Commando

di Silvia Cristini

Solo il giorno prima Michela era sul terrazzo di casa, ad ammirare incredula i pomodori pachino piccoli e verdi, appena spuntati. Quest’anno ha deciso di improvvisare un orto sul balcone: rivolto a sud, l’ideale, il sole che picchia tutto il giorno, lo sa bene d’estate che si muore di caldo e la brezza del suo mare non ce la fa ad arrivare a portare un po’ di frescura. Zucchine, fagiolini che si arrampicano su un reticolo di sostegno, un po’ di insalata verde. Tutto rigorosamente biologico, che bisogno c’è di inzuppare di chimica quello che poi dobbiamo mangiare. Bastano pochi minuti di amorevoli cure ogni giorno perché tutto cresca rigoglioso. Per questo è un po’ preoccupata, da domani non sarà piu lei a prendersi cura del suo orto casalingo e chissà per quanto tempo, magari per sempre. Quattro gocce di Rescue Remedy presto, ne ha fatto scorta da portarsi dietro.

Sposta la lunga treccia nera che cade sulla spalla, la fa sembrare una giovane vestale pronta al sacrificio, ed è così, dal momento in cui è nato il suo Josef, tre anni prima. Lui la guarda attraverso la finestra, seduto nel suo seggiolone, gli piacerebbe stare fuori con lei e sentire insieme il profumo dei pomodori e innaffiare le piante e giocare con la terra, ma non può alzarsi e camminare. Se ne sta lì tranquillo, sa che la mamma sta facendo una cosa che le piace, non la vuole disturbare, niente saliva che si ingorga nella gola perché i suoi muscoli non ce la fanno a mandarla giù, niente versacci inconcludenti che gli escono nello sforzo di parlare.

Anche Cinzia è sul balcone di casa, lei non ha piante da curare, non avrebbe il tempo e la voglia di fare una cosa così lenta e riflessiva. Sta guardando i tetti della sua città. Da quando si è trasferita in questo appartamento all’ultimo piano, lo fa tutte le sere, anche se piove o tira vento, esce sul piccolo terrazzo chiuso tra due muri e guarda intorno a sé, migliaia di antenne e comignoli e vite dentro quei tetti. Sotto quelle antenne, tv accese, gente che vive, storie da ascoltare.
Anche per lei un senso di smarrimento, sa che forse per molto tempo non rivedrà quella distesa di tegole a perdita d’occhio, rosse, arancio, marroni, nuove, vecchie, impolverate, smangiate dal tempo, corrose dal muschio. Di sicuro non sarà lì, il giorno dopo. Respira a pieni polmoni l’aria fresca della sera, da domani solo asettici odori da ospedale. Dovranno dormire dove capita (la sua povera schiena!), chissà per quanti giorni resisteranno, chissà se manderanno dei poliziotti professionisti a metterle fuori gioco. Come nei film americani.’Ecco chi era l’attore: Al Pacino, e com’era il titolo…’
Cinzia è diventata nonna a 41 anni, nove mesi di crisi esistenziale profonda spazzati via dagli occhi intensi di sua nipote, anche se da quando è nata Emma non ha più avuto un briciolo di vita sua, tutto totalmente rivolto alla piccola e alla sua malattia. Ogni atomo del suo corpo succube di lei, inesorabilmente, ineluttabilmente.
Nonna e madre, perché la madre vera, appena ventenne, è fuggita come si fugge davanti a un cataclisma naturale e si corre in cerca di un disperato mezzo che ti allontani di lì al più presto. Cinzia è rimasta sola a reggere il peso di una bimba che ha bisogno di cure continue tra una crisi e l’altra, che non cresce come gli altri bambini, non sa parlare, non sa sorridere, non sa giocare. E ti guarda sempre come dire ‘Te ne andrai anche tu un giorno?’

Eleonora è in salotto. Ha già finito di sparecchiare e rassettare la cucina, stasera hanno pranzato presto, perché d’accordo con il marito (lui è sempre d’accordo con lei), c’è un lungo discorso da fare ai loro quattro figli, tutti, nessuno escluso. Anche il più piccolo, Matteo, in braccio al papà perché da solo non ce la fa a reggere la testa, però capisce tutto, ogni parola della mamma. E comunque è per lui che domani diventerà una fuorilegge agli occhi del mondo.
I ragazzi seduti sul divano, lei in piedi. Alle sue spalle il televisore spento, quasi sapesse che quello è il punto di maggiore catalizzazione per i suoi figli, sarà Peppa Pig per Matteo e Justin Bieber per la sua quattordicenne, perché vuole che la loro attenzione sia al massimo e vuole che le sue parole siano ben chiare nella loro mente, quando il giorno dopo a scuola dovranno affrontare i compagni e gli insegnanti, quando il giorno dopo sui giornali leggeranno che la loro mamma tiene in ostaggio una manciata di medici e infermieri.
Mentre parla sta pensando a quello che dovrà mangiare il giorno dopo (se ci sarà qualcosa da mangiare!), cibo da ospedale, santo cielo no! lei che è una vera buongustaia abituata alle sue lasagne, ai suoi tortellini, ai suoi arrosti e al suo bicchiere di vino rosso.
Sta pensando anche ai suoi chili di troppo, quando la riprenderanno in tv, di solito anche quelle magre sembrano più cicciottelle, lo schermo non mente e allarga. Potrebbe mettere il vestito nero che la fa sembrare un po’ più asciutta, ma non è certo l’abbigliamento adatto: jeans e maglietta è quello che ci vuole. Mannaggia, così i rotolini intorno alla vita faranno un bel figurone. D’un tratto si sente sciocca per questi pensieri inopportuni.
Eleonora continua a parlare mentre quattro paia di occhi la guardano in silenzio, con amore incondizionato, con sospetto, con spavento, con odio.
La più grande, Francesca, si alza e le grida in faccia tutta la sua rabbia.
“Giuro che non andrò più a scuola, se mi fai fare una figura di merda così!”
“Amore, lo faccio per il tuo fratellino, è malato, io e tuo padre non sappiamo più che cosa fare per lui…”
“E chi se ne frega, avete già speso una paccata di soldi per lui, intanto io a casa a curare gli altri due, non ho più una vita mia! Vuol dire che se non guarisce e deve morire questo è il suo destino! Fatevene una ragione!”
“Quando sarai madre capirai.”
“Oddio, ci siamo con le cazzate buoniste. Piuttosto che diventare come te mi brucio sul rogo!”

Loro tre si sono incontrate qualche mese prima a una conferenza pubblicizzata sul sito dove si scrivono nel forum: il titolo lasciava supporre che, finalmente, qualcuno si stava accorgendo dell’esistenza dei loro bambini e di tutti gli altri toccati dalla stessa malattia rara, purtroppo poco interessante statisticamente ed economicamente.
Lontane dalle loro case, in comune rabbia e impotenza. Prima erano solo tre donne virtuali, legate da un blog e da un destino comune, la malattia neurodegenerativa che ha colpito i loro bambini. Ed ecco una speranza chiamata staminali, e non importa se chi potrebbe farle uscire dall’inferno non è un medico. I medici, quelli che hanno studiato, quelli che hanno il pezzo di carta e si fanno chiamare ‘dottori’, quelli che dovrebbero guarire le malattie, quelli che prima hanno assorbito la loro fiducia per mesi e poi hanno svuotato le loro speranze per sempre, sono quelli che hanno fallito, che le hanno tradite.
Tre donne accomunate da uno scherzo del destino che ha scelto proprio loro, che le ha fatte incontrare. E’ paradossale pensare che, altrimenti, avrebbero inesorabilmente ignorato l’esistenza l’una dell’altra: Michela e i suoi pomodorini avrebbe vissuto ignara delle menate da sovrappeso di Eleonora; e di Cinzia, ancora stupita del suo inaspettato futuro di giovane nonna fiera e bellicosa.
Si sono date appuntamento alla conferenza, dando finalmente un volto alle frasi scritte giorno dopo giorno a cuore aperto, felici di trovare qualcuno con cui condividere l’amaro e il dolce delle loro storie. Sedute in prima fila nell’aula magna di questa scuola di periferia, Michela freneticamente intenta a prendere appunti, non voleva perdersi una virgola del discorso di quell’uomo pronto a ridarle fiducia nella vita. Cinzia lo tempestava di domande. Ele timida e riservata ascoltava in silenzio. Tutte emozionate ed entusiaste.
Poi il miraggio si è trasformato in realtà: i loro bambini hanno iniziato la terapia e da subito sono migliorati, da subito le infusioni con cellule staminali hanno avuto l’effetto sperato e solo quel giorno i loro bimbi sono davvero nati.
E poi la sveglia a interrompere un sogno bellissimo. E’ vero che la cura non poggia su basi scientifiche, è vero che il loro mentore non ha l’aspetto rassicurante di un medico di Grey’s Anatomy, è vero che ci sono storie poco chiare di soldi passati di mano. Ma è anche vero che questa è l’unica alternativa valida dopo che la scienza si è lavata le mani, l’unica speranza di vita che la sorte ha messo sulla loro strada. Ora strappata dai poteri forti per impedire loro di vincere la battaglia.
E allora guerra sia.
Michela, Cinzia e Eleonora si troveranno il mattino alle dieci, con i loro bimbi, e dentro l’ospedale tutto cambierà, nel bene o nel male.
Cinzia, un passato da attivista di greenpeace, ha ideato il piano: tre fiale di veleno pronte per essere ingoiate, una minaccia sulla testa dei loro figli. Come tre moderne Medee pronte al sacrificio e finché non avranno ottenuto ciò che è di diritto per i loro bambini, non molleranno. Mai.

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