Il sottosegretario

di Agostino Longhi

Il gruppo di ragazzi si aggira per Campo de’ Fiori. Guardano i turisti, commentano, li sfottono per il loro abbigliamento estivo in questa primavera che pare un annuncio d’inverno. Sghignazzano alle spalle delle tedesche ciccione e delle inglesi equine.
Sono in otto, i ragazzi. Più o meno attorno alla trentina, qualcuno un poco oltre, qualche altro più giovane. Sono vestiti in maniera normale, con qualche concessione alla moda del momento, specie le ragazze. Che sono tre, mentre i maschi sono cinque.

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Le ultime avventure di Tin tin

di Silvia Cristini

LUNEDI 10 GIUGNO – casa De Bellis

Da sempre suo padre gli provoca forte imbarazzo: gli occhiali dalle lenti spesse, storti sul naso; il porta occhiali di stoffa a disegni andini colorati appeso al collo; i pantaloni troppo corti che scoprono le caviglie e i calzini bianchi; i sandali portati con i calzini bianchi; le mani con le unghie smangiucchiate e i polpastrelli appassiti.
“Mammaaa… Vieni a vedere chi c’è in televisione.”

 

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Allo specchio

di Marco Sambruna

C’è un aspetto interessante nel fatto di perdere tutto: si diventa liberi di fare qualsiasi cosa. Insomma si trova il coraggio di fare cose di cui ci si credeva incapaci. Non solo di infrangere la legge, intendo dire, ma anche e soprattutto di abbattere tutte le barriere mentali come un branco di elefanti in corsa travolge una palizzata.
Ci si libera di molte paure, perdendo tutto; io, ad esempio mi sono liberato dalla paura di rendermi ridicolo al punto tale che l’esserlo mi pare una cosa perfettamente naturale.

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Pensieri di un esodato qualunque

di Annamaria Trevale

A sentire i discorsi della gente per strada, seduti al bar davanti a un caffè, fermi in attesa alla fermata dell’autobus o pigiati nei vagoni della metropolitana, sembrerebbe di vivere in mezzo a un popolo di potenziali rivoluzionari, tutti quanti in fremente attesa di rovesciare il governo legittimo per modificare radicalmente le condizioni generali del paese.

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Mio padre

di Alessandro Didoni

Gliel’ho sentito dire tante di quelle volte che ormai ci sono abituato. Mio papà lo ripete sempre che i politici sono dei delinquenti e che ci vogliono morti. Sì, dice proprio così: ci vogliono morti. Io ho solo sei anni ma non sono stupido. L’ho capito che quando sono presente evita di fare quel discorso. Forse non vuole spaventarmi perché sono piccolo, ma io non ho paura.

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Spari in piazza

di Enzo Sopegno

Spari in piazza, proprio di fronte a Palazzo Chigi, mentre il nuovo governo si appresta a giurare poco distante, al Quirinale. Immediato sdegno e pronta condanna da parte di tutta l’opinione pubblica per il folle gesto. Enorme dispiacere e sincera solidarietà nei confronti dei due militari colpiti, umili lavoratori, fedeli servitori dello Stato. Con la politica in prima linea nell’esprimere tali sentimenti, nell’assecondare la riprovazione dei cittadini, e nel cercare di esorcizzare la propria pura. Quegli stessi cittadini, o almeno una gran parte di loro, che quando si trovano tra i banchi del mercato oppure al bar manifestano un ben diverso stato d’animo.
“Bisognerebbe buttare una bomba su Montecitorio!” strilla l’operaio.
“Dovremmo linciarli tutti!” schiamazza il pensionato.
“Sono dei ladri, pensano soltanto alle loro tasche!” grida il disoccupato.
“Datemi un fucile che vado a farli fuori!” minaccia lo studente.
“Sono tutti uguali, dei veri infami!” urla la casalinga.
Chi strepita queste invettive naturalmente non dà mai seguito agli insani propositi. La sera torna a casa, cucina o mangia, poi lava i piatti e stira o si sdraia sul divano, davanti all’ipnotico schermo, e subito si addormenta, perché la stanchezza è tanta, la vita di tutti i giorni faticosa. Qualcuno di loro sogna, e in sogno, a volte, ci si può anche trasformare in un eroe. O presunto tale.

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L’incubo

di Pee Gee Daniel

La sedizione.
Il subbuglio di piazza.
L’insurrezione.
La rivolta popolare.
In una parola: la rivoluzione!

Il giorno della presa della Bastiglia, che segnò l’inizio della Rivoluzione Francese, e con essa  l’insorgere dell’Occidente moderno e contemporaneo, sul diario tenuto giornalmente dal sovrano di Francia allora in carica Luigi XVI, che in seguito a quella sommossa popolare avrebbe presto perso testa e dominio insieme, si legge appuntata un’unica parola di commento alla giornata: Rien. Niente! Niente di importante.

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