Compagni di scuola

di Oriano Colombo

Era appena passata la mezzanotte, ma erano rimasti soltanto in tre. Seduti al tavolo della birreria, avevano salutato l’ultima coppia che li aveva lasciati, dopo che il resto del gruppo se ne era già andato: baci, abbracci e sorrisi, prima di tornare a sedersi e riprendere in mano il boccale.
«Sono proprio invecchiati, loro. Scappano a casa all’ora di Cenerentola» commentò con un sorriso malizioso uno dei due uomini, quello più alto ed elegante, con la chioma corvina ancora intatta.
«Hai ragione, Renato» gli fece eco l’unica donna. «Mi sa che tutti i buoni propositi e le belle idee che abbiamo buttato lì faranno fatica a realizzarsi».
«Non lo so, Lory» rispose di nuovo l’uomo di nome Renato. «Magari è questione di routine. Se ci troviamo solo per cena, fanno fatica a staccarsi dagli impegni e dai ritmi quotidiani: il tempo di mangiare, per qualcuno di bersi una birretta, e poi a casa di corsa. Però, se davvero andiamo via per qualche giorno, be’, può essere che ritrovino un guizzo di vitalità. Certo, immaginarmeli a fare un’arrampicata o le immersioni non ce li vedo. Però non si può mai dire».

La donna rise. «Certo che Mara è la solita matta. Ma cosa le viene in mente di proporre la beauty farm, l’ascensione alla Grigna, lo snorkeling all’Elba, la pedalata attraverso il parco del Ticino. Se riusciamo a portarli alla villa di Alfredo sul lago d’Idro è già molto, mi sa».
«Forse hai ragione. Però non lo so. Certo, l’anno scorso eravamo partiti con le migliori intenzioni, per festeggiare i nostri cinquant’anni collettivi, e alla fine ci siamo ritrovati in sei a casa di Anna, in montagna. Che poi non c’eravate neanche voi due, se ben ricordo».
«Avevo la farmacia di turno, quel fine settimana. E la mia socia, manco a farlo apposta, aveva prenotato da mesi una crociera per quel periodo. Non potevo lasciare gli assistenti da soli» si giustificò rapida Lory, la donna.
«E tu, Alberto? Anche tu ci hai tirato il pacco» incalzò Renato.
L’altro uomo allargò le braccia. Era basso, quasi calvo e neppure troppo ben messo, all’apparenza. Rispose con voce bassa: «Non ricordo che impegni avevo. Ma non vi ho paccato, lo avevo detto per tempo che non sarei venuto».
«Vabbe’» tagliò corto Renato, «vediamo di riuscire a combinare qualcosa, almeno quest’anno. Le cene vanno bene, per carità, ma potremmo anche concederci una botta di vita tutti insieme».
«Io dico che ce la facciamo» affermò risoluta Lory. «Se pensate ai passi avanti che abbiamo fatto negli ultimi due anni… C’è una voglia di vedersi, di trovarsi e di stare insieme che prima neppure ci sognavamo».

I tre si lasciarono andare alle rievocazioni, percorrendo quei trentadue anni che li separavano dal loro lontano esame di maturità.
Si erano persi quasi subito di vista tutti quanti, eccezion fatta per qualche amicizia già formatasi prima del liceo e poi consolidatasi negli anni a seguire. E, dopo qualche vago e immediato tentativo di rimpatriata, avevano rinunciato a coltivare rapporti che appartenevano al passato. Un passato bello, vissuto insieme con intensità, ma che, mancando la quotidianità, era presto finito negli archivi della memoria e del vissuto.
Si erano rivisti per festeggiare il decennale della maturità, per iniziativa di qualcuno, ma neppure ricordavano di chi, di preciso. Mentre ricordavano assai bene come quel raduno fosse scivolato via senza lasciare traccia; erano tutti troppo impegnati a addentare il futuro, che per molti cominciava giusto allora, finiti gli studi e le specializzazioni, conclusi i master e i viaggi, superati gli scogli della lenta ricerca del lavoro. I più precoci si erano sposati, altri stavano per farlo, qualcuno cercava ancora la propria dimensione privata. Rapidamente, si erano di nuovo perduti.
Ci avevano riprovato dieci anni più tardi, quasi per obbligo. E qualcosa, già allora, si era smosso. C’era chi stava scalando le vette professionali e non aveva tempo per disseppellire il passato, e la maggior parte aveva fresche famiglie e figli piccoli, mille pensieri e tante incombenze quotidiane. Si erano parlati più a lungo, però, e i ricordi del passato cominciavano a sovrapporsi alle riscoperte del presente. Ma era ancora una fase di transizione, la stabilità non era stata raggiunta da tutti, e vi era persino chi stava rimettendo in discussione le proprie scelte forse premature.
Però, a qualcuno era venuta la voglia di rivedersi un poco più spesso, e non solo per santificare i decennali. Così ci avevano provato, a venticinque anni dall’esame della loro vita, a organizzare un ritrovo per le nozze d’argento: in pochi, ma felici di esserci, più maturi e aperti, più consapevoli e meno travolti dagli eventi.
Non ne era sortito quasi nulla, sul momento, ma quando si erano ritrovati per il trentennale avevano scoperto che tutto era cambiato. Certo, molti si erano persi definitivamente per strada, chi per scelta chi per semplice lontananza geografica. Ma quelli che si erano riuniti, una metà della antica classe, avevano di colpo riallacciato rapporti, creato nuove amicizie, esplorato la voglia di ritrovarsi, figli di un passato comune ma anche di percorsi distanti e paralleli.
Avevano cominciato a vedersi spesso: talvolta in pochi, più di rado in massa, e spesso anche a gruppetti che si davano appuntamento per assistere insieme a uno spettacolo o partecipare a un evento. Erano entrati di nuovo, gli uni con gli altri, a intrecciare le loro vite andando al di là della pur solida radice comune.
E da un paio d’anni, nel loro condividersi, stavano cercando, come si raccontavano i tre sopravvissuti di una delle ormai frequenti cene, di organizzare qualcosa di nuovo e di diverso, di divertente e un poco folle. Qualcosa che aggiungesse nuove emozioni a quel già felice essersi riappropriati di un’amicizia che, come negli anni giovanili, si nutriva di sincerità e passione, di condivisione ideale e di comune sentire.
O, almeno, così pareva.

Renato e Lory continuavano a sfornare ipotesi, identificare luoghi, immaginare attività ludiche cui avrebbero potuto consacrare un fine settimana in compagnia. Alberto restava più cauto: senza bocciare nulla, commentava con distaccata ironia tutte le proposte.
«Lasciamo perdere le mattane di Mara» disse Lory tentando di mettere un punto fermo. «Se riusciamo a trovare un’idea non bizzarra ma alla portata di tutti, vedrete che stavolta riusciamo a combinare».
«Sono d’accordo! E secondo me, verso metà giugno potrebbe essere il periodo ideale» rimarcò Renato.
«Mah, veramente ci sarebbero i mondiali, quest’anno. Al limite, meglio settembre» obiettò Alberto.
«Tu, sempre con il calcio al primo posto, nelle tue priorità» si stizzì Lory.
«È per questo che non ha funzionato, fra voi due?» motteggiò Renato.
Lory si strinse nelle spalle. «Ma no, dai! All’epoca non era così monomaniaco. È che abbiamo avuto solo un flirt adolescenziale, lo sai benissimo».
«Infatti dopo sei arrivato tu. Ma anche tra voi non è andata benissimo, se ben ricordo» tentò di rivalersi Alberto.
«Un’occasione persa. Ero troppo stupido, allora, per capire che occasione mi stavo lasciando scappare». Renato, senza parere, lanciò a Lory un’occhiata languida. Ricambiata.
«Ci stai provando» notò Alberto. Ma anche lui non poté fare a meno di ammirare l’eccellente conservazione di Lory: ben tenuta, non rifatta, con un fisico invidiabile che non risentiva degli anni e un volto ancora più seducente, nella piena maturità, di quello sbarazzino di quand’era ragazza.
«Ma no che non ci provo, non dire scemenze. Abbiamo tutti famiglia, dai» si schermì Renato.
«Parlate per voi. Io sono divorziata da tempo, lo sapete benissimo. E i miei figli sono grandi e indipendenti, ormai. Problemi non ne ho proprio, da questo punto di vista».
«Devo prenderlo come un invito?» chiese Renato, fingendo di scherzare.
Lory inarcò le sopracciglia. «Mah, chi può dirlo?»
Alberto si morse le labbra. Poi decise di sviare la conversazione. «Comunque le famiglie le abbiamo. E, a parte i vostri giochi di seduzione, sapete benissimo che è quello il motivo che rende difficile organizzare un fine settimana fuori, lontano da casa».
«Ma va là, tutte scuse. È vero che io non ho figli, ma cosa vuoi che sia liberarsi per un paio di giorni? Non mi dire che per te sarebbe un problema» insistette Renato.
«Be’. sì. È già difficile trovare tempo per noi due, con mia moglie, viste tutte le esigenze dei ragazzi. Mollarla lì, da sola, alle prese con tutte le cose da fare, può essere un problema».
«Ti tiene il guinzaglio così corto?» stuzzicò Lory, ammiccando.
«No, non è questo il punto. E poi non parlavo solo per me. È un problema che possono avere anche altri, lo sapete bene. C’è persino chi ha figli ancora piccoli, e magari una nuova compagna con cui sta da poco».
«Stai sempre a cercare scuse» si intromise di nuovo Renato. «Dici di pensare agli altri, ma sei il primo a creare difficoltà che proprio non capisco» protestò Renato.
«È verò» ricaricò Lory. «Una volta dici che l’idea è troppo bislacca, un’altra che il posto è troppo lontano, un’altra ancora che la sistemazione è troppo costosa. Metti sempre i bastoni fra le ruote, anziché darci una mano a mettere insieme una proposta che non si può rifiutare».
«Faccio solo presenti le difficoltà che qualcuno potrebbe avere» si difese ancora Alberto.
«Ma quali difficoltà?» sbottò Renato. «Sono tutti pretesti, dai. E la famiglia, e i soldi, e il tempo che manca… Lo trovo io, il tempo, non lo possono trovare gli altri?»<
«Non credo che per te sia un problema. Fai l’avvocato: mica riceverai clienti o discuterai cause nei fine settimana» obiettò Alberto.
«Ma mi devo preparare. E poi ve l’ho detto che faccio delle consulenze e dei patrocini gratuiti a certe associazioni, di volontariato e simili. E quelle sono cose che faccio nei fine settimana, quando anche queste persone sono libere e ci possiamo riunire».
«Vedi che anche tu potresti avere dei problemi?»
«Ma ti sto dicendo di no, Alberto! I problemi ci sono ma si superano. Sul lavoro come in famiglia. E non venirmi poi a parlare di quelli economici. Ma chi vuoi che non abbia qualche centinaio di euro da spendere per passare un weekend indimenticabile?» Renato rise, scuotendo la testa.
«Non lo so. Non parlo per me, ma potrebbe esserci chi ha dei problemi economici, e magari non lo sbandiera».
«Tutte balle, Alberto» tagliò corto Renato con un gesto di insofferenza.
«Renato ha ragione, Alberto. Mi sa che prendi un sacco di scuse nascondendoti dietro agli altri, ma che tu questa avventura con noi non hai mica tanta voglia di viverla. Ed è un peccato» concluse Lory.
Alberto si fissò sull’enigmatica espressione di sfida dell’amica. Poi abbassò gli occhi, arrossendo appena.

***

Sono passate un paio di settimana, da quella serata. E oggi Lory ha di nuovo incontrato Renato e Alberto, insieme. Non come si aspettava, però, e non di persona.
A mezzogiorno ha lasciato la farmacia nelle mani della sua socia, Sonia, e degli assistenti, come quasi sempre le capita. Ha attraversato il quartiere, preso al volo una delle ultime copie del Corriere, in edicola, è salita a casa e si è concessa una breve lettura del giornale, prima di pensare al pranzo.
In prima pagina, appena sotto le ultime sul nuovo capo del governo e gli aggiornamenti dalla Crimea, un titolone in taglio basso sugli sviluppi dell’inchiesta per le tangenti lombarde. Non ci presta troppa attenzione, di solito, ma nella sfuggente lettura dei catenacci e dei sommari le cade l’occhio sul nome di Renato Aquilani: è tra gli arrestati, nell’ultima infornata.
Va veloce alla doppia pagina dedicata alle indagini, e lo ritrova, con tanto di foto mentre lo portano via. Scorre l’articolo principale e quello di spalla, con una breve biografia del brillante avvocato cinquantenne, uno dei ras degli appalti regionali, secondo il cronista; che lo definisce faccendiere, procacciatore d’affari, mediatore fra politici e imprese in odore di mafia. Tra le aziende favorite in modo illecito, sottolinea l’articolo, quella del suocero, la cui figlia, la moglie di Aquilani, è oggi tra gli amministratori.
Lory salta alle pagine della cronaca locale, cercando ulteriori approfondimenti. Su Renato, però, nulla di più. Gli spazi sono dedicati più che altro a un riepilogo dell’inchiesta della magistratura, alle varie tappe, ad altre inchieste connesse che si sono sviluppate nel corso degli anni.
Sta per richiudere, quando, nella pagina accanto, nota una di quelle sbiadite fototessera che i giornalisti trovano chissà come: si vede poco, ma la faccia è quello di Alberto. O di Pedro, come recita il titolo della breve intervista ad Alberto Pedroni detto Pedro, che il cronista presenta come il leader dell’occupazione abusiva degli stabili Aler in uno dei quartieri storici della periferia cittadina. Accanto all’intervista, infatti, un articolo più ampio racconta il tentativo di sgombero operato dalla polizia, la resistenza delle famiglie (in gran parte di immigrati extracomunitari), i fermi operati dalle forze dell’ordine, il momentaneo fallimento dell’operazione.
L’intervista è dedicata al capopopolo, uno dei pochi italiani fra i tanti stranieri. E Pedro, raccontando le storia dell’occupazione e rivendicando i diritti degli ultimi, traccia fra le righe la sua biografia: dieci anni da abusivo, con la giovane compagna oggi poco più che trentenne, dalla fine del suo matrimonio passando per la perdita del lavoro, raccontando storie di emarginazione e di precariato non solo giovanile, di povertà e di paura.

Lory, presa dalla lettura, si rende conto all’improvviso che si è fatto tardi. Chiude il giornale e lo abbandona sul divano.
Si affretta verso la cucina per preparare il pranzo. Fra poco, come ogni giorno, rientra Luca, il figlio più piccolo, dall’università: un paio di anni fuori corso, ma forse adesso si è messo in testa di prendere la laurea in farmacia e di mettersi in fila per il posto sicuro che lo aspetta.
Messa sul fuoco la pentola dell’acqua, Lory apparecchia la tavola con gesti meccanici. Per tre, perchè oggi rientra a pranzo anche suo marito Carlo, come capita talvolta pure nel corso della settimana.
Se vorrà prendersi una vacanza extra, forse sarà il caso di farla con loro.

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