Armonia

di Sandra Tagliavento

Francesco era stato chiamato tardi dal Signore.
Sua madre non riusciva a capacitarsi del fatto che suo figlio, accanito ammiratore del gentil sesso e amante del proprio riflesso, ad un tratto si fosse convinto di voler essere ministro di Dio. A nulla poterono i suoi tentativi di deviazione dal progetto, divenendo il suo maggiore diavolo tentatore e proponendogli in continuazione situazioni alternative a quella condotta che si addice ad un potenziale sacerdote.

La vocazione pareva autentica e in tal caso sarebbe stato più facile condividere quella difficile scelta.
Raggiunse la destinazione dove avrebbe esercitato il sacro ministero: un paesino del sud dove tutti si conoscevano e lo guardavano con eccessiva curiosità: chi era quel giovane prete del nord che avrebbe affiancato Don Carlo?
Don Francesco non si sarebbe lasciato intimidire; la sua fede era tenace e maturata dopo essere stato un ragazzo normale, che aveva fatto esperienze, che si era posto molte domande a cui la vita ordinaria non era stata capace di fornire le giuste risposte e ora desideroso di trovarle nella parola di Dio.
Il suo desiderio più grande era mettersi al servizio degli altri, cercare il modo di trasmettere la forza e la serenità che la sua condizione gli generava. Era perfettamente consapevole del fatto che, per raggiungere qualsiasi obiettivo, sarebbe stato necessario guadagnarsi la fiducia di quella comunità che, per il momento, gli si poneva in maniera quasi ostile, ma si sa, la via del Paradiso è sempre in salita e quella pareva palesarsi come una buona modalità per fare pratica.
Iniziò in sordina, a studiare gli atteggiamenti di ogni suo parrocchiano, beneficiando dei preziosi consigli del vecchio parroco. Il giovane prete provava tristezza nel vedere quanto una funzione potesse essere vissuta in maniera così rassegnata; Don Carlo era stanco, si vedeva, tanto da sembrare che subisse oramai quella condizione, tuttavia i suoi occhi erano allenati a cogliere quelle sfumature che a lui giungevano oscure. Doveva aprire il suo sguardo, per comprendere, ma era dapprima necessario spalancare le porte del suo cuore e andare contro le solite convenzioni, se necessario, per capire come conquistare l’amore della sua gente. Non vedeva altra strada se non quella della dedizione perché non aveva intenzione di ricalcare le orme del parroco col quale era cresciuto e di cui non serbava un ottimo ricordo.
Si rendeva conto di come, nel luogo in cui era vissuto, fossero diverse le modalità con le quali ci si approcciava ai fedeli, rispetto a quelle adoperate in quella nuova realtà. Notava quanto Don Carlo misurasse le parole nell’espressione del proprio pensiero al fine di evitare ogni forma di fraintendimento; quanto la calma fosse la colonna sonora della sua esistenza anche quanto le circostanze parevano assumere una piega alternativa: aveva evidentemente acquisito un particolare metodo che gli permetteva quantomeno di entrare in adeguato contatto con quelle persone. Don Francesco doveva allenarsi a quelle stesse modalità per intendere la mentalità vigente, comprenderne le regole e le contraddizioni, percepirne le finalità prima di intraprendere la corsia preferenziale che gli avrebbe consentito di essere in armonia con quel mondo.

C’era fermento in paese per la imminente festività del Santo Patrono e, come sempre, una lunga fila di volontari per trasportare la statua di San Giovanni durante la processione: era considerato un grande privilegio e l’impegno profuso dai portatori durante il tortuoso tragitto era ancestrale mezzo di espiazione delle proprie colpe oltreché fondamentale motivo di rispetto da parte di coloro che “contavano” e che intendevano conservare tale posizione; primeggiare in questa manifestazione era sinonimo di importanza, potere, influenza.
Ognuno si voleva purificare con tale sacrificio ma esisteva una gerarchia radicata nella tradizione del paese: una consuetudine alla quale nessuna trasgressione era consentita. Il fatto di proporsi comunque era già motivo di onorabilità a prescindere dall’effettiva possibilità di poterlo fare; un surrogato di buona intenzione che, nel costume popolare veniva intesa come personale pentimento delle proprie mancanze, nonché volontà di elevazione di grado sociale e, talvolta, come una sorta di battesimo nell’entrata della rosa delle persone socialmente più elevate. Le liste confluivano, anno dopo anno, in un archivio dal quale attingere nominativi in caso di rinunce, di malanni, di deleghe, ecc.
Don Francesco stava appunto riordinando la lista e non poté fare a meno di sorridere al pensiero della prima volta che lo fece e commise un errore scambiando due nominativi. Non aveva idea del putiferio che la questione avrebbe rischiato di sollevare se Don Carlo non se ne fosse accorto in tempo e non avesse rimediato all’errore! Adesso non poteva permettersi di commetterne perché non c’era più nessuno che potesse ripararvi: aveva la piena responsabilità delle proprie azioni ma, nel contempo, aveva imparato molto in dieci anni di sacerdozio. Dal suo umile punto di vista, aveva raggiunto anche molti risultati, come la scuola di musica frequentata dai bambini che avevano iniziato col cantare nel coro della chiesa e avevano poi scoperto di voler fare di più; come il campetto di calcio in un’area donata dal più facoltoso dei parrocchiani dove tutti i ragazzi si divertivano e venivano seguiti da un allenatore pagato dalla stessa parrocchia attraverso le sponsorizzazioni ricevute appunto durante il periodo della festività, quando piovevano offerte nelle buste con tanto di nome e cognome, e la maggiore offerta corrispondeva sempre ad una proporzionata dose di “buona volontà” del parrocchiano e di tutta la sua famiglia e come tale doveva essere interpretata e considerata.
Don Francesco ricordava l’indignazione che inizialmente il fatto gli suscitò, ritenendo che in certe faccende, a parte la discutibile argomentazione che generava l’offerta, la discrezione fosse fondamentale, ma col tempo si rese conto che anche per questa, come per molte altre questioni, necessitava oltrepassare il limite della banale considerazione ed attribuirvi il valore che da sempre in quel luogo essa rappresentava: un semplice dato di fatto dal quale non si poteva prescindere.
C’erano molti bambini in quella comunità, il tasso di natalità era probabilmente più alto rispetto alla media nazionale; lui li aveva battezzati personalmente e, a ogni rito, in cuor suo si poneva il problema del futuro di questi ragazzi in un mondo sempre più difficile. Poi pensò che una porzione di responsabilità gli spettasse; di certo non poteva fare le veci dei genitori, ma sicuramente doveva prodigarsi affinché il suo operato fosse degno tramite di Dio nel contribuire alla formazione di una nuova generazione. Ognuno di quei bambini custodiva un tesoro che stimolato adeguatamente poteva dare ottimi frutti.
Come diceva Suor Maria Teresa dell’Immacolata, che dopo 19 anni di clausura decise di andare oltre le mura che la tenevano prigioniera, “bisogna avere la testa in cielo ma i piedi in terra e che non per questo sarebbe andata contro l’insegnamento della Regola.
Sulla base di questo messaggio spronava quei ragazzi ad assecondare la proprie predisposizioni. Confidava nel principio secondo il quale l’insegnamento deve proporsi di coltivare la parte più positiva di ogni essere umano, disciplinandone, attraverso non l’imposizione ma l’accettazione di regole, gli inevitabili difetti, il tutto a garantire quell’integrità di ogni essere umano come figlio irripetibile di Dio.
– Se il Signore ci avesse voluti tutti uguali, non ci avrebbe resi diversi gli uni dagli altri; non ci avrebbe degnati del grande dono del libero arbitrio. Ognuno di noi possiede una qualità più grande delle altre, che dev’essere coltivata affinché possa dare i suoi bei frutti! Diceva, e in virtù di questo principio ognuno capiva di avere un’importanza esclusiva e si proponeva, giorno dopo giorno, di scoprire in cosa potesse consistere. Naturalmente a garanzia di questa scoperta ognuno avrebbe dovuto dilettarsi molto nelle varie discipline, ma il lavoro derivante da questa filosofia era ben accetto perché visto come una scoperta continua e stimolante.
L’idea della scuola curata da suore gli era venuta quando i ragazzi avevano raggiunto l’età scolare. All’inizio le adesioni furono poche, ma visti i positivi risultati e la fiducia che le famiglie in vista nutrivano nei confronti dell’iniziativa, tutto il contesto aderì al progetto. L’istruzione è l’unico modo per vincere la guerra contro i fantasmi generati dall’ignoranza; le possibilità di cambiamento sociale esistono solo se ci si apre ad esperienza alternative. La costante presenza e l’abnegazione di chi crede in questi propositi avrebbero certamente generato un embrione di distacco da certe radicate appendici, e questo minimo risultato avrebbe rappresentato già un successo. Ma per fare questo, oltre che di riscuotere fiducia, c’era bisogno di denaro, la maggior parte del quale derivava proprio da quel ciclo perverso che si intendeva minare alla base. Paradossalmente il totale successo di Don Francesco sarebbe stato chiudere la scuola per mancanza di fondi, perché avrebbe rappresentato, di fatto, l’interruzione di quel meccanismo che si autoalimentava. Ma il tutto sarebbe dovuto maturare autonomamente, senza influenze esterne che avrebbero potuto, invece, generare una rigida inversione di marcia, ed era appunto ciò che si stava verificando:
– Don Francesco, non mi possono fare questo! Proprio quest’anno che tocca a me portare la statua.
– Luca, lo sai che non dipende da me. E poi lo sai che agli occhi di San Giovanni basta l’intenzione di volerlo fare!
– Mio padre ha rinunciato per darmi questa opportunità, non accetta che lo abbia fatto per nulla! E poi il nonno di Giada non mi riterrà mai degno della sua considerazione se non faccio di tutto per portarla.
– Luca, mi conosci da tanto tempo, sai che se ci fosse il modo per riparare alla situazione lo avrei già fatto!
– Parla con i tuoi superiori!
– L’ho già fatto. Per questa cosa non hanno voce in capitolo. Mi hanno detto di accettare…poi magari il prossimo anno le cose si appianano e ritornano come prima!
– Papà dice che se accettiamo una volta abbiamo perso per sempre. Non va bene. Non possiamo permettere che vengano a comandare in casa nostra.
– Non siamo nella condizione di contrastare una decisione già presa, lo sai. Non avrai dimenticato le lezioni di diritto!
– Non le ho dimenticate, ma a mio padre e al nonno di Giada non importa nulla, continueranno a pretendere una presa di posizione immediata! E ti assicuro che non sono solo loro a pensarla in questo modo!
Una bella rogna! Don Francesco sperava di poter mediare tra le parti e raggiungere un accordo, ma era stato stabilito che la statua durante la processione sarebbe stata portata da una delegazione esterna al paese! E poi Luca gli aveva riferito che i paesani avrebbero indetto una riunione alla quale Don Francesco doveva essere presente. Sapeva cosa significasse; conosceva a fondo quelle persone e il fatto di essere stato chiamato in causa significava innanzitutto che gli attribuivano importanza in quella questione, e questo era positivo; nel contempo sapeva che ogni sua decisione contraria alla loro causa sarebbe stata interpretata come un tradimento e ne sarebbe scaduta tutta quella fiducia faticosamente conquistata. Era incredibile quanto quella prova fosse determinante per la sua missione sacerdotale, perché tutto il suo lavoro veniva messo in pericolo! E lui aveva faticato tanto per raggiungere quei risultati. Non avrebbe più potuto pagare le rette dei bambini poco abbienti e si chiedeva chi avrebbe preservato il loro presente per garantire al mondo un migliore futuro.
Doveva fare la cosa giusta.
Ma qual era la cosa giusta?
Pregò perché il Signore lo guidasse nella giusta direzione, ma Dio parla attraverso le opere buone, attraverso il canto di Giulia, il calcio di Diego al pallone, attraverso il disegno di Silvia, e tramite i buoni propositi che ognuna di quelle creature stava coltivando per cercare di avere qualche certezza nella propria esistenza. Rispetto a ciò non aveva nessuna importanza chi avrebbe portato una statua.
Chiamò sua madre, sentiva anche il bisogno di una vicinanza terrena, confidandole i legittimi dubbi relativi a quanto aveva intenzione di fare.
– La tua scelta di vita non può prescindere dalla legge dell’uomo, ma non è detto che la via del Signore coincida sempre con essa. Solo tu che vivi in prima persona la situazione puoi capirne profondamente le ragioni. Qualsiasi decisione tu prenda sarà anche il risultato di ciò che la tua coscienza ti suggerisce, oltre che il tentativo di interpretare la volontà di Dio. Don Francesco, qualunque cosa tu farai, per quanto può valere, sappi che avrai la mia approvazione.
– Mamma, non mi hai mai chiamato “Don Francesco”!
– Si, perché mai come in questo momento devi cercare di elevarti oltre la natura dell’uomo e farti strumento attraverso cui raggiungere un risultato superiore ad esso.

Sua madre aveva ragione. Aveva scelto questa strada ponendosi come mezzo attraverso cui cercare di assecondare la volontà di Dio e sapeva da sempre quanto a volte sia difficile interpretarne i disegni.
Ora sapeva cosa fare.

La decisione fu comunicata alla Diocesi e firmata da Don Francesco: come segno di protesta non ci sarebbe stata alcuna processione. Era stato l’unico modo per conciliare la volontà del paese e non andare contro la legge dell’uomo; sperava che anche i suoi superiori capissero la motivazione di quanto deciso, ma la cosa più importante era poter confidare nella speranza che ciò rappresentasse il volere di Dio che conosceva il suo cuore e la buona fede che guidava ogni tentativo di armonia.

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