempo libero. In un certo senso era come non staccare mai, ma il suo lavoro era anche la sua vita, non c’era distinzione. Era una spia. Non è una professione che permette di separare le due cose. Una volta acquisito il necessario per agire, partiva all’attacco. Fingeva di incontrare la preda per caso, sfruttava il proprio aspetto fisico e il proprio fascino. Usava le informazioni raccolte per stupirla e farle credere di essere uguale a lei, di essere la sua anima gemella. Impersonava il bravo ragazzo americano capitato in città al momento giusto. Era appagato nel realizzare come si innamorassero follemente di lui. Capitava sempre. Era un mago in questo. Con la preda italiana fu davvero soddisfacente. Si sa, questo è un popolo caloroso e la ragazza gli regalò dei momenti di puro piacere e compiacimento.
Dopo qualche mese l’NSA lo richiamò negli Stati Uniti per un incarico urgente e dovette lasciare l’Italia. Sarebbe rimasto ancora per un po’, sia per l’ottimo cibo che per la ragazza focosa, ma il suo lavoro funziona così. E in fondo è per questo che l’ha scelto. Comparire e sparire, spiare e ingannare, fingere e plagiare. Sedurre e abbandonare. Non chiedeva altro dalla vita.

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