Con le buone o con le cattive

di Enzo Sopegno

Lo studio è molto elegante. Alle pareti dell’ampio ingresso sono appese maschere tribali africane. E scudi dipinti e zagaglie. Questo mi fotterà un sacco di soldi, considero tra me. Anche per la segretaria non si è badato a spese: è una brunona mozzafiato, tutta curve e con un viso da bambola. Eppure non saprei che farmene di una simile puledra. Con una così finirei cornificato dopo tre giorni. No, io preferisco le donne docili e sottomesse, poco appariscenti, che sanno stare al loro posto.

Mi accomodo in sala d’attesa su una sontuosa poltrona. Sono solo. In questi posti di merda si è sempre soli. Si entra da una parte e si esce da un’altra. Tra i pazienti (o clienti?) non ci deve essere alcun tipo di contatto. Sul tavolino basso di fronte ai miei piedi c’è una pila di riviste. Ne prendo una a caso e la sfoglio: case lussuose, giardini incantevoli. Tutte stronzate da gente ricca. La sbatto sul tavolo, stizzito, e la stangona seduta dietro alla scrivania di vetro non batte ciglio. Troia.
Si apre una porta e compare il dottore. Alto, con il muso lampadato e le tempie brizzolate. Un bell’uomo.
“Prego, signor Lauri.”
Entro in una stanza enorme che puzza di dopobarba. Su un lato incombe un lungo tavolo, in un angolo noto un divanetto basso. Cazzo, me la farei volentieri una pennichella su quel grazioso lettuccio. Invece il dottore si sistema dietro il tavolaccio e mi indica di sedermi dinnanzi a lui. Appoggio il culo sull’unica sedia scomoda dell’intero studio. Dura, con lo schienale alto e troppo dritto. ‘Fanculo! Eppure pago.
“Alla fine è venuto da solo” dice il dottore, picchiettando una penna sul piano. Già mi dà sui nervi.
“Non sono riuscito a convincerla. Vede, lei non crede molto in queste cose. Dice che la sua mente è a posto, che cosa ci va a fare da un medico dei pazzi?”
Quello fa una smorfia che lo imbruttisce, poi si schiarisce la voce.
“È sicuro di avere spiegato bene a sua moglie di che cosa si tratta? Io non mi occupo di pazzi, come li chiama lei, e inoltre non sono neppure un medico.”
“Certo che le ho spiegato tutto bene, ma quella è una testa dura, quando si impunta non c’è verso di farle cambiare opinione.”
“Che cosa intende fare, signor Lauri?”
“Eh? Non capisco.”
“Cioè, vuole intraprendere ugualmente il percorso terapeutico, anche da solo?”
“Sì dottore.”
“Bene. In ogni caso si renderà conto che dovremo lavorare su qualcosa di diverso. Lei mi ha parlato, inizialmente, dell’intenzione comune, sua e di sua moglie, di iniziare una terapia di coppia. Mi ha accennato di difficoltà di comunicazione e di altri vari problemi. Insomma, di una semplice crisi. All’opposto la situazione sembra diversa: sua moglie non ha intenzione di collaborare. È così, signor Lauri?”
“Il fatto è che mia moglie mi ha lasciato.”
“Ah! Questo pone il tutto sotto una luce diversa. Da quanto tempo la sua consorte ha assunto tale risoluzione?”
“Eh? Come dice?”
“In altre parole, quando vi siete separati?”
“Be’, non è che siamo proprio separati.”
“Si spieghi meglio, signor Lauri. Per poterla aiutare ho bisogno di capire.”
Questo non capisce un cazzo, e io ci godo a fare il finto tonto.
“Vede, mia moglie è andata via…”
“Quando?” mi interrompe il coglione.
“Che importanza ha?” sbotto. “In realtà vuole tornare con me, ed è questa la cosa importante.”
“Si calmi, signor Lauri. E non sia reticente, non è così che funziona. Il terapeuta deve possedere più informazioni possibili per poter essere utile. Allora, per quale motivo lei afferma che sua moglie desidererebbe tornare con lei?”
“Perché ci amiamo! Lei non può fare a meno di me. In questo momento è un po’ confusa, ma prima o poi di sicuro rinsavirà.”
“Mi ascolti bene, signor Lauri, e mi risponda in piena sincerità. Che cosa pensa io possa fare per aiutarla, se è questa la sua convinzione?”
“Eh? Non lo so. Forse, nell’attesa, potrebbe cercare di tranquillizzarmi…”
“Si tratta di un compito che potrebbe essere svolto anche da un amico. Perché ricorre a me?”
“Gli amici? Quelli sono tutti dei gran bastardi! Stanno tutti dalla sua parte, lei sa come vanno queste cose, vero? Io non ho più amici.”
“Non deve isolarsi, signor Lauri.”
Alzo le spalle. So io che cosa devo fare, non me lo devi dire certo tu, pezzo di cretino.
Al mio silenzio, l’altro sospira e poi riprende la cantilena.
“Sa, lei dovrebbe cominciare a rassegnarsi. Ha mai pensato all’evenienza che sua moglie non intenda più tornare a stare con lei? Cioè, che la sua sia una scelta definitiva?”
Sorrido.
“Impossibile, dottore. Lei tornerà. Lei deve tornare.”
“Vede, la separazione è come un lutto, e come tale necessita di elaborazione.”
“Lutto? Che dice, dottore?”
Inavvertitamente faccio le corna con entrambe le mani. Lo scemo si esibisce nella consueta sgradevole smorfia, poi subito si ricompone.
“D’accordo, credo di avere capito quale sia la sua situazione. Se davvero lo ritiene opportuno fisseremo altri incontri. Avremo bisogno di parlare molto.”
“Va bene, dottore.”
“Arrivederci, signor Lauri.”
Esco e parlo con la cavallona che mi fissa due appuntamenti. Poi mi accompagna alla porta sul retro. Con la mano le sfioro un fianco. Quanta roba! Però mi disgusto subito perché quella puzza proprio come una troia.

Il commissariato è proprio uno schifo di posto. I muri sono scrostati, ovunque c’è sporcizia, sento pure odore di fogna. Per non parlare dei tipi che, come me, attendono il proprio turno per parlare con qualcuno. A quello imprigionato da giacca e cravatta e tutto sudato di sicuro hanno fottuto il SUV, tanto è agitato. La ragazza seduta nell’angolo, con quella gonna così corta, è certamente una puttana. E la vecchietta accanto a me, con le gambe gonfie, si sarà fatta fregare il portafogli sul bus.
Non riesco a capire perché mi abbiano convocato. Mica sono un delinquente. Io lavoro, non vado in giro a spacciare merda o a rapinare banche. Ho dovuto anche prendere un permesso per essere qui, puntuale come mi è stato raccomandato.
“Venga, signor Lauri.”
Il poliziotto sbarbatello mi introduce in un minuscolo ufficio ingombro di scartoffie. C’è tanfo di fumo. Alzo gli occhi e quasi mi sganascio dal ridere. Quello seduto dietro alla scrivania è uguale sputato al commissario Basettoni. Le chiazze di sudore sotto le sue ascelle sono spettacolari.
“Si sieda, signor Lauri” mi fa con voce cavernosa.
“Sono il sovrintendente Parrella” aggiunge.
Lo affronto subito.
“Mi scusi, sovrintendente, ma non riesco a capire per quale ragione…”
“Signor Lauri, lei è nei guai” mi interrompe lo sbirro. Ammutolisco.
“Vede, nei suoi confronti è stata inoltrata una specie di denuncia.”
“Eh?”
“Mi lasci finire. In realtà non si tratta di una vera e propria denuncia, bensì di una richiesta di ammonimento.”
“Ammonizione? Mica stiamo giocando a calcio.”
L’altro fa una faccia brutta. Per un attimo riesce a intimidirmi.
“Guardi che non è proprio il caso di scherzare, signor Lauri. Prima le ho detto che lei si trova nei guai e adesso glielo ribadisco. Conosce la nuova normativa riguardo le molestie persecutorie?”
“No.”
Non è del tutto vero, ma il mio sesto senso mi consiglia di apparire ignorante di fronte a questo energumeno.
“La richiesta di ammonimento è stata presentata da sua moglie…”
“Mia moglie?”
Pugno sul tavolo. Cazzo, che spavento.
“Stia zitto, signor Lauri, e mi lasci finire. Il questore ha esaminato l’istanza e ha deciso di accoglierla, dal momento che sua moglie, a supporto della stessa, ha prodotto un gran numero di validi elementi.”
“Quindi?” Provo fastidio per la mia voce pigolante. Non mi sono ancora del tutto ripreso, anche se in fondo temevo qualcosa del genere.
“Quindi se lei reitererà le sue azioni persecutorie, minacciose e intimidatorie, interverremo d’ufficio, senza che sia necessario un ulteriore esposto. In questi casi è previsto l’arresto, signor Lauri, è bene che se ne renda conto.”
Mi produco in un’espressione stupita, che mi viene abbastanza bene.
“Ma io non ho fatto nulla” dico allargando le braccia. “Sto pure andando dallo psicologo.”
L’altro sbuffa, infastidito. Poi inarca un sopracciglio cespuglioso e sogghigna. Una vera carogna.
“Lei non deve più avere alcun tipo di contatto con sua moglie. Questo, per ora, è un semplice invito a rispettare la legge. Se però persisterà nel suo scriteriato comportamento…”
“Sarò nei guai” dico interrompendo Basettoni con soddisfazione.
Mi aspetto un’altra mazzata sul tavolo, invece il poliziotto mi porge dei fogli che devo firmare. Scarabocchio, ne prendo una copia e mi alzo.
“Sì, se ne vada, signor Lauri. Spero di non vederla più.”

I rami degli alberi che mi circondano sono cosparsi da minuscole e tenere foglie di un bel verde brillante. Piego il giornale e lo infilo nella tasca della giacca. Da troppo tempo sono seduto su questa panchina, tanto che il culo mi si è appiattito. Sono stanco di aspettare e nauseato dalle tante sigarette. Guardo l’orologio, valuto che ho ancora qualche minuto prima che lei esca. Allora estraggo il cellulare e inizio a digitare un messaggio. Dopo avere composto, con la solita fatica, alcune stentate parole, rinuncio. No, di messaggi ne ho mandati molti, ma non ho mai avuto alcuna risposta. E la stessa sorte è toccata alle mail che ho inviato. Tempo sprecato. In realtà le devo parlare di nuovo a tu per tu, la devo guardare negli occhi. Non importa se, come le altre volte, alla fine dell’incontro quegli occhi saranno sbarrati per la paura. Mi alzo, determinato, e mi avvio. Giunto in prossimità dello stabile dove lei lavora, la vedo affacciarsi al portone. Guarda prima da una parte, poi dall’altra, infine attraversa la strada con passo incerto. Ha il volto teso, e ovviamente è vestita come una gran zoccola. Non mi stupisco, perché quando gli uomini non hanno la possibilità di esercitare un minimo di controllo su di loro, certe donne vanno subito alla deriva. Ma adesso la fermerò e la costringerò a parlarmi. La convincerò a tornare con me. Sì, perché lei deve tornare con me. Le conviene farlo. E lo farà, con le buone o con le cattive.

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