Inverno, cade la frutta

Giorgia Tribuiani

Il primo ricordo è mia madre che ci porta da Acqua&Sapone, me e mia sorella, e ci insegna a truccarci.
Io ho dodici anni, mi pare, e mia sorella Virginia di conseguenza deve averne otto. Quando entriamo mamma spinge in avanti le nostre schiene, come per sventare la minaccia di un dietrofront, così superiamo un corridoio pieno di profumi che fa starnutire la Virgy e ci fermiamo nella gigantesca area cosmetici, dietro due ragazze che sfilano i rossetti dai buchi per disegnarsi strisce rosse sulle mani.

“Che colore ti piace?”, mi chiede la mamma quando le due si allontanano.
Io allungo una mano verso un tester della Deborah, fucsia con i brillantini, e lei me la copre con la sua.
“Quello è usato”, dice spostando la mia mano verso un rossetto nuovo. “Prendi questo qui. Ecco, sì, gira forte, stacca l’adesivo”, dice mentre rompo il sigillo.
Poi mi aiuta a truccarmi. Davanti allo specchio che sormonta la piantagione di rossetti a testa ingiù, continua a tenermi la mano e la guida sulla mia bocca mentre apre la sua.
“Coooosì”, dice infine. “Ti piace?”
Schiocco le labbra. “È bello”
“Allora dai, scegli un bell’ombretto: come ti piace, verde? Per te che sei bionda il verde è perfetto. Scegli una tonalità; io intanto aiuto la Virgy”
Insomma finisce che, venti minuti più tardi, io, la mamma e la Virgy siamo truccate e improfumate come tre diciottenni prima di una serata in disco. Nessuno ci ha viste: la superficie su cui si estende Acqua&Sapone è talmente spaziosa che non c’è mai un’anima a seguirti o a consigliarti, e alle casse c’è così tanta gente che cerca di tenere in braccio assorbenti, dentifrici e maschere per capelli che a nessuno viene in mente di confrontare le facce della gente che entra con quelle della gente che esce.
“Domattina mi farete vedere cosa avete imparato”, dice la mamma mentre la Virgy guarda i pugni celesti con cui si è stropicciata gli occhi, e da quel momento sappiamo che torneremo a truccarci da Acqua&Sapone.
Quello che non sappiamo è che quella storia si ripeterà ancora a lungo – un anno per me, altri tre per la Virgy – e che la mamma si trucca da Acqua&Sapone dall’inaugurazione del negozio, tutti i giorni, nessuno escluso, dopo la colazione e prima di andare in ufficio.

In questi giorni, dopo l’incidente, si sono dette tante cose sulla mamma.
“Una signora di quasi sessant’anni non avrebbe dovuto girare in città in motorino”, ad esempio.
Oppure “è stata davvero fortunata a non farsi niente, però quelle dannate autoblu dovrebbero fare più attenzione, quando piove”.
O “avrebbe fatto meglio a ricordarsi che i sampietrini bagnati sono pericolosi; voleva suicidarsi?”
O ancora “caspita che autocontrollo, è rimasta lì davanti ai due ministri e la prima cosa che ha fatto è stata recuperare le sue pere, come se temesse un furto”.
Ecco, poi c’è questa cosa delle pere che è una costante in tutte le versioni: qualcuno deve averla raccontata subito dopo il botto, altrimenti non si spiegherebbe perché mai tutti, la Virgy compresa, abbiano ficcato questo sacchetto di pere nel proprio personale racconto.

Tanto per precisare. Venne fuori poi che c’era un motivo per cui la mamma andava a truccarsi – e a truccarci – da Acqua&Sapone: me lo disse la sua amica di sempre, Renata, quella che si autoinvitò alla mia festa dei sedici anni e mi chiese “ma lo sai perché la mamma andava a truccarsi da Acqua&Sapone?”
“N-no”, dissi io mentre la Virgy filmava gli invitati con la telecamerina della mamma e la mamma sporzionava la torta in cucina.
“Per protesta. L’avresti mai detto? Lo faceva per protesta”, ripeté. E poi, senza darmi il tempo di rispondere, mi raccontò la storia:
“Qualche mese prima che tua madre cominciasse con questa mania, uno dei più antichi cinema di Roma chiudeva i battenti per lasciare il posto al centro commerciale che poi avrebbe ospitato Acqua&Sapone, il MediaWorld, la Coin e via dicendo. Era una morte annunciata, ormai. Dopo gli inutili tentativi di vendere il cinema a qualche grosso circuito, un accanito volantinaggio, la nascita di tre punti di raccolta firme contro la chiusura del multisala e diciotto tenaci, lunghissimi mesi di occupazione da parte dei dipendenti, sei poveracci che a poco a poco avevano dovuto ridurre l’offerta del multisala fino a proporre solo un paio di economicissimi film di serie B, era arrivato il momento della resa. Durante il ponte del primo maggio, il lunedì tra il weekend e il martedì di festa, il cinema fu smantellato perché dalle sue ceneri potesse nascere qualcosa che fosse veramente utile per il cittadino moderno”.
“Caspita, mi dispiace! Scusa un attimo, Renata, vado un secondo al…”
“Lei ci ha sempre tenuto così tanto, al cinema! La tua povera mamma, quanto la prese male! E il giorno dell’inaugurazione del centro commerciale, mentre tutta la città si affannava sulle scale mobili per accaparrarsi gli smartphone e le televisioni che il Media World vendeva sottocosto per l’occasione, lei mi trascinò in profumeria e mi disse guarda, Renata, adesso abbiamo qui un franchising di abbigliamento, un franchising di elettronica, un franchising per la cosmetica e un supermercato di una grande catena. Sta morendo tutto, disse”
“Lo so, Renata, è davvero triste e la mamma…”
“E  allora impugnò un rimmel come fosse un pugnale, come se la sua intenzione fosse quella di affrontare i commessi e la folla e i dirigenti del centro brandendo un tubetto di mascara, ma tutto quello che fece fu mostrarmi la marca mentre diceva: abbiamo bisogno di questo, noi? Abbiamo bisogno di questo? E cominciò a truccarsi”

Anche prima dell’incidente, le autoblu erano sempre state un casino, per la mamma.
Un esempio?
Ho dodici anni, la Virgy sempre otto. Probabilmente ci siamo appena truccate da Acqua&Sapone e la mamma ci sta accompagnando a scuola in macchina. È una giornata piena di pollini, questo è un ricordo vivido, e mia sorella piange perché tutto quel vorticare bianco le ha appena ricordato che qualche mese prima ho rotto la sua mezzasfera di Natale, di quelle che le agiti e dentro ci nevica. La mamma dice “quando fate così non vedo l’ora di abbandonarvi a scuola”, e anche questo è un ricordo vivido, ma poi la sua voce e i lamenti della Virgy si mischiano col suono di una sirena e col fischio di un poliziotto che fa segno, a noi e alle altre macchine, di fermarci al lato della strada.
La Virgy smette di piangere e chiede se sta per arrivare un’ambulanza, ché qualche giorno prima ha sentito parlare di gente che quando ci sono i pollini smette di respirare, ma poi sia io, sia la Virgy, sia la mamma vediamo passare altra scorta su due ruote e poi un autoblu, due autoblu, tre autoblu.
La mamma dice “Vaffanculo”, anche se lei le parolacce non le dice mai e quando la Virgy le ha chiesto “cosa significa la parola stronza” si è arrabbiata come se mia sorella l’avesse detto a lei. “Vaffanculo”, dice, e apre il finestrino e si mette a gridare un sacco di parolacce ai vetri scuri dei ministri, tante che il motociclista dietro di noi si sente in dovere di levarsi il casco e supportare la rabbia della mamma.
Quando il poliziotto che chiude il corteo ci fa segno di ripartire, la mamma chiude il finestrino e ci spiega, d’un tratto calma e con un piglio quasi didattico, che ogni mese lei paga lo stipendio a tutta quella gente che ci ha appena fatto fare tardi a scuola. “A tutta quella gente lì – dice – che un sacco di volte mi ha fatto arrivare in ufficio in ritardo e che, invece di svegliarsi prima e pranzare in fretta, per arrivare puntuale preferisce bloccare nel traffico tutta la povera gente che lavora”.
“E se deve passare l’ambulanza blocca anche quella?”, chiede la Virgy mentre ci fermiamo davanti alla scuola.
Allora la mamma si gira e si accorge che sua figlia più piccola sta lottando per scacciare tutto il polline che lei ha fatto entrare aprendo il finestrino. Ci sono pollini sui sedili, tra i nostri capelli; io sto cercando di spazzarli via dal mio zaino nuovo. È per questo che il loro ricordo è così vivido.

Poi c’è un ricordo della Virgy, di quando io ero ormai troppo grande per voler uscire con lei e la mamma, o almeno troppo tremendamente adolescente per far sapere ai miei compagni di classe che trascorrevo il pomeriggio passeggiando in centro con la famiglia.
In quel periodo stavo imparando a suonare la chitarra che mi aveva regalato papà – da quando era andato a vivere da solo si era trasformato in un Babbo Natale del weekend – e mentre io trascorrevo le domeniche pomeriggio a scaricare tabulati da Internet e a far stonare il barrè, mia sorella aiutava la mamma a localizzare tutti i manifesti politici abusivi che erano stati affissi in città.
Non so chi le aiutasse, né la Virgy ricorda se la mamma fosse assistita da qualcuno per la localizzazione delle affissioni, ma la sera in cui mia sorella mi mostrò il risultato delle loro indagini rimasi davvero colpita dalla tenacia e dalla forza di volontà con cui mia madre riusciva a dedicarsi al suo progetto: sul letto della Virgy, spiegazzata e battezzata con una macchia di coca nell’angolo in basso a destra, c’era una cartina di Roma; cerchietti di due colori identificavano le zone “contaminate” dai manifesti abusivi e in basso compariva una legenda per i non addetti ai lavori.
“I cerchi rossi – spiegò la Virgy indicando quest’ultima – sono per i manifesti e i cartelloni abusivi di tipo politico o elettorale; quelli blu per tutto il resto”
Le chiesi se fossero state in tutti quei posti, tipo alla Bocca della Verità e poi dietro la stazione Tiburtina e fino in periferia, e mia sorella disse di sì, che erano andate ovunque e avevano preso nota delle zone e poi le avevano riportate ad una ad una sulla cartina.
Chissà che fine avrà fatto, quella cartina.
La mamma la tirò fuori a tavola la settimana seguente: per qualche giorno, a cena, divenne ricorrente la discussione su come eliminare le affissioni abusive, se con la vernice o con altri manifesti da incollarci su, o magari semplicemente strappandole; io e la Virgy eravamo chiamate a dare le nostre idee e, se c’era altra gente a tavola, amici di mia sorella o di mia madre, la cosa finiva ai voti.
Fu pazzesco, e pazzesco è anche il fatto che non ci avrei più pensato se mia sorella non mi avesse ricordato, stamattina, quei giri della città insieme alla mamma. Io ero forse troppo impegnata a crescere per occuparmi delle manie di mia madre, ma la Virgy conserva proprio tanti ricordi, ad esempio che la mamma non interveniva mai, durante quei dibattiti a tavola: si limitava a segnare i punti ottenuti dalle varie alternative e ad ascoltare.
Che fine fece la cartina, però, non lo ricorda.
Dice che forse la mamma la spedì a qualcuno, a qualche associazione, e poi non se ne seppe più niente. Dice che forse è il motivo per cui a un certo punto, qualche mese dopo quella caccia all’affissione, cominciò a predicare che la cosa migliore fosse farsi giustizia da sé.

La Virgy mi ricorda anche che fu dal periodo di rotta vera con papà che la mamma iniziò a sfruttare più a fondo, come dice lei, il centro commerciale (solo l’incidente sembra averla calmata da quel compulsivo truccarsi da Acqua&Sapone, rilassarsi sulle poltrone massaggianti del Media World, leggere racconti in libreria e spizzicare cantuccini e quadrati di formaggio dai piattini colorati delle promoter).
Tutto si aggravò quando lei iniziò a cucinare solo per noi e a rifare solo la sua metà del letto, dice la Virgy, e forse ha ragione: non credo che la mamma abbia sfogato fuori la rabbia che covava in casa, non dico questo, ma è possibile che tutta quella guerra fredda con papà abbia acuito il suo bisogno di piccole vendette verso ciò che si vuole, ma non si riesce, a cambiare.

La mamma ha tolto la fasciatura dal polso e riposto la crema antiedemica nel cassetto dei medicinali “utili per il futuro, ma speriamo tanto di no”. A venti giorni dall’incidente è come nuova, una donna indecentemente sana, come dice la Virgy, e credo che molto di questo sia dovuto a una delle conseguenze dell’impatto: l’incredibile miglioramento del suo umore.
La sua altrettanto indecente felicità mi aveva accolto al Pronto Soccorso, quando io e la Virgy l’avevamo raggiunta in sala d’attesa: mentre il medico preparava i documenti con le sue analisi, la mamma aspettava di tornarsene a casa con un sorriso fuori luogo e un batuffolo di ovatta attaccato nell’incavo del gomito con un pezzo di scotch.
Prima di quel momento, aveva già sorriso alla gente che la aiutava a raccogliere le pere mentre i due ministri dell’autoblu scendevano dalla macchina per parlare con la polizia che li aveva scortati così male.
E prima c’era stato anche il momento subito dopo l’impatto, quando il suo sguardo s’era fermato sulla fiancata dell’auto e aveva incrociato il bozzo che il motorino ci aveva stampato su.
E poi, ancora, prima dell’impatto e di una frenata certo troppo soft perché potesse evitarlo, prima ancora che i gesti della polizia invitassero le auto e le moto e gli scooter a fermarsi per far passare i ministri, prima che il poliziotto fischiasse e che urlassero le sirene con le loro luci blu lampeggianti; prima di tutto questo e prima di uscire da casa per andare in centro, la mamma aveva aperto – e lasciato aperto – un sito di informazione pubblica che parlava dell’imminente incontro del presidente americano con due ministri italiani e, scoprendo che la sua strada si sarebbe incrociata con la loro, ecco, era allora che la mamma aveva cominciato a sorridere.
In questi giorni, dopo l’incidente, si sono dette tante cose sulla mamma. Quello che però mi sorprende è che tutti, a parte la Virgy, siano stati così disattenti da non far caso al cambiamento repentino del suo umore, e a quei segni di frenata così leggeri sull’asfalto.

La Virgy mi ha chiesto oggi se la mamma avesse previsto tutto, ad esempio che fare un incidente con la macchina anziché col motorino avrebbe creato problemi a noi due.
Io le ho risposto di no, non tutto tutto: se avesse saputo che il bauletto si sarebbe aperto, secondo me, tutte quelle pere le avrebbe comprate un’altra volta.

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