All inclusive

di Giorgia Tribuiani

Certe mattine, quando ci si sveglia, è davvero difficile decidere di essere felici: non crede anche lei? A me capita spesso. Apro gli occhi, sposto il braccio indolenzito su cui mi sono addormentato, cerco il cellulare sul comodino per vedere l’ora e, nel frattempo, non riesco ad incrociare, né col corpo né con la mente, alcun motivo che mi convinca a dire fantastico, questa sarà una giornata felice!
Le succede mai?

Non mi riferisco allo svegliarsi felici, faccia attenzione, qui non si tratta di essere felici: si tratta di deciderlo, proprio. Si tratta di quelle mattine in cui non si sente il respiro dell’innamorata che si intreccia con il proprio e non c’è nessuna sagoma addormentata nel nostro letto; di quelle che si apre la porta di casa e oltre la prima rampa di scale, oltre il vetro della finestra, un banco di nubi grigie soffoca il sole; non per forza di quelle giornate che ti fanno incontrare la tua macchina rigata o con le gomme bucate, ma semplicemente le mattine in cui il freddo della notte ha gelato il volante. Sono le mattine in cui niente ti suggerisce di essere felice, ma in cui deciderlo, semplicemente, è l’unico modo che ti permetta di esserlo.

“Pronto?”
“Eeeee buongiorno signore, la chiamo per conto della Phone Mix per farle un’offerta che non potrà rifiutare: per tutto il mese di maggio abbiamo…”
“Eh no, guardi, mi scusi, sono molto impegnato al momento”
“Se vuole posso richiamarla nel pomeriggio. Mi dica pure un’ora in cui…”
“No no, grazie. Ho un pomeriggio di riunioni, tante cose da fare. E poi non sono interessato, mi spiace, le auguro una miglior fortuna per le prossime chiamate!”
“La ringrazio, arrivederci”
“Arrivederci, arrivederci”

Scegliere di essere felici, scegliere di farlo ogni mattina, dottore, è una scelta coraggiosa. È una scelta faticosa, anche. Quando non sei felice, ma decidi di diventarlo, devi concentrarti su tutto quello che fai: il sapore dei cereali nel latte, la fortuna che hai avuto nel trovare i tuoi preferiti al supermercato, una macchina è bloccata in seconda fila ma non è la tua, oggi il meteo dà variabile ma è meglio così visto che devi restare tutto il giorno al lavoro… è il classico bicchiere mezzo pieno, dottore, niente di nuovo, ma sa cosa significa vedere il bicchiere mezzo pieno? Significa saper rinunciare alla metà che non c’è, capire che non hai il lavoro della tua vita o la donna della tua vita ed essere contenti così, ed è pazzesco se pensa che i nostri sogni, quelli che cominciamo a fare da bambini, ci lasciano credere in un futuro di bicchieri tutti pieni.
Vedere il bicchiere mezzo pieno significa riempire con la propria volontà e il proprio coraggio tutta la porzione di bicchiere che è irrimediabilmente vuota.

“Pronto?”
“Sì, buongiorno signora, la chiamo per conto della Phone Mix. Ho da farle…”
“No no, guardi, non ci serve niente a noi”
“Sì, ma magari potrebbe interessarle la nostra… signora? Signora? Hei, signora, è ancora in linea?”

Per quanto mi riguarda, nel corso della mia intera e piuttosto solitaria vita, ho inventato alcuni metodi per diventare felice. Per trasformarmi, ogni mattina, in una persona felice. Non starò a tediarla con tutte le mie riflessioni e con gli esperimenti che ho fatto nell’arco della mia esistenza, dottore, ma quello che sto per dirle ha molto a che fare con il motivo che mi ha portato qui: uno dei  metodi che permettono di diventare felici è avere dei conoscenti.
Mi spiego.
La caratteristica fondamentale di conoscere molto poco una persona è che si può giocare a indovinare quali siano le sue passioni, i suoi interessi, i suoi sogni per il futuro e le paure del suo passato. Quando conosci poco le persone sei per te stesso il dio di quella relazione: puoi decidere se il tuo nuovo collega ti piaccia o no, se il meccanico dell’officina vicino casa sia innamorato di tua sorella e se il vecchio professore all’ultimo piano spii ogni mattina nella tua cassetta della posta.
Puoi decidere quasi tutto a partire dai pochi indizi che i conoscenti lasciano intorno a te e poi, quando arrivano i nuovi indizi, puoi interpretarli secondo la tua decisione, rafforzandola.

“Sì?”
“Eh sì, pronto, sono Andrea Martini, la chiamo per conto della Phone Mix perché per il mese di maggio abbiamo in offerta speciale un piano tariffario che…”
“Ancora questi rompicoglioni”
“Mi scusi?”
“No, niente, parlavo con mio marito. Siamo a tavola e non vorrebbe essere disturbato, quindi la ringrazio molto, ma devo salutarla. Ciao”

Prenda ad esempio il tradimento: immagini un uomo convinto che sua moglie vada a letto con un altro. Dopo aver preso la decisione di sentirsi un marito tradito, un infelice pugnalato dalla sua compagna alle spalle, quest’uomo interpreterà ogni gesto della moglie secondo quell’idea e non potrà fare a meno di guardare la donna dalla prospettiva del cornuto, mi passi il termine: ogni occhiata della sua signora, ogni silenzio, ogni volta che lei andrà a fare la spesa in fretta e furia… tutto andrà a rafforzare la tesi che lei sia una traditrice, è d’accordo anche lei?
Ora immagini invece il contrario. Ha appena conosciuto una donna bella, dallo sguardo intelligente e dalla stretta di mano forte e decisa, di quelle che, come diceva suo padre, dimostrano tutta la sincerità e la limpidezza di una persona. Parla un po’ con questa donna, la sente ridere e le piace anche il modo in cui lei mostra tutti i denti; non è una di quelle che ridacchia dal naso, ad esempio, o con quell’orribile sibilo che tira fuori chi sghignazza tra gli incisivi: è un suono bello, il suo, aperto, e lei che è sempre stato convinto che si conosce un uomo dal modo in cui ride, per dirla come il poeta, decide – e lo fa volontariamente, agganciando ad una lieve intuizione una presa di posizione della sua volontà – che quella donna sia una gran donna.

“Pronto?”
“Eeeee, pronto, buongiorno, la chiamo per conto della Phone Mix perché abbiamo pensato di proporre un’offerta speciale per il mese di maggio”
“Mi dica”
“Eee perfetto, sì, ha un minuto? Non le rubo molto tempo”
“Certo, sono rientrata adesso, ma se mi dà giusto un secondo… poso la spesa e…”
“Prego prego”
“Ecco qui. Ok, questo lo appoggiamo sul… perfetto. Mi dica”
“Dunque, come le dicevo la Phone Mix sta promuovendo un piano tariffario all inclusive per chi si abbona entro il mese di maggio. Oltre ad avere telefonate illimitate ai cellulari e ai fissi, il pacchetto comprende anche una tariffa flat per internet, che le permette di navigare quanto vuole dalle otto del mattino fino a mezzanotte”
“E quanto viene al mese?”
“Fino al 31 maggio sono solo quindici euro”
“Wow”
“Se è interessata può lasciarmi una sua email e le invierò tutte le informazioni nel dettaglio e la documentazione necessaria per attivare il servizio”
“Perfetto. Allora, è maricadigiulio, tutto attaccato…. chiocciola… giganet, punto, it”
“Giganet punto it, perfetto. Posso chiederle con quale compagnia è abbonata adesso?”
“Rapidphone, ma era un po’ che pensavo di disdire. Diciamo che lei è stata la persona giusta al momento giusto, sì!”
“Eh, la ringrazio signora Di Giulio, la ringrazio. Allora siamo a posto: entro qualche minuto riceverà tutte le informazioni e non appena avrà compilato la documentazione le attiveremo il servizio”
“Grazie mille”
“A lei. Buona giornata”
“Arrivederci”

Le hanno mai detto lei è l’uomo giusto al momento giusto?
I complimenti, dottore, bisognerebbe farci un corso su. Così come le offese allontanano gli uomini, così come offendere qualcuno significa prenderlo emotivamente a spintoni, fare un complimento a un uomo è accarezzarlo, abbracciarlo, gettare un ponte tra due solitudini. Bisogna stare attenti ai complimenti come alle parolacce o agli insulti, farli solo quando si ha la piena consapevolezza della situazione che si sta vivendo e delle possibili conseguenze.
Io credo che, a me, è quel complimento che m’ha fregato. Quando ho messo giù la cornetta mi sono sentito felice, capisce? Felice come non lo ero da tempo, da quando la mia storia era finita e avevo lasciato Roma per fuggire via dal resto della mia vita, quella che era andata in pezzi e che non sapevo raccogliere e ricostruire senza tagliarmi.
Ero stato la persona sbagliata, in quella vita, ma adesso non era più così: per lei, dottore, solo per quella donna, io ero la persona giusta, arrivata nella sua vita sul binario giusto e all’ora esatta in cui lei aveva bisogno di me.

“Pronto?”
“Buongiorno signora Di Giulio, sono ancora io, Andrea Martini della Phone Mix”
“Oh, salve. Mi dica”
“Volevo giusto sapere se aveva ricevuto la mia email e se era tutto a posto”
“Sì, è arrivata. Appena ho due minuti compilo i fogli e…”
“Perfetto, perfetto, non volevo metterle fretta. L’importante è che abbia ricevuto tutto”
“Sì, certo. Grazie”
“Allora a presto, le auguro una buona serata”
“Grazie, una buona serata anche a lei”

Disponibile. Sorridente. Convinta che io fossi l’uomo giusto al momento giusto.
Bastano tre punti, dottore, tre perni, per appoggiare un po’ più in alto il piano della vita di qualcuno.
Lei potrebbe pensare all’illusione, o all’idealizzazione, forse è proprio ciò che sta scrivendo sul suo blocchetto in questo momento, ma è molto più di questo, non trova? Perché è proprio così che nasce una scusa, o un pretesto, per essere felici: da tre indizi e dalla volontà di costruire su quelli un motivo di gioia.
Sto dicendo che anche decidere la personalità di uno sconosciuto può essere un atto di volontà, è proprio così, ed è molto più di scegliere se fidarsi o non fidarsi, perché fidarsi o meno è plasmare la propria emotività sulla forma del mondo esterno, mentre decidere chi sia la persona che abbiamo davanti è percepire e modificare il mondo esterno sulla base della propria emotività.
C’è solo un problema: la finzione regge solo finché il suo creatore è in grado di godersi lo spettacolo che lui stesso ha inventato; se invece questo non basta, se lui sente il bisogno di guardare dietro le quinte e scoprire il vero volto degli attori, il volto reale, allora rischia di cogliere la sua bella eroina nell’atto di togliersi il trucco di scena.

“Pronto?”
“Sì, buongiorno signora Di Giulio, volevo avvisarla che abbiamo ricevuto tutto e entro qualche minuto la Phone Mix le attiverà il servizio”
“Ah. Grazie, perfetto”
“Spero che sarà soddisfatta del servizio. In caso contrario non esiti comunque a chiamarmi, ok?”
“Certo, sì, la ringrazio. Ora però le chiedo scusa ma devo…”
“Ha tutti i miei numeri in firma, nell’email”
“Sì sì, ho visto. Mi scusi ma stavolta devo lasciarla, devo andare a prendere la bambina a scuola e…”
“Ah, ha una bambina”
“Eh. Sì. Sta per uscire da scuola e se non mi sbrigo…”
“Caspita, dalla voce non lo avrei mai detto”
“In che senso, mi scusi?”
“Lei ha una voce giovanissima, le avrei dato venticinque, massimo ventisei anni. Ma se ha una bambina che va già a scuola…”
“La ringrazio. Adesso mi scusi davvero, ma devo andare. Grazie di tutto per il servizio”
“A lei. È stato un piacere”
“Arrivederci”
“Arrivederci signora, le auguro una splendida giornata”

Credo sia per questo che molte storie finiscano: quando conosci tre punti del carattere di una persona è facile disegnare quel carattere includendoli tutti e tre; quando conosci quattro punti è possibile che tu debba deviare una delle linee che hai realizzato per includere l’ultimo nella figura; poi conosci un quinto punto e fai un’altra deviazione e, se con il sesto sei magari fortunato, magari lo vedi cadere proprio dove avevi tratteggiato un lato del carattere del partner, il settimo e l’ottavo possono richiedere altre variazioni.
Alla fine, così, ti ritrovi a dover decidere se il disegno che hai davanti ti piace ancora e se riesci a sopportare tutte le sue cancellature.

“Pronto?”“Sì, buongiorno signor Galli, chiamo per conto della Phone Mix per farle un’offerta incredibile: per tutto il mese di maggio abbiamo… pronto? Pronto mi sente? Io la sento, lei mi sente?”

Nonostante avessi saputo di sua figlia, cosa che implicava la probabile esistenza di un marito, nei due giorni seguenti, al mio risveglio, decisi di essere felice perché avevo una sfida da superare: entrare in contatto con lei, vederla, conoscerla di persona. Mi rendo conto di quanto tutto questo possa sembrare paradossale rispetto a ciò che ho detto finora, ma se c’è una cosa che io, in quanto uomo, sopporto meno delle delusioni, questo qualcosa è la stasi.
E poi mi sentivo solo, dottore. Nella mia mente potevo ripetere a loop il ricordo di lei che mi diceva sei la persona giusta al momento giusto, potevo amplificarlo ascoltando canzoni felici e stendermi sul letto immaginando il momento in cui mi avrebbe detto sai, Andrea, sono divorziata: è per questo che vado io a riprendere la bambina da scuola e questo è anche il motivo per cui ho cambiato compagnia telefonica; potevo far scorrere miliardi di diapositive liete nella mia mente e decidere di essere felice, appunto, ma avevo bisogno di uno sforzo immane per allontanarmi dalla realtà dei quaranta contratti da chiudere mensilmente al call center per non essere sbattuto fuori. La mia vita vera, quella dei telefoni sbattuti in faccia, delle parolacce, dei pasti surgelati la sera e del Frecciarossa per Milano preso mesi prima per trovare uno squallido posto di lavoro in un’Italia in cui non ero il benvenuto, era dolorosamente reale: cercando di frapporre lei tra me e tutto quello schifo, capii che il prodotto della mia volontà doveva diventare un po’ più forte, un po’ più concreto, per impedire alla mia vita di avvicinarsi a me.

“Pronto?”
“La signora Di Giulio?”
“Sono io”
“Buongiorno signora! Sono Andrea Martini della Phone Mix: come sta, tutto bene?”
“Oh… buongiorno. Tutto bene, grazie; lei come sta?”
“Tutto a posto, tutto a posto. Senta, la chiamo perché so che da qualche giorno le hanno attivato il servizio e se ha tempo vorrei farle qualche domanda sulla qualità che…”
“Di già? Ho avuto appena il tempo di fare un paio di telefonate…”
“Le ruberò giusto un paio di minuti”
“Ok, va bene… Mi dica”
“Allora… l’email informativa che le è stata inviata era sufficientemente dettagliata?”
“Sì”
“In una scala da uno a cinque, come valuta le informazioni che le sono state inviate?”
“Cinque. Era tutto molto chiaro”
“Ha richiesto assistenza telefonica per l’attivazione del servizio”
“No”
“Il personale della Phone Mix le è parso sufficientemente preparato? Indichi una valutazione da uno a cinque”
“Cinque”
“La ringrazio. Poi: il personale della Phone Mix le è parso sufficientemente disponibile?”
“Sì, certo”
“Indichi un numero da uno a cinque”
“Cinque. Considerando che stavo per abbandonare mia figlia a scuola…”
“Le chiedo scusa per l’altra volta, non volevo essere invadente”
“Non si preoccupi”
“È che ero rimasto sorpreso… nel senso, che lei avesse già una figlia…”
“…”
“È perché dalla voce sembra avere sui venticinque, mi crede?”
“Mi fa piacere. Guardi, purtroppo non posso rimanere al telefono ancora a lungo, per cui se vogliamo continuare l’intervista…”
“Se vuole la richiamo in un momento più libero. In effetti adesso è ora di pranzo, immagino che suo marito stia rientrando e si aspetti il pranzo in…”
“Mio marito non rientra da almeno cinque mesi…”
“Oh, le chiedo scusa”
“… e la serratura di casa mia è cambiata più o meno dallo stesso numero di giorni, per cui pur volendo…”
“Mi spiace davvero”
“… non potrebbe più rientrare”
“Ha fatto bene. A cambiare la serratura, intendo”
“Adesso però devo proprio andare, mia figlia mi chiama”
“Le auguro una buona giornata, signora Di Giulio. Le chiedo scusa per il tempo che le ho rubato”
“Arrivederci”
“Arrivederci”

Un paio di domande, dottore. La prima è una curiosità, più che altro, perché mi sono sempre chiesto quale valore abbiano le parole di uso comune: dire arrivederci anziché addio o buona giornata, ad esempio, non vuol dire che ci si rivedrà, o perlomeno risentirà? Io ad esempio non riesco a dire arrivederci in farmacia o dal dentista, mi sembra di cattivo auspicio. Arrivederci vuol dire arrivederci: in caso contrario si può dire addio; sbaglio?
D’altra parte non fu per via di quella parola che la richiamai, ma per quello che aveva detto. Perché mi aveva parlato del marito? È questa la vera domanda che le pongo: perché, parlando con uno sconosciuto, aveva sentito il bisogno di rivelargli di come quel bastardo l’avesse abbandonata da cinque mesi?
E la serratura, poi? Aveva paura che lui tornasse? O semplicemente voleva farmi capire che quella storia fosse chiusa anche per lei sotto la doppia mandata di una nuova chiave?
Dottore, in quei giorni la solitudine mi infettava il sangue e, quando lei mi mostrò la sua ferita, capii che potevo entrarci dentro come una malattia.

“Pronto?”
“Buongiorno signora Di Giulio, la disturbo?”
“…”
“Signora Di Giulio?”
“Quante telefonate mi farà ancora?”
“Dovevamo finire l’intervista, non ricorda?”
“…”
“Mi concede due minuti del suo tempo? Solo due minuti e abbiamo finito: l’intervista serve ai miei responsabili per la valutazione degli operatori e del servizio”
“Mi promette, mi giura, che poi avremo finito?”
“Sì, certo. Posso?”
“Dica”
“Trova che le tariffe proposte dalla Phone Mix siano migliori rispetto alle precedenti da lei attivate?”
“Sì”
“Precedentemente aveva già utilizzato tariffe all inclusive?”
“Sì”
“Specifichi i servizi inclusi nel precedente pacchetto”
“Telefonate ai fissi e navigazione Internet”
“Quindi niente cellulari, giusto?”
“Niente cellulari”
“Internet con limitazioni di Giga?”
“Sì. Ora non ricordo quanto, ma c’era un tetto, sì”
“Perfetto… ok, adesso c’è tutta una parte sugli interessi personali: se ha altri cinque minuti…”
“Guardi, preferisco evitare di lasciare le mie informazioni in giro; già ce ne sono in abbondanza sui social network”
“Ha ragione. Mi dà invece il consenso al trattamento dei suoi dati personali per finalità interne all’azienda?”
“Sì, d’accordo”
“E l’utilizzo dei dati per finalità di marketing e per cessione ad aziende terze?”
“Preferirei di no, grazie”
“Ok… perfetto. La ringrazio molto per il tempo che mi ha dedicato”
“Non c’è di che, le auguro una buona serata”
“Sa, il nostro è un lavoro difficile: non sa quanta gente ci riattacca il telefono in faccia senza darci neppure l’occasione di presentarci”
“Lo immagino. Purtroppo, però, quando si è dalla vostra parte è anche difficile capire se qualcuno stia guidando, ad esempio, o sia impegnato in ufficio”
“Ha ragione. Ad ogni modo lei è stata gentilissima e carinissima. Per qualsiasi problema non esiti a contattarmi, ok?”
“Certo. Le auguro una buona…”
“Resterò a sua disposizione. Anzi, se vuole posso lasciarle il mio numero di cellulare per le emergenze”
“Oh. Non credo che ce ne sia bisogno, onestamente. È solo un servizio telefonico, ho anche il numero verde”
“Come desidera. Volevo darle un canale preferenziale, per ringraziarla della sua gentilezza”
“Lo apprezzo molto, ma non deve preoccuparsi. Arrived…”
“E poi vorrei scusarmi per l’invadenza dell’altro giorno. La sua età, suo marito… non so come mi sia venuto in mente. Non è da me, signora Di Giulio, mi creda. La mia intenzione era solo essere carino con lei, per ringraziarla dell’attenzione”
“Bene, lo apprezzo. Ora la saluto, devo assolutamente andare”
“Comunque ha la mia email, giusto? Per qualsiasi cosa”
“Certo. Arrivederci”
“Arrivederci”

Entrare nella sua ferita come una malattia, non desideravo nient’altro. Usare l’anello debole della catena che mi divideva da lei per annullare la mia solitudine con la sua, unire due segni negativi per crearne uno positivo: questo volevo, e dare a quella donna ciò che la vita le aveva tolto.
Quando mi disse arrivederci per la seconda volta, tirai fuori la documentazione che aveva compilato per la Phone Mix e mi segnai su un post-it il suo nome completo, i suoi dati, il suo indirizzo. Il suggerimento me l’aveva dato lei, dottore, e l’aveva fatto volontariamente: mi aveva detto che di dati ce n’erano già in abbondanza sui social network, così entrai su Facebook e cercai Marica Luisa Di Giulio; la foto corrispondeva, il profilo era in parte ristretto agli amici, ma potevo leggere quali fossero i suoi interessi e sfogliare le immagini di copertina.
Sul contratto avevo letto la sua data di nascita: trentadue anni, scorpione. In fondo non c’ero andato poi così lontano credendola sui venticinque. E poi, a dire la verità, anche in foto dimostrava qualche anno di meno, specie in un’immagine in cui era vestita identica alla figlia, con le codine e la salopette.

“Sì?”
“Sì, buongiorno signore, la chiamo per conto della Phone Mix per farle un’offerta che non potrà rifiutare: per il mese di maggio abbiamo pensato a una promozione speciale da offrire ai…”
“Eeee guardi, mi dispiace, ma non sono interessato”
“Ma l’offerta è davvero molto vantaggiosa! Posso chiederle che piano telefonico ha attualmente?”
“Ho un all inclusive della Elephone: mi trovo bene”
“Posso chiederle di prendere la sua ultima bolletta? Potrei mostrarle che con noi spenderebbe molto meno”
“Guardi, al momento non ce l’ho sottomano”
“Se vuole la aspetto in linea”
“Giovanotto, io non voglio riattaccare il telefono: so che al posto suo avrebbe potuto esserci mio figlio e non voglio trattarla male ma, per favore, mi lasci in pace”
“Grazie comunque per l’attenzione”
“Buona giornata”
“A lei”

Tagliai la foto, dottore. Quando tornai a casa stampai la foto e la tagliai in due; gettai la parte con la bambina e mi misi sul comodino lei. Era così sorridente…
Forse era per quel motivo che mi aveva suggerito di cercarla sui social: per dimostrarmi che, nonostante tutto ciò che aveva passato con il marito, fosse in realtà una donna vitale, solare. Una di quelle che al mattino riesce a decidere di essere felice, per riallacciarci al nostro discorso iniziale.
Anch’io ci riuscivo, da quando l’avevo conosciuta. Lei era gentile, intelligente, acuta. Su Facebook avevo letto che era un’amante della musica buona e del cinema d’autore, e anche che andava matta per il tiramisù della Casa di Panpepato. Nelle notti seguenti andai a dormire pensando a lei: mi mettevo sotto le coperte insieme alla sua foto e, devo confessarle tutto dottore, a volte mi svegliavo sudato, con la sua immagine sopra il cuscino e i pantaloni del pigiama ancora abbassati.

“Pronto?”
“Ciao Marica”
“Chi è?”
“Andrea Martini, Phone Mix: non mi riconosce?”
“Oddio, ma cosa c’è ancora? E da dove mi sta chiamando?”
“Ah, che scemo: ha ragione. È il numero di casa mia”
“Che cosa?”
“Il numero di casa mia, effettivamente non poteva immaginarlo”
“No no, aspetti: lei mi sta chiamando da casa? Cioè, si è portato via il mio numero per chiamarmi… da casa?”
“Sì, ho pensato che…”
“Lei è pazzo”
“Sì, ma ho pensato che, visto quello che mi aveva detto al…”
“Le avevo detto cosa? Che volevo abbonarmi alla Phone Mix? Comincio a chiedermi se ho fatto bene”
“Se si trova insoddisfatta del servizio…”
“Oh, non ci credo”
“… può inviarmi un’email o segnalarmi cosa sia andato storto”
“Le sue continue chiamate, sono andate storte. Lei mi sta chiamando tutti-i-giorni!”
“Era solo per…”
“E ora anche da casa!”
“È stata lei a lasciarmi entrare”
“A lasciarla entrare? Dove, l’ho lasciata entrare?”
“Nella sua vita. È stata lei a parlarmi di sua figlia, della sua storia d’amore finita…”
“Dio mio, non ci credo…”
“… mi ha invitato sul suo profilo Facebook…”
“Cosa? Senta, la mia pazienza ha un limite, per cui se non vuole che contatti la Phone Mix raccontando tutto la prego di cancellare il mio numero e limitarsi, d’ora in poi, alle comunicazioni strettamente necessarie”
“Guardi che…”
“Via email, possibilmente”
“…”
“D’accordo?”
“Marica, ma se…”
“Signora Di Giulio, per cortesia”
“…”
“D’accordo? Può smettere di sospirare e dirmi se ha capito?”
“Io capisco che tutto questo le faccia paura…”
“Cosa? L’operatore del call center che mi chiama ogni giorno e oggi anche da casa? Noo, perché dovrebbe farmi paura?”
“Mi riferivo alla sua solitudine, alla fatica di diventare felice ogni giorno”
“Alla fatica di che? Guardi, non metto giù solo perché l’educazione che mi hanno dato…”
“Lei è forse troppo fragile per accettare chi vuole esserle vicino. Ci vuole coraggio anche per questo, lo sa? Per ammettere che si ha bisogno di una spalla su cui piangere, per ritrovare quel legame umano che ci hanno insegnato a rifiutare, che ci fa sentire privi di difese”
“Non voglio più sentire la sua voce”
“Io vorrei darle tutto ciò…”
“Addio”
“No, mi faccia finire. Io vorrei darle tutto ciò che la vita le ha tolto, Marica, ha capito? Marica? Marica…”

Ma lei l’ha mai sentito quanto bisogno d’amore e di attenzione c’è su un social network? Quante riflessioni intime, confessioni e richieste d’aiuto vengono rivolte spesso ad un pubblico di semisconosciuti? A una giuria popolare?
Pensi a quanto sarebbe incredibile – e incredibilmente imbarazzante – se ogni possessore di un profilo Facebook fosse chiamato a declamare in pubblico tutto ciò che ha scritto sulla propria bacheca e se quel pubblico fosse costituito da tutti i suoi contatti: pensa che quell’uomo riuscirebbe a schiarirsi la voce e a guardare quegli uomini negli occhi, di rimettersi al loro giudizio?
E invece ogni giorno si soffoca il web in un mare di lacrime, di fotografie in trepidante attesa di commenti e approvazioni, di giudizi e carezze virtuali, mentre un manipolo di studiosi si distrae a pensare se tutto questo sia buono o cattivo anziché chiedersi quali bisogni inappagati ci siano alla base.
Persone come Marica, capaci di parlare solo attraverso i social network, sono da capire e da amare: lei era annegata nella rete come i bambini del passato affogavano nei programmi tivù, ma era nei suoi bisogni, nella sua solitudine, che risiedeva la colpa di tutto questo.
E lei mi chiede ancora se sono sicuro che lei mi avesse dato appuntamento sul suo profilo?

“Pronto?”
“Sì, buongiorno signora, la chiamo per conto della Phone Mix, sono Andrea Martini. Se ha due minuti vorrei presentarle un’offerta che…”
“Guardi, sta rientrando mio marito e ho l’acqua sul gas, arrivederci”
“Arrivederci”

Una cosa però gliela chiedo, dottore: secondo lei, quando Marica accennò al mio lavoro, quando fece quel riferimento all’operatore di call center che la chiamava ogni giorno e anche da casa, a cosa voleva alludere? Forse al fatto che comunque, anche se ci fossimo conosciuti e voluti bene, difficilmente avrei potuto mantenerla?
Forse è anche per questo che si allontanò, che rinnegò quel passo avanti che aveva fatto con me chiedendomi di cercarla su Facebook. Forse pensò che il gioco non valesse la candela: lasciarsi andare ad un uomo incapace di sostenere lei e sua figlia… sa, a volte le persone perdono di vista ciò di cui hanno bisogno davvero e magari lei avrà pensato che dare a sua figlia una vita agiata fosse prioritario rispetto a darle una madre felice. Posso capirlo, dottore. Posso capire gli incommensurabili sacrifici a cui si sottopongono le donne per i loro bambini.

“Risponde la segreteria telefonica dell’abbonato zero, due, cinque, nove, quattro, due, tre. Al momento non sono in…”

Il mio lavoro? Bella domanda.
Se le dicessi che era un lavoro appagante, se le dicessi che mi sentivo felice, lì, in quello stanzone pieno di gente, ognuno col proprio computer e il proprio telefono, be’, le direi una cazzata, dottore, e scusi il termine. Tutti quei contratti da chiudere, tutti quei vaffanculo, il vivavoce mentre componevamo i numeri di telefono, da tenere obbligatoriamente fino alla parola pronto o alla parola sì dall’altro capo della linea. Non è proprio il lavoro che sogni quando a tredici anni ti chiedono cosa vorresti fare da grande, se rendo l’idea.
Eppure avevo lottato per quel lavoro: nessuno mi aveva costretto a mandare il mio curriculum o a presentarmi al colloquio; nessuno mi aveva obbligato ad aspettare l’email di conferma con trepidante attesa, ad aggiornare la casella di posta, a trasferirmi a Milano per vedere, a fine mese, qualche numero col segno positivo sul mio conto corrente.
Io me n’ero andato a Milano per rispondere al telefono, ci crederebbe mai? E visto quanto avevo faticato a trovarlo, mi ero convinto che fosse la cosa che desideravo di più, un lavoro. La fregatura è che se non si fa ciò che si ama la magia finisce sempre dopo la firma, per chi prima e per chi poi: la mia si era sciolta in un distillato di solitudine.
Ma mi dica, dottore, lei non crede sia pazzesco essere costretti a desiderare qualcosa che non si desidera davvero? Fino a dare anche quel poco di felicità che si ha pur di averla? Io trovo che il lavoro sia niente di più e niente di meno di tutte le cose rare: l’oro, le pietre preziose; la benzina, persino. Più una cosa è rara e più sei disposto a pagare per averla.
È così che ti frega la vita oggi.

“Pronto?”
“La prego non riattacchi!”
“È ancora lei?”
“La prego, ho bisogno di parlarle: devo chiederle perché l’altra volta…”
“Oh mio Dio, mi sta chiamando di nuovo da casa sua… lei… lei è un pazzo!”
“Io devo sapere perché mi ha chiesto di cercarla su Facebook! Lei deve dirmelo!”
“Se lei non cancella subito il mio numero e tutti i miei dati, io…”
“Perché mi ha voluto nella sua vita…”
“… chiamo immediatamente, im-me-dia-ta-mente, la Phone Mix!”
“… e adesso mi caccia così?”
“La faccio licenziare! Se non la smette di telefonarmi io racconto tutto e la faccio licenziare!”
“No! No, la prego: mi ascolti. Io non voglio rovinare ciò che c’era tra noi”
“…”
“Marica…”
“Voglio che lei cancelli il mio numero di telefono e che passi il mio fascicolo, se ne ha uno, ad un suo collega. Sono stata chiara?”
“Marica…”
“Signora Di Giulio! Sono stata chiara? Non voglio più sentire la sua voce”
“Ma noi abbiamo tanto da condividere! Se anziché conoscermi tramite la Phone Mix mi avesse conosciuto altrove, se lei mi avesse visto all’entrata del…”
“Dio mio, non ci credo…”
“Se lei… la prego. Se lei mi avesse visto all’entrata del cinema, mentre andava a vedere La mente imperfetta o Le arance e se mi avesse…”
“Lei lo è davvero, un pazzo. Lei si è informato sulla mia vita!”
“Ma mi ha chiesto lei di cercarla su Facebook! Marica!”
“Lei mi fa paura”
“Quando qualcuno si interessa a noi abbiamo sempre paura! Marica, noi potremmo… non creda che io non abbia abbastanza… sua figlia…”
“Mia figlia! Se lei si avvicina solo alla mia… io giuro che se… io le giuro che la prossima volta che sento la sua voce chiamo la polizia. Glielo giuro. Chiamo la polizia”
“Marica…
“Addio!”
“Marica, la prego… Marica? Marica, mi sente?”

L’avevo scritto sul post-it, ma prima di allora non avrei mai pensato di usarlo senza un appuntamento.
Il suo indirizzo, intendo.
Non ero ancora arrivato al punto di seguirla, infilarmi in tasca gli scontrini che dimenticava alla cassa o restare sotto casa sua ad aspettare che la notte calasse e che le luci del soggiorno proiettassero sulle tende la sua ombra gigante, ma se non potevo chiamarla dovevo trovare il modo di mantenere il contatto con l’unica persona che mi avesse fatto sentire meno solo da quando ero arrivato a Milano; è vero, mi aveva tolto tutto ciò che mi aveva dato, ma per me non aveva importanza: io sapevo, ne ero sicuro, che l’aveva fatto contro se stessa, solo per dare un futuro radioso alla bambina. Lo aveva dimostrato la nostra ultima conversazione, il fatto che si fosse messa a gridare proprio quando avevo colto nel segno nominando la figlia.

“Pronto?”
“Eeeee sì, buongiorno signore, la chiamo per conto della Phone Mix: dato il grande successo della nostra offerta, stiamo prorogando fino a metà giugno…”
“Ragazzo, non hai niente di meglio da fare che rompere le palle alle tre del pomeriggio?”
“Oh, le chiedo scusa se l’ho disturbata, io…”
“Tu sei pagato per rompere le palle, lo so, ma purtroppo sei capitato con la persona sbagliata”
“Mi spiace, signore. Le auguro…”
“Sì sì, ciao, ciao”

Era fan del tiramisù che facevano in centro, alla Casa di Panpepato: lo avevo letto sul suo profilo Facebook.
Quando uscii dalla Phone Mix per la pausa pranzo, il giorno successivo alla nostra ultima telefonata, comprai due tiramisù, uno per lei e uno per la bambina, più una busta a sorpresa per la piccola, di quelle che quando le apri puoi trovare delle figurine, degli album da colorare e dei giochini di plastica. Se le foto di copertina erano recenti, la figlia di Marica doveva avere sei o sette anni e ricordavo che a sei o sette anni andavo matto per le buste a sorpresa.
Feci un po’ tardi al lavoro per correre a casa sua e lasciare tutto in portineria, pregai l’uomo all’entrata di consegnare alla signora Di Giulio i miei regali e un bigliettino di saluto con la mia firma e trascorsi tutto il pomeriggio con lo stomaco contratto, in attesa di una sua email di ringraziamento. Due ore dopo avrei gioito perfino di un insulto, mi crede? Ma non arrivò nulla di nulla, né il giorno stesso né la mattina seguente, e quando giunse la pausa pranzo presi di nuovo la macchina per andare sotto casa sua.
Dottore: la vidi. Mentre scendevo dall’auto, mi passò davanti con due buste dell’immondizia.

“Elephone, messaggio gratuito. Il numero che lei ha composto non è al momento disponibile; la invitiamo a riprovare più tardi. Elephone, free message. The number you are calling is not available at the moment; please, try again later”

Lei, Marica, in carne ed ossa. Se solo ci ripenso, dottore, se solo ripenso a quel momento… qui non si può fumare, vero? Potrei fumare dieci sigarette di fila pensando a quando la vidi attraversare la strada per dirigersi verso i cassonetti della raccolta differenziata e a tutto il tempo che rimasi a guardarla mentre infilava le bottiglie in quello per il vetro e la plastica, una a una, prendeva una bottiglia e la ficcava dentro a testa ingiù, e io la guardavo con questi occhi senza riuscire a muovermi, senza riuscire a trovare il fiato necessario per chiamarla.
Quando la busta con la plastica fu sufficientemente vuota, la ficcò di forza nel buco del bidone, la spinse dentro con entrambe le mani; poi si girò, raccolse l’altra busta che aveva portato con sé e aprì il cassonetto per la roba non riciclabile: provò a infilarla dentro, ma evidentemente non c’era abbastanza spazio, così fece un passo indietro e la lasciò lì, accanto ai bidoni. Dallo specchietto retrovisore la vidi rientrare a casa ed era un po’ diversa dalle foto di Facebook, meno curata, forse un po’ più in carne, ma restava comunque molto carina.
Rimasi a fissarla finché non sparì alla mia vista e alla fine misi in moto la mia auto. Meglio così, mi dicevo, meglio darle il giusto tempo per assimilare ciò che c’è stato tra noi; eppure c’era qualcosa, dottore, che m’impediva di andar via. Ha già capito a cosa mi riferisco, vero?
La busta, quella che non aveva buttato.
Spensi il motore, mi infilai le chiavi in tasca e scesi dall’auto. Ammetto che in un primo momento pensai di aprire la busta lì, davanti casa sua, ma poi la razionalità prese il posto dell’impazienza e velocemente portai in macchina la spazzatura di Marica… dottore… la aprii a qualche isolato da lì, dottore, e trovai quello che avevo sperato di non vedere: la busta a sorpresa e le scatole dei due tiramisù con il sigillo della Casa di Panpepato ancora intatto.
Dio, dottore, facciamo una pausa. Possiamo?

“Sì?”
“Eee, sì, buongiorno, sono Andrea Martini… eee… ”
“Mi dica”
“Eee… io…”
“Forse ha sbagliato numero?”
“No, no. No, mi scusi, mi sono un attimo distratto. Cercavo il signor Gatti”
“Ah, sono io. Mi dica”
“Eh, sì, io la chiamo dalla Phone Mix, volevo dirle che c’è una promozione per il mese di maggio… mi scusi, volevo dire fino a metà giugno: c’è una proroga fino a metà giugno della promozione di maggio”
“Sì”
“Può interessarle?”
“Non so, magari prima dovrebbe dirmi di che si tratta”
“Oh, certo, ha ragione. È una promozione… la Phone Mix offre una promozione che promuove… eee…”
“Giovanotto, è sicuro di sentirsi bene?”
“Sì, certo. Eeee no. No, a dire il vero ho un po’ di febbre, oggi, e… la richiamo, ok?”
“Si riposi”
“Grazie. Arrivederci”
“Arrivederci”

Si è mai chiesto, dottore, di cosa si nutra la speranza? Cosa le permetta di sopravvivere nonostante i continui attacchi della realtà?
Ecco, io credo sia l’ignoranza. È l’ignoranza a sfamare ed accogliere la speranza, questo penso oggi, e sono convinto che valga un po’ per tutto, dal desiderio di trovare qualcosa dopo la morte alla volontà di credere in una guarigione o nel buon esito di un esame… dove c’è un buco di sapere, nelle situazioni in cui si ignora qualcosa, c’è sempre spazio per l’immaginazione positiva. Mi segue?
Torniamo allora alla mia storia. Il giorno in cui trovai i tiramisù e la busta a sorpresa nell’immondizia lavorai da cani, tornai a casa sconfitto e mi addormentai molto tardi, ma quando suonò la sveglia non potei rinunciare al mio tentativo mattutino di diventare felice: per riuscirci, però, dovevo trovare una falla, un buco di ignoranza dove far accoccolare la mia speranza. Le viene in mente qualcosa?
Ebbene sì, c’era qualcosa che non sapevo e che allora non avrei potuto verificare. Si trattava del bigliettino, dottore: tra la spazzatura avevo visto la busta a sorpresa e i tiramisù, ma non avevo cercato il bigliettino con i miei saluti e la mia firma e a tutti gli effetti ignoravo, appunto, se lei l’avesse tenuto o meno.

“Sì?”
“Signor Gatti, buongiorno, sono Andrea Martini della Phone Mix, si ricorda? L’ho chiamata ieri”
“Buongiorno. Sta meglio?”
“Sì, abbastanza, la ringrazio. Volevo scusarmi con lei…”
“Si figuri”
“… e magari presentarle la nostra promozione, valida fino a metà giugno”
“Ah, sì. Eee guardi, solo che adesso sono impegnato: sto dando ripetizioni di latino e non posso proprio lasciare”
“Capisco; se vuole posso richiamarla nel pomeriggio”
“Mmm sì, vediamo”
“Oppure mi dica lei quando le è più comodo”
“Dai, vediamo, magari in questi giorni… le auguro una buona giornata, ok?”
“Grazie, anche a lei”

Le feci avere un altro tiramisù il giorno stesso, stavolta alla nutella, e dopo il lavoro mi appostai sotto casa sua come la sera precedente, deciso a portarmi la spazzatura in macchina per cercare il bigliettino.
Dottore, riesce solo a immaginare come mi sentii quando, frugando più tardi nella busta, trovai la confezione del dolce ma nessuna traccia del mio bigliettino? Dottore: ero felice. Felice davvero. Tornai a casa col cuore che mi batteva forte e prima di cenare, mentre mi lavavo le mani, incontrai allo specchio un sorriso da far male ai muscoli.

“Pronto?”
“Sì, buongiorno signor Gatti, sono sempre io: Andrea Martini della Phone Mix. Posso rubarle due minuti?”
“A dire il vero, giovanotto, ho da fare anche oggi. D’altra parte, guardi, mi dispiaceva dirglielo l’altra sera perché mi sembrava un po’ provato, ma non sono interessato ai telefoni della Phone Mix”
“Telefoni? No, guardi che noi ci occupiamo di linee telefoniche, stiamo offrendo una tariffa all inclusive per fare telefonate illimitate”
“Aaaah, ma no, no, giovanotto, io ho settantadue anni, sono in pensione: a chi dovrei fare queste telefonate illimitate?”
“Non so, magari ha dei nipotini…”
“Eheh, ve le inventate tutte per vendere. Guardi, facciamo che ci sentiamo la settimana prossima, ok? Adesso stavo guardando la televisione, ma la prossima settimana…”
“Certo. Grazie signor Gatti”
“Le auguro una buona giornata”
“A lei”

Non ero più solo. Al telefono, la sera, la mattina al risveglio, nella mia auto: non ero più solo.
Ora che avevo fatto centro col bigliettino, ora che avevo capito che non era me che rifiutava ma le conseguenze, in fatto d’orgoglio, dell’accettare un mio regalo, dovevo trovare il dono perfetto, quello che non avrebbe avuto il coraggio di buttare. Per qualche giorno andai avanti a tentativi: le regalai altri dolci, dei fiori, un peluche; lei continuò a gettarli nell’immondizia e a tenere i miei messaggi.
Dottore, ero felice, ma la preoccupazione cominciava a strisciare in questa mia gioia: per quanto tempo ancora Marica avrebbe accettato degli errori da parte di chi le scriveva di capirla come nessun altro?
Fu allora che cominciai a seguirla. Facebook non era più sufficiente per carpire i suoi segreti, così iniziai a pedinarla nei negozi, a raccogliere gli scontrini che abbandonava sulla cassa, a parlare con le commesse che l’avevano servita chiedendole di aiutarmi a farle una sorpresa; chiesi dei permessi alla Phone Mix, dottore, per dedicarle più tempo, e le donai dei libri e dei biglietti per il teatro che finirono irrimediabilmente nella spazzatura.
Cosa potevo fare allora, se non tentare il tutto per tutto? Dottore. Mi tremano le mani ancora adesso se penso al momento in cui le comprai il mio ultimo regalo e a quello in cui, la sera, non ne trovai traccia nell’immondizia.
Sì, dottore: sto parlando dell’anello.

“Pronto?”
“Eeee, no, credo di aver sbagliato numero… cercavo la signora Di Giulio”
“Il numero è giusto. Chi è che parla?”
“Sono Andrea Martini… eee sono della Phone Mix, la signora Di Giulio…”
“Lasciala in pace, la signora Di Giulio, maniaco schifoso”
“Cheee? Che… lei chi è?”
“Il fratello. O il fidanzato, se preferisci. O il padre, non ha importanza: sono quello che ti ammazzerà di botte, se non cancellerai immediatamente questo numero. Ci siamo capiti?”
“Cosa? Ah… ah, ora capisco”
“Bene, sono contento che sia tutto chiaro”
“Capisco, sì. Capisco che è lei che costringe Marica a buttare i miei regali”
“Ah sì?”
“Sì. E ora capisco anche da dove venga tutta la tristezza di quella donna meravigliosa: da chi dice di amarla ma è poi troppo geloso per dividerla con chi vuole il suo bene… mi spiace, ma non la abbandonerò”
“Chiamala di nuovo e dovrai mandarle i tuoi merdosi e patetici biglietti dall’ospedale, deficiente!”
“Patetici, eh? Le do una brutta notizia: lei avrà pur costretto Marica a buttare i miei regali, ma sappia che i miei biglietti li ha conservati tutti, dal primo all’ultimo”
“Già, e sono tutti qui davanti a me: in una busta di plastica, pronti per essere portati alla polizia insieme ad un’accusa per stalking e al tuo anello schifoso”
“Al mio… lei…”
“Brutta sorpresa, eh?”
“Io… io non ci credo… Marica non…”
“Sei patetico. Un patetico stronzo”
“Cosa? Ma io… mi passi Marica! Mi passi… hei, pronto? Mi sente? Pronto!”

Si ricorda quando le ho parlato dei punti che conosci di una persona, del disegno che ti fai di lei passando per quei punti e delle cancellature che col tempo sei costretto ad operare per adeguarlo alla realtà dei fatti? Ecco, dottore, quella telefonata fu un brutto colpo per il mio disegno; fui costretto a cancellare una linea che avevo tracciato con forza, per lei: quella della sincerità.
Ne converrà con me, no? Marica era una bugiarda. Una codarda e una bugiarda, e aveva mentito a suo fratello per preservare il loro legame, certo troppo spaventata dalla sua ira per conservare i miei regali e ammettere di aver tenuto con sé i bigliettini per sentirsi meno sola. Dottore, io sapevo che era così, non poteva essere altrimenti, e finalmente ci vedevo chiaro: finché lui non era apparso sulla scena, finché lei era stata libera di gestire la propria vita, mi aveva accolto con gioia rispondendo al telefono, accettando l’offerta della Phone Mix di cui magari non aveva neppure bisogno, dicendomi che ero l’uomo giusto al momento giusto, dottore, ricorda? Non si dice a chiunque, sei l’uomo giusto al momento giusto. Sbaglio? E poi lei era così carina, al telefono, si intratteneva con me senza darmi fretta e poi, ricorda?, mi aveva dato tutti quei voti così alti e aveva iniziato a confidarsi con me: la bambina, il marito che l’aveva abbandonata… ricorda o no?
Poi però era arrivato suo fratello, quest’uomo geloso, e lei aveva cominciato ad evitarmi, dapprima suggerendomi di comunicare tramite Facebook e poi diventando sempre più schiva, taciturna… finché non era sparita del tutto.
Dottore: d’un tratto, dopo quella telefonata, tutto divenne limpido. Marica mi voleva ancora bene, ma aveva scelto la via vecchia, la sicurezza di una vita infelice, le bugie. Trascorsi una notte insonne, a pensare a lei; mi sforzai di trovare un modo per parlarle senza che nessuno ci disturbasse, ma solo quando mi sedetti davanti al telefono, al lavoro, ebbi l’illuminazione: era come se tutto dovesse finire nel modo in cui era cominciato.

“Pronto?”
“Buongiorno Amanda, scusa se ti chiamo prima di pranzo ma ho ricevuto la disdetta urgente di una cliente: si chiama Marica Di Giulio. Mi ha chiamato poco fa pregandomi di disattivare immediatamente la sua linea e rescindere il contratto; possiamo procedere?”
“Oh, certo Andrea. Hai la documentazione?”
“Ho due righe di conferma e il modulo di cancellazione compilato. Ti sto girando tutto via email”
“E la raccomandata con firma originale? Come sai ho bisogno anche di quella per archiviare la pratica”
“La invierà a breve”
“Ok”
“Mi ha chiesto solo la cortesia di disattivarle subito la linea; pare abbia cambiato domicilio”
“Non le interessava il passaggio?”
“No. Gliel’ho proposto, ma purtroppo ha rifiutato. Magari lì una linea ce l’ha già”
“Peccato. Tra l’altro ho qui la sua scheda: vedo che era anche molto soddisfatta del nostro servizio… hai detto Marica Di Giulio, giusto?”
“Sì, è lei”
“Era molto soddisfatta. Che peccato. Aveva dato gran bei punteggi anche a te, qui nel questionario: cinque per la competenza, cinque disponibilità… Un peccato, sì. Comunque ho disattivato tutto”
“Ti ringrazio Amanda, sempre efficientissima”
“Ma figurati, Andrea. Buon pranzo”
“Buon pranzo”

Volevo salvarla. Dovevo, salvarla.
Presi il pomeriggio di permesso e timbrai l’uscita per la pausa pranzo all’una in punto, per correre da lei. Ricordo che fuori c’era il sole e pioveva insieme, che quando vidi l’arcobaleno pensai a quanto fosse incredibile la natura, a quanto fosse assurdo creare una bella giornata, rovinarla e poi farsi perdonare con un mucchio di colori. Ricordo pensieri sparsi tra la noia delle auto che avanzavano piano e la fretta di chi attraversava la strada con la ventiquattrore sulla testa per ripararsi dalla pioggia; ricordo l’entrata del condominio di Marica, il portiere che mi  chiedeva dove stessi andando, le scale, il numero di interno al quale avevamo indirizzato i documenti per la signora Di Giulio, il campanello rosso e piccolo, quasi un pulsante per la tivù.
Mi chiesi se avrebbe sorriso, aprendo la porta; poi ricordai che Marica non mi aveva mai visto in faccia.
Suonai prima che quell’idea, e il pensiero che avrei potuto non piacerle, potesse convincermi a desistere. Col fiato corto sentii il rumore dei suoi passi all’interno, aveva i tacchi, e capii che indugiava davanti alla porta nel silenzio tra l’ultimo toc e il rumore della porta che si apriva. Le diedi il tempo di dire chi è, dottore, ebbe solo il tempo di dire chi è; poi spinsi forte la porta in avanti, entrai dentro casa e la richiusi alle mie spalle.
Finalmente io e lei, soli.
Sono Andrea, dissi, Andrea Martini, ma la mia piccola Marica spalancò la bocca e indietreggiò. La mia povera Marica. Compresi subito che era terrorizzata all’idea che il fratello potesse rientrare e trovarla con me, così sentii il bisogno di tranquillizzarla e le dissi che avevo fatto staccare la linea telefonica e che mi sarei fatto ammazzare pur di non far entrare quel bastardo: fui dolce e protettivo, dottore, ma mi crede se le dico che fu quasi impossibile calmarla? Indietreggiava, urlava… a un certo punto scappò in cucina e ne uscì con un coltellaccio per la carne; mi minacciò, ma io sapevo che per aiutarla, se davvero volevo fare qualcosa per lei, avrei dovuto trovare il coraggio per superare la paura, così risposi con la dolcezza al suo ringhiarmi contro e in poco tempo lei perse ogni forza: scoppiò in lacrime, dottore. Continuò a dirmi di uscire, ma ormai non era più un ordine… era la preghiera di chi ha sofferto tanto e teme perfino di essere salvato.
Se solo avessi capito prima quant’era profonda la ferita in cui avevo cercato di infilarmi! Solo allora, solo quando la vidi inginocchiarsi col coltello in mano, capii quanto male le aveva fatto quell’uomo!
A posteriori, dottore, mi chiedo se non fosse stato per caso lui, ad allontanare Marica e suo marito; lei che ne pensa? Ma d’altra parte aspetti: non le ho ancora detto tutto; non può ancora giudicare, lei, perché non le ho ancora detto cosa accadde poi, quando qualche minuto dopo sentimmo il rumore di passi oltre la porta di casa e poi il suono di una chiave che veniva infilata nella serratura.
Diego!, si mise a urlare lei, Diego tieni lontano la bambina!
La bambina. Capisce, dottore? La bambina! Quel bastardo teneva in… oh, se solo ci ripenso… lui teneva in ostaggio la bambina, capisce? La usava per ricattare la madre e costringerla a non avere rapporti con gli altri uomini. Certo, adesso ha un bel dire, l’avvocato, che quell’uomo si era limitato ad andarla a riprendere a scuola e che per fortuna, così dice lui, quel giorno l’aveva lasciata in macchina per portarla a pranzo fuori. Quante cazzate… avrebbe dovuto vedere le lacrime di Marica, l’avvocato! Avrebbe dovuto vedere la rabbia di quell’uomo: allora sì che avrebbe capito!
Ma ascolti. Il bastardo entrò e io mi chinai su Marica. Lei, che era ancora in ginocchio, si ritrasse e cadde all’indietro, il coltellaccio ancora stretto tra le dita. Dammelo, le dissi. Lei strinse i denti e indietreggiò ancora, urlò Diego aiuto e lui si avventò su di noi: era grosso, pesante; mi divincolai e riuscii ad afferrare il polso di Marica. Dammelo, ordinai di nuovo, e lui mi disse io ti ammazzo e mi colpì in bocca con un pugno… sentii il sapore del sangue, quel sapore metallico e un po’ salato, e pezzi di dente tra il palato e la lingua… ma non potevo mollarla, dottore, non allora, così feci l’unica cosa che c’era da fare: vergognosamente, dottore, fu lei che colpii. Anziché rispondere all’attacco di suo fratello, colpii la mia Marica in volto e approfittai del suo stordimento per strapparle di mano il coltello.
Cosa accadde dopo, dottore… non è difficile capire cosa accadde dopo.
Ricordo il lenzuolo scuro con cui coprirono il fratello di Marica e i due uomini che accompagnarono lei fino al divano; una donna cercava di chiamare i loro famigliari dal telefono di casa e io, che guardavo il mento di tutti disteso a forza sul pavimento, io mi pare che dissi a qualcuno che la linea non c’era più.
E questo, se togliamo gli incontri con l’avvocato e le volte che ho visto Marica in televisione, è l’ultimo ricordo che ho di questa storia. Io non so mentire, dottore, e so che la mia lucidità mi negherà una perizia psichiatrica negativa, o positiva se la vediamo dalla prospettiva delle attenuanti; spero solo che il giudice vorrà prendere in considerazione che, se agii così, lo feci solo per legittima difesa: non mia, dottore, non certo mia, ma della donna che amavo e a cui solo il tempo saprà spiegare ogni cosa.

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