Autodafé il nome

Autodafé.

CristianobyElisaElliLa prima volta che mi sono imbattuto in questa parola avevo all’incirca quattordici anni. La trovai leggendo un libercolo di facile stile e contenuti più pretenziosi. Era una sorta di parodia attualizzata del Candide di Voltaire, scritta da un autore brillante, alquanto conservatore e molto qualunquista, che immaginava le peripezie di un moderno Candido (e non a caso il nome era anche quello di una nota rivista satirica di destra di quei tempi) alle prese con gli incomprensibili mutamenti dell’Italia della metà degli anni Settanta. Le finalità erano ben diverse, e si può capire, da quelle dell’illuminista che lo aveva ispirato, ma l’autore della versione modernizzata si era proposto di ricalcare pari pari le avventure del protagonista, modificando ovviamente i caratteri dei personaggi e dando una patina di attualità alle situazioni.
Così, come nell’originale, anche il Candido italiano degli anni Settanta si trovava, a un certo punto, ad assistere a un autodafé. Di che cosa si trattasse, pur con qualche aggiustamento, era abbastanza chiaro: un “eretico” (anche se non si trattava di eresia religiosa, in questo caso) era chiamato a pentirsi pubblicamente, a rinnovare il credo che aveva tradito e a sottoporsi alla inevitabile punizione purificatrice e salvifica, che non ricordo quale fosse. Solo qualche anno dopo avrei appreso che, nella tradizione cui Voltaire si era rifatto, la punizione era un bel rogo sul quale far ardere in via definitiva il corpo del peccatore, per redimerne l’anima.
Fin dalla lettura di quel libello, però, mi era rimasto il dubbio sul significato preciso di quel termine, di cui pure mi era chiaro l’oggetto. Poiché vi era un penitente che, di sua apparente volontà, confessava la colpa, implorava il perdono, pronunciava il credo e invocava la punizione, tutto insieme, mi convinsi che autodafé significava “fatto da solo”. Mi pareva che le assonanze etimologiche convalidassero questa scelta nell’interpretazione della parola composta: auto, ovvero “fatto”, perché vi abbiamo la stessa radice di autore o di attore, cioè colui che fa; da, il cui significato restava invariato; , che poteva benissimo essere tradotto in “sé”, da una qualche lingua neolatina.
Solo qualche anno dopo avrei appreso come stavano le cose in realtà. L’autodafé era effettivamente quella simpatica cerimonia inquisitoria che da subito avevo inquadrato, ma il significato del termine, scomposto e tradotto da un portoghese arcaico e imbastardito di venature spagnole, era in realtà “atto di fede”. Perché, con sottile ironia, quella cerimonia a base di confessione, pentimento, recita del credo e punizione esemplare era, a quanto pare, la massima espressione della fede di un peccatore che aveva offeso Dio e la Chiesa.

Per un normale gioco di associazioni mnemoniche, quella parola si è sempre associata, ogni volta che la incontravo, a entrambi i significati letterali: quello vero e quello partorito dalla mia intuizione distorta.
E mi è tornata in mente quando, insieme ai soci, mi sono trovato a proporre un nome per questa casa editrice, al momento di fondarla.
Perché, per immediata sensazione, ho deciso che non c’era nulla di più adatto e calzante, se assecondavo il gioco dell’eterno equivoco.
Fatto da solo
, perché Autodafé è una casa editrice che nasce dalla passione e dalla competenza di pochi amici, senza appoggi esterni, senza finanziatori occulti, senza ispiratori di sorta e, fortunatamente, senza padroni cui rendere conto. Ma anche perché si propone di dare voce ad autori che hanno creato opere partendo da se stessi, per l’urgenza di raccontare, e non per soddisfare le richieste di uffici marketing che pianificano a tavolino il prodotto editoriale.
Atto di fede
, perché una piccola casa editrice che affronta il mare magno dell’editoria italiana non può che contare sulla sterminata fiducia, in se stessi e nella bontà dell’idea, di coloro che la animano e la fanno vivere. Ma anche perché il suo scopo è dare voce a quei talenti nascosti che hanno intrapreso la scrittura avendo null’altra garanzia che la fiducia nella propria capacità creativa.
E poi, il nome rievoca quelle fiamme che concludevano inevitabilmente l’autodafé. Un fuoco che abbiamo voluto vedere non come rogo distruttivo (che, peraltro, tanta parte ha anche nella storia dei libri e nel loro destino) ma come scintilla che sprigiona l’idea, energia vitale e creatrice, simbolo prometeico dell’emancipazione dell’uomo, prima ancora della parola, del linguaggio e della scrittura.
Non poteva esserci, così mi è sembrato (ed è sembrato a tutti gli altri), un nome allo stesso tempo più evocativo e più programmatico.
Quindi, non poteva esserci un nome più bello.

Cristiano Abbadessa

direttore editoriale Autodafé Edizioni

 

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