Io sono Maddalena e non perdono

di Laura Veroni

Non avrebbe guardato quel film, non una seconda volta.
La Rai stava per trasmettere La Passione di Cristo, che Maddalena aveva già visto, anni addietro. Aveva troppo sofferto, specialmente nel guardare la scena della flagellazione. Maddalena aveva ancora vivide nella mente e negli occhi le immagini della carne di Cristo che si lacerava sotto le frustate, il sangue sparso sulla piazza, la Madonna che piangeva e si disperava davanti al dolore di quel figlio massacrato, vilipeso, umiliato.

Aveva pianto, quella sera, lo aveva fatto davanti alla televisione, aggrappandosi al braccio del marito, nascondendo la faccia nel suo torace. Singhiozzi e sussulti.
«Spengo?», le aveva chiesto Sandro.Ma lei non aveva risposto.
«Maddalena, vuoi che spenga la televisione?», aveva chiesto nuovamente Sandro, la voce senza colore, senza espressione.
Lo aveva odiato in quel momento. L’aveva fatto, perché non era stato in grado di capire i suoi sentimenti. E adesso lo osservava mentre se ne stava seduto su quello stesso divano, il telecomando vicino e la tivù sintonizzata di nuovo sul film di Mel Gibson.
«Non intenderai vederlo un’altra volta?», gli chiese, posando il vassoio con le tazzine del caffè e la zuccheriera sul tavolino.
Sandro alzò lo sguardo su di lei, senza dir nulla e cambiò canale. Si alzò dal divano e si avvicinò alla mensola accanto alla televisione. Si fermò ad osservare la foto del figlio e la sfiorò con un dito: c’era della polvere, sopra la cornice.
«Non la toccare!», disse in tono imperioso sua moglie.
Maddalena non sopportava che nessuno si avvicinasse a quella fotografia. Sarebbe rimasta lì, così impolverata, inviolata da chiunque, persino da lei che era sua madre.
Aveva fatto di quel locale una sorta di mausoleo. Le fotografie di Tiziano erano ovunque: sulle mensole, sulla vecchia scrivania in noce, appese alle pareti. E fiori, fiori ovunque. Fiori che lei rinnovava puntualmente.
Era stato Sandro a rispondere al telefono, quella sera. Aveva sollevato la cornetta in un momento festoso. Sandro e la sua Maddalena stavano festeggiando il loro anniversario di matrimonio, pasteggiavano a champagne e ridevano, ebbri di bollicine. Una serata felice. Dopo avrebbero fatto l’amore. Lui aveva già programmato tutto, persino il regalo, nascosto sotto il cuscino: un solitario che gli era costato una fortuna, per festeggiare i trent’anni di matrimonio.
La loro era stata un’unione felice e Sandro si sentiva appagato dalla vita: aveva una moglie che ricambiava il suo amore, un figlio carabiniere di cui andare orgoglioso, un lavoro modesto, ma tranquillo.
«Pronto?», aveva detto col sorriso stampato sulla faccia. Immaginava di sentire qualche voce amica pronunciare: “Auguri, buon anniversario!”.
Invece…Erano giunti al Pronto Soccorso dell’ospedale ancora con gli abiti della festa addosso. Maddalena aveva pianto e il suo volto era una maschera di trucco colato lungo le guance. Aveva il davanti dell’abito bianco macchiato di mascara. Tirava su col naso e si asciugava le lacrime col dorso della mano, mentre con l’altra stringeva forte il braccio di Sandro. Il cuore le batteva forte nel petto, le vene del collo pulsavano, martellavano violentemente.
«Mi dispiace», aveva detto il medico che li aveva accolti. «È appena deceduto. Non c’è stato niente da fare.»
Il corpo di Tiziano giaceva sul tavolo dell’obitorio, nudo, coperto solo da un lenzuolo. Riportava numerose ecchimosi, il viso tumefatto, quasi irriconoscibile.
«Non è lui!», aveva detto Maddalena. «Questo non è lui. Mio figlio non è così.»
Sandro l’aveva sorretta, tenendola sotto le ascelle, e aveva annuito al medico. «È lui», aveva bisbigliato piano. Aveva trascinato Maddalena fuori da quella stanza gelida.
Lei aveva gli occhi stupefatti, increduli. «Non è lui, Sandro. Che cosa hai detto al dottore?»
«Andiamo via, tesoro, andiamo a casa.»
«Non era lui», continuava a ripetere, mentre salivano in auto. «È vero che non era lui? Dimmelo, Sandro, ti prego, dimmi che non era lui!»
«Certo, Maddalena, non era lui, stai tranquilla, non era lui».
L’aveva adagiata sul letto sul quale non avrebbero più fatto l’amore, né quella sera né poi, aveva sottratto il pacchettino avvolto nella carta dorata da sotto il cuscino e lo aveva nascosto in un cassetto del vecchio comò, poi le aveva somministrato una dose massiccia di tranquillante e si era disteso accanto a lei, senza spegnere la luce.

 

Erano trascorsi poco più di due anni dalla morte di Tiziano, la cui vita era stata stroncata da una serie di calci e cazzotti ben piazzati da due ragazzi strafatti di droga. Una sera come tante altre. Un sabato. Maledetto sabato.
Tiziano stava circolando con l’auto di pattuglia, insieme a due colleghi,  quando  avevano scorto quegli sbandati che rovesciavano in mezzo alla strada i cassonetti della spazzatura e imbrattavano i muri dei palazzi con frasi oscene. Il carabiniere alla guida aveva arrestato la vettura e Tiziano era sceso, seguito dall’altro collega, dirigendosi verso di loro. Aveva appena avuto il tempo di dire qualcosa, che subito era stato aggredito dai due ragazzi. Il carabiniere alla guida aveva chiamato immediatamente i rinforzi e poi l’ambulanza, ma per Tiziano ogni intervento si era rivelato inutile.
Maddalena non era ancora riuscita a farsene una ragione e non se la sarebbe fatta mai. Sandro? Sandro non ne voleva parlare, non ne aveva parlato più. Sembrava che si fosse completamente inaridito, come una piantina dimenticata lì, sul davanzale, che qualcuno si era scordato di annaffiare. Una pianta secca, ecco quello che era l’anima di Sandro. A breve si sarebbe sgretolata, come polvere tra le dita. Il dolore di quella perdita li aveva completamente allontanati. Strana la vita, a volte!
Dormivano in camere separate, da quella notte. Maddalena non ne aveva più voluto sapere di dividere il letto con Sandro. Provava un profondo rancore nei suoi confronti, perché non aveva dato sfogo alla sua rabbia, al suo dolore, perché di fronte alla tragedia, non aveva mai preso posizione, mai detto una parola. Era anche suo figlio, maledizione! Anche suo! E non lo aveva mai visto sprecare una sola lacrima.
Sandro, uomo duro, tutto d’un pezzo, non manifestava mai i suoi sentimenti, quasi farlo fosse una vergogna, un segno di debolezza. Aveva rovinato tutto quanto, tutto quello che restava della loro vita, una vita ormai inutile e inutilmente trascinata verso il nulla.
Maddalena entrò nella stanza. Si inginocchiò davanti alla foto del figlio in divisa e recitò le preghiere della sera, poi scivolò sotto le coperte.

Ma che cos’era quel chiasso, cosa quel rumore di sirene?
Maddalena si svegliò di soprassalto.
Accese la luce e guardò l’ora dalla sveglia sul comodino: le due di notte.
Si alzò, infilò le ciabatte e trascinò i passi fino alla finestra che dava sulla strada.
C’era un corpo riverso sull’asfalto e due uomini in divisa accanto a lui. Poco più in là un ragazzo in manette si disperava e piangeva. Un’auto della polizia col lampeggiante acceso illuminava a strisce di blu elettrico il cielo della notte senza stelle. Stava arrivando un’ambulanza. Arrestò la corsa accanto al corpo disteso a terra. Scesero un medico e due barellieri. Il medico si chinò sul corpo. Poco dopo, i due barellieri lo posero sulla barella e lo caricarono nella vettura che partì senza più accendere la sirena.
Il ragazzo ammanettato veniva intanto caricato sull’auto di pattuglia e portato via.

Come ogni mattina, Maddalena accese la piccola tivù sulla mensola accanto al tavolo, per ascoltare le notizie. Il telegiornale riportava la news del decesso di un giovane di Torino, morto in seguito alle percosse ricevute da due agenti di polizia. Il giovane era stato fermato insieme ad un amico, mentre tentava di appiccare il fuoco ad alcune auto parcheggiate lungo la strada. I due ragazzi erano in evidente stato di ubriachezza e avevano opposto resistenza agli agenti. Il fatto era avvenuto in una via centrale della città durante la notte. Erano in corso le indagini.
Il servizio era passato dalla notizia pura e semplice all’inquadratura della via dove era avvenuta la tragedia. Maddalena riconobbe la strada sotto casa sua. Rimase pietrificata davanti allo schermo, quando la telecamera inquadrò il volto disfatto della madre del giovane. La donna piangeva disperata. Si reggeva in piedi a stento, cercando il braccio dell’uomo che stava accanto a lei. A Maddalena parve di tornare indietro nel tempo. Rivide nel dolore di quella donna il proprio: situazioni così diverse, identica disperazione. Un altro figlio violato, un’altra madre usurpata di un pezzo di sé.
Un suono gutturale le salì dallo stomaco, un grido silenzioso che sapeva di morte, di lutto.
“Adesso i mass media si scateneranno contro la polizia, esattamente come è successo nel caso Aldrovandi!”, pensò Maddalena. Il cuore le esplose nel petto. Afferrò il telecomando e spense il video.
Caso Aldrovandi. La madre di Federico, Patrizia Moretti, chiede un cambiamento per il futuro, e sostiene di volere avere fiducia nella polizia. La Moretti dice di non volere avere paura di quelli che applaudono persone che uccidono, usurpando la divisa.
Maddalena ricordava ancora l’articolo apparso su numerosi quotidiani all’epoca dei fatti.
Le parole della signora Moretti le tornarono alla mente. Con che coraggio aveva osato parlare di uomini che usurpavano la divisa? Suo figlio era la divisa! E l’aveva sempre onorata, aveva servito il paese ed era morto per quello, per mano di due tossici che della divisa se ne erano fottuti! Era suo figlio, che si era fermato per richiamare all’ordine quei due balordi! Lui aveva solo fatto il suo dovere! Svolgeva il suo lavoro, non era in giro a cazzeggiare, a rovesciare cassonetti e imbrattare i muri, non era in giro a  imbrattare di merda la vita degli altri! Aveva una madre e un padre a casa che lo aspettavano, una fidanzata in  un’altra casa che attendeva la buonanotte, quando fosse smontato dal servizio. Era suo figlio! Maledetti assassini!
Maddalena sentì di nuovo quell’ansia salire dallo stomaco e attanagliarle il cervello in una morsa dolorosa. Avrebbe voluto impazzire, per non capire, per non farsi più domande. Non avrebbe mai perdonato chi le aveva tolto il frutto del suo ventre. «Io sono Maddalena e non perdono!», continuava a ripetersi.
Quante volte aveva fantasticato di imbattersi in quei due, due mele marce di una marcia società, dove il bene non riusciva a trionfare sul male! Li avrebbe uccisi con le sue stesse mani. Immaginava scenari surreali, modi assurdi di farli fuori. Dovevano soffrire, come aveva sofferto suo figlio, come aveva sofferto lei, perché la morte di un figlio è il dolore più grande che una madre possa provare. Loro avevano violato il suo corpo, senza un motivo, senza un perché.
«Perché? Dio, rispondimi! Perché? Perché proprio a lui che non aveva mai fatto del male a nessuno? Dio ci sei? Mi senti? Rispondimi allora! Dimmelo!» Così aveva urlato fuori dalla chiesa, sul sagrato, aggrappandosi alla bara del figlio, avvolta  nella bandiera tricolore. Ma Dio non le aveva risposto.
Provò l’impulso di vomitare. Maddalena aveva bisogno di risposte, per quietare la sua anima, ma tutti tacevano: taceva Dio, taceva la giustizia, persino le famiglie dei due assassini avevano taciuto. Nemmeno una parola spesa per lei. Era rabbia, era odio quello che sentiva dentro, desiderio di vendetta, sete di giustizia.
Nessuno era sceso in piazza a manifestare, quando suo figlio era stato ammazzato. Tiziano era solo un ragazzo ed era il suo ragazzo.

L’aroma del caffè si stava diffondendo per la cucina, mentre la moka borbottava sul fuoco. Maddalena aveva appena terminato di caricare la lavastoviglie. Sandro si era recato nell’altra stanza per il consueto appuntamento domenicale con “Quelli che”.
Maddalena versò il caffè nelle tazzine e si diresse in salotto, per raggiungere il marito.
«Aiutami», bisbigliò lui in un soffio. Si stava comprimendo  il petto con le mani.
Sandro era entrato in Pronto Soccorso con codice rosso: infarto del miocardio. Era vivo per miracolo. Operato d’urgenza, ora giaceva in sala rianimazione. I medici avevano detto a Maddalena che poteva anche tornare a casa, perché la sua presenza lì era inutile, al momento. Le avevano consigliato di riposare un po’. L’avrebbero avvisata, non appena ci fossero state novità e segni di ripresa. L’intervento sembrava riuscito bene.
Quando entrò nell’appartamento, la cosa che più la colpì fu il rumore del silenzio e il profondo senso di solitudine che la investì, non appena richiuse la porta alle sue spalle.
Tolse le scarpe e il cappotto e li abbandonò nell’ingresso, poi si recò in cucina per farsi un caffè nero bollente: ne aveva bisogno più che mai. Avrebbe riordinato un po’ la casa e poi avrebbe preso dal comò della stanza di Sandro della biancheria pulita da portare in ospedale per il cambio. La degenza sarebbe stata lunga, a quanto avevano detto i medici.
Mentre rovistava nei cassetti, la sua mano incontrò un oggetto quadrato sul fondo di uno di essi. Lo estrasse: si trattava di un diario. Che cosa ci faceva un diario tra la biancheria di suo marito? Da quando lo aveva? Maddalena sedette sul bordo del letto e lo aprì. La prima pagina riportava la data di quel giorno maledetto. Provò una fitta al cuore e cominciò a leggere. I suoi occhi andavano veloci, mentre le labbra seguivano il flusso dei pensieri. Di tanto in tanto, si doveva fermare, per asciugare le lacrime che si raccoglievano copiose sulla sponda dell’occhio, annacquandole la vista. Sandro aveva annotato ogni cosa da quel giorno, tutti i suoi sentimenti, tutto il suo dolore, la sua rabbia, la sua disperazione.  Aveva anche raccolto articoli di giornale riguardanti la morte del figlio e li custodiva in una busta, in fondo al diario. Ce n’erano altri, relativi alla morte di giovani per mano di agenti della polizia o di carabinieri. Conservava di tutto. C’erano anche articoli su Aldrovandi.
Maddalena continuò a leggere. In una pagina, Sandro parlava della signora Moretti. Diceva di avere molto apprezzato le sue parole, quando aveva detto di non volere avere paura di quelli che applaudivano persone che uccidevano, usurpando la divisa. C’era ancora chi riusciva a credere nelle forze dell’ordine, chi, nonostante un lutto così grave, voleva continuare ad avere fiducia. Sandro diceva che avrebbe voluto scrivere una lettera a quella madre, per ringraziarla di quelle parole. Avrebbe voluto scriverla anche ai padri di tutti quei ragazzi morti non importava per mano di chi, perché erano comunque sempre tutti padri che come lui avevano perso un figlio. Diceva che avrebbe voluto incontrarli tutti quanti e piangere con loro sulle tombe dei figli.
Il diario si interrompeva la sera prima dell’infarto. Sandro aveva scritto: “Dimentichiamo troppo spesso che siamo tutti padri, siamo tutte madri e siamo tutti figli, tutti con un unico sentire di fronte alla morte.”
Maddalena soffiò forte il naso e si asciugò gli occhi. Strinse al petto quelle pagine e si diresse verso il comò per rimettere il diario al suo posto. Spostando alcune magliette, scorse un pacchettino con la carta color oro. Lo rigirò tra le mani, poi sciolse il nastro di seta rosso e lo scartò. Apparve una scatolina in pelle blu col marchio di una gioielleria del centro. La aprì, trattenendo il fiato: era il più bel brillante che avesse mai visto. C’era un bigliettino nella scatola. Riportava una data che risaliva a due anni prima. Lo aprì e lesse in silenzio: “A Maddalena, donna della mia vita, con amore”.
Si sentì stringere la gola e le mancò il respiro.
Infilò l’anello al dito e preparò il letto con lenzuola pulite di bucato. Sotto ad uno dei cuscini pose il pigiama di Sandro, sotto all’altro la propria camicia da notte.

Era trascorsa una settimana, da quando Sandro aveva avuto l’attacco di cuore. Quella mattina, prima di recarsi in visita all’ospedale, Maddalena passò a trovare Tiziano al campo santo. Aveva raccolto un mazzo di fiori freschi dal prato vicino a casa, quello in cui suo figlio soleva giocare da bambino.
Gettò i fiori vecchi nel cesto dei rifiuti, pulì il vaso e vi depose il mazzo profumato.
Poco più in là, avanzava un corteo funebre. C’era molta gente che seguiva il feretro, portato in spalla da un gruppo di ragazzi. Dietro di esso, una donna accartocciata su se stessa, gli occhi tumefatti di pianto, procedeva sorretta da due uomini. Sembrava scivolare leggera sulla ghiaia bianca tra le tombe, quasi i suoi piedi non toccassero il suolo. Pendeva un rosario dalle sue mani: sembrava un ornamento, un addobbo delle sue dita dolorose, che lo stringevano deboli, rassegnate.
Maddalena riconobbe nella donna la stessa che aveva visto solo una settimana prima alla televisione e si sentì mancare. Quello era il corteo funebre del giovane ucciso sotto casa sua. Aveva letto sui quotidiani la versione fornita dagli agenti. Avevano detto di essere stati minacciati con un’arma dal giovane, gli avevano intimato di posarla, ma lui aveva opposto resistenza e si era scagliato contro uno di loro. L’altro non aveva avuto scelta. Non voleva ucciderlo: aveva solo sparato un colpo a terra, per fermarlo, ma il proiettile era rimbalzato e lo aveva accidentalmente colpito. Alcuni giornali parlavano di  omicidio involontario, altri di omicidio preterintenzionale, altri ancora di eccesso di legittima difesa da parte dei due agenti.
Maddalena avrebbe voluto andarsene, ma non riusciva a muovere un passo, davanti alla figura di quella donna che avanzava dignitosa nel suo dolore. Suo figlio era stato ammazzato da un agente e Tiziano era stato ucciso da uno come lui.
Si sentì vicina al dolore di quello spettro, trasfigurato dalla sofferenza. Così era stata anche lei, soltanto due anni prima. Chissà che cosa avrebbe detto, che cosa avrebbe provato lo spettro, se solo avesse saputo chi era lei, se avesse saputo che era la madre di un carabiniere? Avrebbe provato odio oppure pietà? E lei, che cosa stava provando in quel momento?
Maddalena sentiva che il dolore dell’altra madre la stava chiamando a sé. Avanzò a passi lenti come un automa verso quella figura e le si affiancò. L’altra parve non accorgersi di lei. Sembrava che nessuno si fosse accorto della sua presenza. Maddalena si domandò se il dolore condiviso potesse fare di due persone una sola e, senza volerlo, si ritrovò a cercare la sua mano. Fu un gesto naturale, spontaneo. Maddalena si ritrovò a stringere i grani del rosario tra le dita, mentre la mano dell’altra stringeva forte la sua.
Camminavano insieme verso la fossa.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.