Paraculaggine

di Oriano Colombo

Va bene, forse non me la dovevo prendere così, con mio figlio Ivan. D’accordo, mi aveva solo chiesto un po’ di euro per uscire domani sera con gli amici; potevo dirgli di no senza bisogno di sbraitargli contro, senza aggredirlo, senza passare per un padre stronzo. Ho reagito male, mi sono lasciato prendere dalla rabbia e ho detto cose che forse non dovevo dire. Un po’ sono pentito, ma neanche troppo. D’altra parte, sa benissimo anche lui che lo considero uno dei principali colpevoli di quello che è successo. E siccome è una storia che mi ha fatto parecchio incazzare, dovrebbe capire che è meglio girarmi al largo ed evitare di provocarmi.

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Libero

di Pervinca Paccini

Non sono un barbone.
Sì, lo so che quelli come me non sanno di essere barboni e tuttavia in genere lo sono. Ne ho sentito uno che diceva: “All’Ortles non ci vado. Son tutti pezzenti e io in mezzo ai pezzenti non ci sto.” Mi veniva da ridere perché più barbone di lui non ho mai visto nessuno, eppure l’idea di esserlo non lo sfiorava nemmeno.

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Il pane quotidiano

di Pervinca Paccini

“Tu cosa dici?”
“Cosa vuoi che dica? Mi sembrano pochi.”
“Sono una miseria. Questa casa ci è costata molto di più; tanta fatica e poi sempre lì a risparmiare per tirarla su. Trent’anni in Svizzera ad aspettare le ferie per correre qui a costruirne un pezzetto per volta.”
“Ora però quella della finanziaria è l’unica offerta che abbiamo ricevuto e se non prendiamo un po’ di soldi, come facciamo con il debito?”

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Lottare inutile

di Aurora Barba

La postina, ormai, entrava quasi tutti i giorni, a portare le sue raccomandate. Luce, fornitori, avvocati per le assicurazioni, acqua e tasse, bolli finiti nelle mani di Equitalia, telefoni.
Miriam alzava appena gli occhi quando entrava. Era frustrante, mentre lavorava faticosamente per guadagnare cento euro, che dalla porta entrassero mille e più euro di altre cose da pagare. Le faceva passare la voglia di terminare il lavoro che stava facendo.

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Sipario

di Giordano Boscolo

Mentre strofinava il pennello sullo zigomo sinistro per dare gli ultimi ritocchi al fondotinta, Giada ebbe la sensazione che la luce proveniente dalla finestra alle sue spalle fosse velata da una nebbia incostante. Questa impressione le era penetrata nella coscienza poco per volta, come accade quando, al risveglio, un certo suono o una certa immagine accompagnano il dormiente dal sonno alla veglia, al punto che il passaggio tra i due stati sembra determinato dalla silenziosa apertura di un sipario anziché dall’improvviso lacerarsi di un diaframma, dando così un’illusione di continuità tra l’incoscienza e la consapevolezza, tra la platea e la scena, tra il prima e il dopo.

 

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Lettere dal Centro lavoro

di Martin Rius

Michela! Ho trovato il modo di comunicare, finalmente. Se stai leggendo questo biglietto il mio stratagemma ha funzionato. Lavoro nel turno immediatamente prima del tuo e ti vedo arrivare tutti i giorni e sederti alla tua postazione, sempre più magra, sempre più triste. Mi piange il cuore a saperti così.. così! Tu non puoi vedermi, per colpa di quei vetri unidirezionali. I porci vogliono poterci controllare, come sai.

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La sanzione

di Enzo Sopegno

Stava con il naso incollato al vetro della grande finestra, al trentaduesimo piano dell’imponente e lussuoso palazzo. La spessa cappa di smog si diradò per un attimo e lui riuscì a scorgere, in basso, l’ampio viale brulicante di automobili e di persone, queste ultime affaccendate e frenetiche come tante formiche. Nell’ufficio non penetrava alcun rumore, neppure smorzato, e l’atmosfera era di quiete assoluta.

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Suddito

di Alessandro Didoni

Bella questa frase su Mussolini, la metto sul mio profilo. Io non condivido mai robe di politica su Feisbuc, metto solo le macchine, le stronzate da ridere e le fighe. Però questa su Mussolini la metto perché è vero. Quando c’era lui si stava meglio, lui ha messo le pensioni e oggi invece ce le tolgono. Bella, così i miei amici di Feisbuc la leggono e imparano. Quando c’era lui sì che si stava bene, tutti avevano un lavoro, non c’erano i disoccupati, non c’erano i negri. Ora sì che è un casino.

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