Bachisio

di Alessandro Didoni

Mi chiamo Bachisio, sono nato a Orosei in provincia di Nuoro e ho vissuto lì fino all’anno scorso, quando mi sono trasferito a Olbia. Ho venticinque anni, secondo di quattro fratelli: tre maschi e una femmina. Finito il liceo classico avrei voluto fare l’università, facoltà di lettere, ma soldi a casa non ce ne sono. Papà lavora alla cava di marmo e mamma è casalinga. L’università è un lusso.

Dopo il liceo, io e mio fratello più grande abbiamo iniziato a lavorare come baristi in due villaggi turistici, io a Orosei, lui a Sos Alinos, che dista dodici chilometri da casa. Io mi ritenevo più fortunato perché il villaggio di Orosei stava aperto da aprile a ottobre, mentre il suo solo da giugno a settembre. Lo stipendio non era un granché, però almeno lavoravo vicino a casa e avevo l’occasione di conoscere gente di fuori. I turisti.
Poi la crisi, il calo della clientela, il taglio del personale e mi sono ritrovato a casa senza lavoro. Così sono venuto a Olbia in un hotel un po’ più piccolo ma più esclusivo. In fondo mi piace il barista come lavoro, anche se io ho sempre voluto fare lo scrittore. Amo i libri fin da bambino, grazie alla mia mamma che da piccolo mi leggeva tante storie prima di andare a dormire. Quando ho finito il liceo, ho cominciato a scrivere racconti sulla mia terra e ho anche vinto due concorsi regionali. Ho iniziato diverse volte a scrivere un romanzo ma non sono mai riuscito a sviluppare un’idea forte.
Fino a quando sono arrivato qui. A Olbia ho avuto l’ispirazione.
Dovevo allontanarmi da Orosei per capire davvero cosa volesse dire “cementificare le coste”. Al mio paese molti si lamentavano del villaggio in cui lavoravo. Non amavano il via vai dei turisti che bloccavano il traffico e imputavano ai costruttori di aver deturpato il territorio.  Sta di fatto che io non ci davo molta importanza, anzi, ero contento che l’avessero costruito.
Girando un po’ la zona di Olbia però, mi sono reso conto che la Sardegna è diventata, almeno al nord, un posto diverso da quello che conoscevo. Un posto per gente coi soldi, bramosa di merci, servizi, benessere, lusso e mare a due passi dalla camera d’albergo. Il territorio ha cambiato faccia, è diventato artificiale.
Nel golfo di Orosei, ci sono zone ancora incontaminate raggiungibili solo dal mare. Qui a Olbia l’impressione che ho avuto è che anche i sardi, non solo i territori, siano rimasti “contaminati”. Ho visto i nostri balli tradizionali diventare attrazione per  turisti annoiati. Bambini bravissimi che ballavano in perfetta sincronia, con costumi impeccabili, derisi dai figli dei continentali in vacanza, ignari di cosa sia la tradizione popolare. Che tristezza. E che rabbia.
Comunque sia, questa realtà mi ha dato l’ispirazione per il mio romanzo: la storia di un imprenditore sardo che si lascia influenzare negativamente da un costruttore di alberghi milanese. Corrompendo le istituzioni, cominciano a edificare senza rispettare norme di alcun tipo, causando il disfacimento ambientale delle coste del nord. Un bel giorno però gli hotel cominciano a subire attentati terroristici da parte di un bizzarro gruppo di ambientalisti. Chi li guida non è altro che la figlia dell’imprenditore, disgustata dalla condotta del padre.
Ho passato le ore di pausa e i giorni di riposo a scrivere senza sosta, nella stanzetta dove alloggiavo insieme a un cameriere. Si tratta di stanze buie, ricavate nel piano interrato di uno stabile della zona, raggiungibili da una rampa. Niente a che vedere con le camere dei clienti. Comode, luminose, confortevoli, con vista mare.
Ma io me ne fregavo della scala sociale (anzi della rampa sociale) che ci collocava all’ultimo posto. Stavo scrivendo e mi sentivo vivo.
Ci ho messo sette mesi a finire il romanzo e altri due per farlo girare. Il giorno in cui quella piccola casa editrice di Milano mi rispose che era interessata a pubblicarmi ero felicissimo. Quasi non ci credevo. Chiamai subito mia madre che gridò di gioia e sparse la notizia in tutta Orosei. Uno dei suoi figli era diventato uno scrittore. Ne parlò così tanto che la gente andava in biblioteca a chiedere se c’era il mio romanzo, prima ancora che iniziassi la fase di revisione. L’opera andava messa a posto, come è giusto che sia. L’editore fu molto preciso su tutte le parti che andavano eliminate o accorciate. Mi spiegò come un dialogo doveva diventare accattivante e come una descrizione dovesse risultare più fluida. Sarebbe uscito nella primavera 2014.
E ora è successo questo.
Così, all’improvviso è successo.
Quante volte a Orosei ci si lamentava per la scarsità delle piogge. Chiaramente la cosa gratificava i turisti che rosolavano sotto il sole, ma i contadini erano preoccupati. Gli incendi, la siccità, il raccolto. A me la pioggia è sempre piaciuta. Chiaramente anche io adoro il sole e il mare, ma quando piove so che la mia terra si nutre, si rinforza e dà i suoi frutti. La pioggia lava via lo smog, pulisce le strade e l’aria. E poi non ha mai dimenticato quel giorno quando io e Cosima ci riparammo dal temporale nella casetta abbandonata davanti alla spiaggia. In realtà era il vecchio bar di Gino, ma tutti in paese la chiamavamo “la casetta abbandonata”. Fu la prima volta che feci l’amore, in piedi, perché a terra era sporco, ma fu comunque bellissimo perché io Cosima l’amavo. Poi lei dopo il liceo partì, andò a studiare a Roma. Ci soffrii tantissimo, non ho mai più amato nessuna come lei. Le ho scritto su Facebook che avrebbero pubblicato il mio libro. Era contenta, disse che l’avrebbe comprato. Detesto la sua foto del profilo in cui bacia il fidanzato, ma non gliel’ho mai scritto.
E ora mi trovo qui.
È successo questo casino.
Le gambe non le sento e la testa mi fa male. Sto galleggiando. E sono nel corridoio.  Non in mare o che so, in piscina. No, galleggio nel corridoio del seminterrato dove ci sono le nostre camere. Quando ho aperto la porta della stanza non ho capito neanche bene cos’è successo. Un muro d’acqua che mi viene contro, una botta in testa incredibile, sbatto contro la parete, bevo, bevo, bevo, sono sott’acqua. In camera mia.
Non riesco a capirlo.
Non sono pronto.
Ora galleggio ma torno sotto, si muove tutto, l’acqua entra, maledetta rampa, è diventata un fiume, la vedo dalla finestrella. I miei colleghi? I camerieri? In camera mia ero solo, ma nelle altre? Non pensavo piovesse così forte, ero completamente assorto. Battevo le dita sulla tastiera del portatile, miglioravo il mio romanzo, lo rendevo accattivante. Non badavo al temporale. E lui è entrato in camera mia.
Le gambe non ci sono più. Ho troppo freddo, devo coprirmi, dov’è la giacca?
Ma no, sto galleggiando nell’acqua gelida, quale giacca, devo uscire.  Respirare.
Penso ai turisti nel villaggio a Orosei che galleggiano in piscina. Anche io sono lì con loro.
Quando Cosima leggerà il mio romanzo si innamorerà di me? Mi ha mai amato? O per lei ero solo un fidanzatino come un altro? Non gliel’ho mai chiesto. Per lei non era la prima volta, con me, nella casetta abbandonata. Lo so.
Ora l’acqua sale, non sono preoccupato.
Perché dovrei? Invece dovrei. Lo so.
Devo pensare al mio libro che uscirà in primavera.
La mia famiglia, vi amo, vi abbraccio. Quanto mi mancate. Anche se sono qui a cento chilometri, mi mancate. La mamma, la biblioteca, la gente, i contadini, finalmente, la pioggia dei campi.
E ora sono sotto.
La stanza è fatta d’acqua.
Dentro di me.
Buio.

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