Le tre cose che lui non dovrà mai sapere

di Sabrina Minetti

Alla società di selezione sono piaciuto. Hanno convocato i candidati nella loro sede di città. New power to commerce si chiamano. Sotto alla ragione sociale, sul biglietto da visita del selezionatore, c’è scritto: Siamo la vostra risorsa umana. Che a vederli, lo sfondo ad alveare del biglietto, il muso a punta di quello che mi ha fatto il colloquio e la sua cravatta a righe giallonera ci sarebbe stato meglio: Siamo la vostra risorsa ape.

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Zoe & Arturo

di Pervinca Paccini

Eccoci qua.
Stiamo aspettando che l’impiegata della banca ci riceva e siamo un po’ agitati. Per via del mutuo.
Se non ce lo danno?
Se non ce lo danno, crolla tutto. Addio sogni. Oppure bisognerà inventarsi qualcos’altro. Però quella dell’enolibreria è una bella idea e deve funzionare. Per forza.
Arturo sembra tranquillo, ma lui non è pessimista come me, sa dare il giusto peso alle cose, anche perché è più informato; fa tutt’uno con il computer ormai, sempre lì, giorno e notte a setacciare la rete per trovare dati e contatti utili per la nostra impresa. Quando scopre una nuova grana, intensifica le ricerche: per lui è una sfida, mentre a me casca il mondo addosso. Adesso legge il giornale come se niente fosse mentre io mi mangio le unghie. Lo invidio.

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Il mio negozio

di Sandra Tagliavento

Avevo quindici anni quando mia madre rilevò il negozio di alimentari di una vecchia signora che vi aveva trascorso gran parte della sua vita. All’inizio sembrava un gioco, come quando, da piccoli, io e mio fratello facevamo finta di gestire una bottega; poi mi resi conto che anche la mia vita sarebbe stata inevitabilmente segnata da quella scelta. Mia madre rimase incinta di mia sorella dopo pochissimo tempo, in casa viveva con noi la nonna ed i suoi continui acciacchi, e poi c’erano mio fratello minore e mio padre, che dopo pochi anni iniziò ad avere  seri problemi di salute.

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Bombarola

di Silvia Cristini

Mia mamma era una bombarola, anarchica.
Fece saltare in aria un paio di negozi, simbolo del consumismo tanto odiato.
Nel ’68 studiava lettere alla statale in Festa del Perdono, e conobbe mio padre, operaio dell’Alfa Romeo, durante una manifestazione di protesta. L’università era appena stata occupata.
Durante una di quelle notti passate nei chiostri della statale, tra una canna e una mozione, tra un bicchiere di vino e una discussione, sono stata concepita io.

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La lista

di Enzo Sopegno

Guardo la donna che mi siede di fronte e quasi non la riconosco. È invecchiata. Ha profonde occhiaie, la pelle del suo viso è secca, i suoi capelli, un tempo vaporosi, si mostrano sfibrati e privi di vita. Questa donna sta soffrendo, eppure non si vuole arrendere. La sua potrebbe apparire come una inutile ostinazione, una balorda caparbietà, ma io so che non è così. Lei davvero ci crede, ne è profondamente convinta. Allo stesso tempo si rende conto di essere ormai impotente, è del tutto consapevole che la sola forza mentale non è più sufficiente per perseguire il suo fine. Uno scopo che, d’altra parte, abbiamo sempre condiviso.

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La signora Elvira

di Aurora Barba

La signora Elvira aveva un bellissimo negozio di alimentari, ci lavorava col marito e i due figli, due maschi, che dentro al negozio erano diventati parecchio grandi. Io li conoscevo da quando erano entrati ragazzini, li avevo visti crescere.
Marco, il più grande, stava spesso alla cassa, dove si alternava con il padre, quando c’erano dei banconi da rifornire di merce.
Era un po’ più caro di altri negozi, ma a me non importava. Ci andavo da quando mi ero sposata, molti anni prima, e il grosso della mia spesa lo facevo da loro.

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La via dei negozi

Annamaria Trevale

Settembre 1967
Via Bernini è una strada secondaria, perpendicolare a uno di quei grandi viali dove il traffico cittadino scorre veloce a qualsiasi ora. Corta e stretta com’è, non verrebbe in mente a nessuno di considerarla una via commerciale, e invece due dei quattro palazzi che costituiscono il suo lato destro, per chi la imbocca dal viale di scorrimento, ospitano una fila di negozi, molto frequentati a tutte le ore del giorno.

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Il lavoro di mio papà

di Pierpaolo Valfré

Mio papà non è ricco, lavora tanto, spende pochissimo e la domenica dorme fino a mezzogiorno.
Mio papà fa il fornaio. Lui non vuole che io dica “panettiere”, mi corregge ogni volta, ma quando penso al forno mi viene sempre da sudare, invece il pane è buono, specialmente quello morbido con tanta farina bianca sopra. E anche le focacce, i grissini e i biscotti.

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